Bolsonaro e il ritorno del fascismo

Pubblichiamo volentieri in traduzione questo articolo di Martín Mosquera, pubblicato sulla rivista teorica anticapitalista spagnola, Viento Sur: https://vientosur.info/spip.php?article14293https://vientosur.info/spip.php?article14293. E’ stato scritto prima della vittoria di Bolsonaro al secondo turno delle presidenziali brasiliane, ma conserva tutta la sua freschezza e validità. Si tratta, infatti, di un’analisi molto approfondita sulle condizioni di possibilità del fascismo nel caso brasiliano. La riflessione che è però estendibile in via più generale, perché individua tendenze e caratteristiche dei moderni fenomeni reazionari, da un punto di vista rigorosamente marxista, né schematico, né dottrinario.

Una lettura che ci sentiamo di consigliare caldamente perché pensiamo abbia ricadute importanti anche sull’orientamento politico quotidiano.  


di Martín Mosquera, 27/10/2018 

27/10/2018 | Martín Mosquera – Traduzione di Giovanna Russo

Il fascismo è alle soglie del potere in Brasile, il gigante latinoamericano, la sesta economia mondiale. Stiamo parlando, quindi, di uno shock di portata internazionale e, probabilmente, di una svolta nella storia brasiliana e regionale. La dinamica politica attivata dai risultati del primo turno ha autorizzato un grande diffusione di violenza sociale e politica e in questi giorni registriamo una sorprendente esplosione di attentati ed aggressioni a persone LGTBI, donne, poveri, neri e simpatizzanti del PT da parte di sostenitori del candidato del PSL. Come ha detto la sociologa francese Maud Chirio, specialista di storia brasiliana, “assistiamo in diretta alla fascistizzazione del Brasile”. Sull’orlo dell’abisso, è necessario discutere del pericolo che ci sta di fronte per prepararci alle lotte future.

È necessario mantenere rigore e non usare alla leggera il termine fascismo. Non si tratta di un sinonimo di capitalismo autoritarioné di un aggettivo appropriato ad ogni dittatura militare o bonapartismo repressivo. Nella nostra storia nazionale, possiamo ricordarne  l’uso abusivo per definire il peronismo storico da parte del Partito Comunista e di buona parte dell’intellighenzia borghese, come pure il più recente impiego per definire il carattere del progetto neoliberista (ed embrionalmente autoritario) di Macri, da parte di alcuni analisti non troppo dotati di precisione.

Le classificazioni e le definizioni nella teoria sociale hanno sempre un carattere approssimativo, provvisorio ed una certa quota di arbitrio. Non possiamo pensare oramai, come i padri fondatori del marxismo, che le categorie di analisi con le quali lavoriamo (bonapartismo, fascismo, populismo, rivoluzione, classi) siano dotate di demarcazione e precisione scientifica. Ciò non toglie che il dibattito esige rigore e la questione non è insignificante, tecnica, né puramente terminologica. Dal carattere del nostro nemico deriva la nostra politica, e nella circostanza attuale si gioca la possibilità di evitare una sconfitta storica delle classi popolari (che è molto più che una sconfitta elettorale).

L’impatto di ogni grande emozione suscitata dalla lotta di classe ha conformato sempre, in buona misura, i successivi dibattiti strategici della sinistra a livello internazionale. È a partire dal bilancio dell’esperienza cilena di Unidad popular, per esempio, che Berlinguer sostiene in Italia la necessità di un compromesso storicodel PCI con alcune forze della borghesia, come mezzo per porre la questione del governo a lungo termine(cioè, con maggioranze elettorali vincenti, che avrebbero potuto potrebbero essere raggiunte solo con l’accordo con settoriprogressistidei partiti tradizionali). In un certo senso, tutti i problemi strategici diquestoperiodo si presentano ora condensati nel momento di un pericolo: il bilancio del PT e del ciclo progressistalatinoamericano, i tratti crescentemente autoritari del capitalismo in crisi, la possibilità che emerga una nuova sinistra post-progressistae il ruolo del nuovo ciclo di lotte femministe.

L’enigma teorico del fascismo

L’ascesa di Bolsonaro ha imposto con forza la discussione sulla natura del fenomeno. Si tratta effettivamente di una forma contemporanea di fascismo? Può essere assimilato alle esperienze degli anni ‘30? Si tratta del capitolo latinoamericano di un rafforzamento autoritario globale che si afferma come tendenza della ristrutturazione capitalista in corso? La crescita dell’estrema destra in tutto il mondo occidentale obbliga a mettere nuovamente al centro della discussione marxista lo studio delle nuove destre radicali. “La storia del fascismo – affermava Mandel – è anche la storia della sua analisi teorica “. E aggiungeva:

 Dalle ceneri della prima casa del popoloche le bande fasciste incendiarono in Italia sorse inevitabile la domanda: che cosa è il fascismo? Per 40 anni (fino al primo dopoguerra) questa domanda ha appassionato simultaneamente i principali teorici del movimento operaio e l’intellighenziaborghese. Nonostante la pressione degli avvenimenti storici e di un passato incompresosi sia indebolita in qualche misura negli ultimi anni, la teoria del fascismo continua a costituire un tema ossessionante per la sociologia e la scienza politica (1969).

Questa ossessione della teoria sociale è il rovescio della permanente perplessità che suscita un fenomeno tanto enigmatico da unire una politica ultra-reazionaria con tematiche che appartengono alla sinistra rivoluzionaria, autoritarismo e ribellione di massa, un orientamento favorevole al capitale monopolista ed elevati tratti di autonomia statale, elementi identitari arcaici ed anti-moderni (la razza, il sangue, la terra) e un modernismo tecnico, scientifico ed industriale. Arrivano a tale punto le caratteristiche sconcertanti che George L. Mosse, uno dei grandi storici del fascismo degli ultimi decenni, lo ha definito paradossalmente una “rivoluzione borghese anti-borghese.”

Alla fine degli anni venti, la direzione del Comintern (Internazionale Comunista), già dominata da Stalin, formulò un’interpretazione del fenomeno che retrospettivamente possiamo rilevareper le sue notevoli limitazioni. Dotata com’era di una concezione fortemente economicista, [ per essa]il fascismo non poteva essere altra cosa che lo strumento puro e semplice di una dittatura del capitale monopolista sull’insieme della società. Con una concezione che supponeva l’unità monoliticatra lo Stato e le classi dominanti, il Comintern definì fascista qualunque regime autoritario dell’epoca (dal governo tedesco di Hindenburg, alla dittatura polacca di Pilsudski o il regime di Primo de Rivera) e, perfino, ogni corrente politica che non si proponesse una rottura rivoluzionaria con il capitalismo. La social-democrazia, allora, non era altro che uno dei molteplici  volti del fascismo (“social-fascismo”). Cieco di fronte ai pericoli che gli stavano di fronte, il Comintern considerò l’ascesa del fascismo al potere come una breve parentesi che preannunciava la rivoluzione proletaria (“dopo Hitler, il nostro turno”). Poche volte un errore di comprensione (risultato in buona misura degli interessi diplomatici del Cremlino), avrebbe avuto effetti politici tanto devastanti.

Questa prospettiva condusse il Partito Comunista Tedesco alla tattica della classe contro classe,che non solo respinse ogni unità di azione antifascista ma trasformò la socialdemocrazia nel nemico principale, mentre era imminente l’arrivo del nazismo al governo. Da questa incomprensione derivò, per dirla con Trotsky, la “pagina più tragica della storia moderna”: l’ascesa di Hitler al potere con una scarsa resistenza nel paese con la classe operaia più grande, meglio organizzata, più colta e più politicizzata d’Europa e pezzo strategico fondamentale dell’estensione internazionale della rivoluzione (aspettativa che si è mantenuta inalterata da Marx fino alla III Internazionale).

Il marxismo, tuttavia, sviluppò le analisi sul fascismo più sofisticate del periodo, distante dalle posizioni del Comintern (gli scritti di Guerin, Trotsky, Gramsci, Togliatti, Otto Bauer). Nonostante le differenze, questi autori presentano tratti comuni nei loro scritti: collocano lo sviluppo del fascismo nel quadro della severa crisi sociale del capitalismo tra le due guerre, nella sua fase imperialista e declinante, e come risposta alla presenza di una minaccia rivoluzionaria proveniente dalla classe operaia, cioè nel quadro di una dinamica di polarizzazione sociale e politica. Radicatonella piccola borghesia in crisi, il fascismo sarà un fenomeno politico di massa dotato di una certa autonomia rispetto alla grande borghesia, malgrado sviluppi una politica favorevole ai suoi interessi. Trotsky lo definirà un “sistema particolare di Stato basato sullo sradicamento di tutti gli elementi di democrazia proletaria nella società borghese”, una sorta di guerra civile istituzionalizzata contro la classe lavoratrice e le libertà democratiche. Nella definizione di Togliatti del fascismo come “regime reazionario di massa” si espresse quella grande peculiarità che lo distingue da altri movimenti reazionari: la grande mobilitazione di massa che precede il suo avvento e che assume la forma di una “ribellione plebea” contro le “élites”. In effetti, il fascismo si autodefinì come “rivoluzione contro la rivoluzione” (Traverso) 2016.

Ci furono anche certi studi di ispirazione marxista che cercarono un’intersezione tra l’analisi socioeconomica e la psicoanalisi, da cui nacquero i testi sulla personalità autoritariadi Adorno, o l’analisi dal fascismo come trascrizione politica degli impulsi secondari(crudeltà, rapacità, lascivia, sadismo, invidia) di William Reich (“Le masse non furono ingannate, esse desiderarono il fascismo”). Ben inteso, queste ultime analisi hanno i loro elementi interessanti da apportare alla comprensione di un fenomeno complesso di questo tipo.

Nei decenni successivi al dopoguerra, si aprì una nuova sequela di testi nel campo del marxismo (Poulantzas, Laclau), che cercarono di enfatizzare l’autonomia politica e statale dell’esperienza fascista, irriducibile a qualunque materialismo volgare. Queste analisi combatterono principalmente l’economicismo del Comintern, sia nel suo momento ultra-sinistra del terzo periodoche nel suo momento opportunista dei fronti popolari dopo il VII Congresso. Per Poulantzas il fascismo riorganizza il blocco di potere a favore del capitale monopolista per mezzo di un tipo di Stato che mantiene un’autonomia relativa rispetto alla frazione del capitale la cui egemonia istituisce (2005). In un’ottica simile, per il giovane Laclau althusseriano il fascismo è la conseguenza dell’impossibilità di incorporare le “richieste popolar-democratiche” al discorso socialista (prodotto del suo “riduzionismo di classe”, incapace di riarticolare domande nazionaliste, democratiche, provenienti dalle classi medie, etc.) e, a sua volta, è una forma specifica di articolazione di queste richieste (2015).

La tradizione analitica del marxismo anti-stalinista riguardo al fascismo storico (e la sua critica allo strumentalismo economicista del Comintern) è una risorsa utile per comprendere il fenomeno al quale stiamo assistendo, purché evitiamo di cadere nella classica tentazione dalle analogie troppo precipitose.

Come chiamare Bolsonaro?

Sulla caratterizzazione di Bolsonaro come fascista, sono sorte obiezioni che soprattutto rimarcano una serie di differenze tra questo e i regimi di Hitler o Mussolini: l’assenza di un partito di massa come il Partito Nazionalsocialista tedesco, l’inesistenza di bande paramilitari armate come le camicie nere italiane o le SA tedesche, la debolezza del movimento operaio, incapace di ergersi come minaccia rivoluzionaria, o l’accettazione del quadro elettorale e della democrazia liberale. Si tratta di analisi schematiche, che assumono una definizione del fascismo troppo restrittiva, statica e che, in parte, riproducono la combinazione di economicismo e strumentalismo che caratterizzò il Comintern.

A partire dall’esplosiva crescita delle nuove destre radicali in Europa, é in corso un dibattito sulla natura di queste e la loro relazione con il fascismo classico (Enzo Traverso, 2016, Ugo Palheta, 2018, Jacques Ranciere, 2015, Michael Lowy, 2014) in un contesto politico che esercita forti pressioni per la moderazione e la rispettabilità istituzionale. In ogni caso, la questione Bolsonaroè più inequivocabile e le sue simmetrie col fascismo più dirette.

Chiamiamo neofascismo il fascismo che si concilia con l’attuale periodo storico. Molte caratteristiche del periodo tra le due guerre in cui si sviluppò il fascismo storico non si ripeteranno. Oggi stiamo in un contesto sociale ed istituzionale in cui acquista nuove forme il movimento di massa reazionario che pretende di istituzionalizzare metodi di guerra civilecontro la classe lavoratrice, la sinistra e le libertà democratiche. Vedremo, soprattutto, che la democrazia e la legalità costituzionale continueranno ad essere la veste esteriore di un regime autoritario. È probabile anche che i mezzi di coercizione dominanti siano forze repressive regolari e non bande paramilitari.

Il fascismo attuale non può assimilarsi a quello degli anni ‘30 perché non stiamo in quel periodo. Ma del resto il fascismo storico non si ridusse ai modelli della Germania o dell’Italia. Il franchismo spagnolo, la dittatura salazarista in Portogallo, il regime di Vichy in Francia, sono anche essi espressioni del medesimo fenomeno politico tra le due guerre, oppure parte dal suo “campo magnetico” (Burrin), e non possono essere assimilati alle esperienze della Germania o Italia.

Appellarsiall’impossibilità di Bolsonaro di installare un regime statale totalitario-corporativo o, persino, alle difficoltà di rendere stabile un suo eventuale governo, non toglie che l’ascesa del candidato del PSL al governo è un gran passo in direzione di una forma di neofascismo. In nessuna esperienza storica, anche dopo la conquista del potere, si è visto emergere uno Stato fascista da un giorno  all’altro. Già divenuto primo ministro, Mussolini governò dentro il quadro costituzionale per mesi, in coalizione con i partiti tradizionali (cattolici, nazionalisti, liberali) e dispose inizialmente solo di quattro ministri fascisti.

Il fascismo non è mai stato implementato all’improvviso. Bisogna pensare il fascismo come dinamica politica e, piuttosto, parlare di un processo di fascistizzazione, che attraversa necessariamente mediazioni, transizioni, salti e rotture. Il fascismo non si adotta da un giorno all’altro perché non è un pulsante che la borghesia preme in situazioni di crisi 1 /. Non è mai un strumento né un epifenomeno delle necessità del capitale, bensì il prodotto di un processo complesso e relativamente autonomo, in cui sedimentano questioni ideologiche, dinamiche politiche e perfino incidenti elettorali inaspettati.

Un altro argomento tipico per respingere la caratterizzazione di Bolsonaro come neofascista è quello che riduce il fascismo ad una risorsa delle classi dominanti per frenare una marea rivoluzionaria alle porte. E poiché oggi la classe operaia sta sulla difensiva, e la minaccia rivoluzionaria è inesistente, le classi dominanti non avrebbero interesse in ricorrere a metodi fascisti. Si tratta, nuovamente, di una concezione economicista, strumentalista e che sottovaluta l’autonomia dei fenomeni politici. Il neofascismo attuale risponde all’esperienza dei settori di media e piccola borghesia durante il periodo dei governi del PT ed alla crisi economica e al deterioramento sociale degli ultimi anni. “L’antipetismo degli ultimi cinque anni – afferma Valerio Arcady – è una forma brasiliana dell’anti-sinistrismo, anti-egualitarismo o anticomunismo degli anni trenta. Non è stata una mossa del nucleo principale della borghesia contro il pericolo di una rivoluzione in Brasile. Fino a poche settimane fa l’immensa maggioranza della borghesia appoggiava Alckim. Bolsonaro è un caudillo. La sua candidatura è espressione di un movimento di massa reazionario della classe media, appoggiato da frazioni minoritarie della borghesia, di fronte alla recessione economica degli ultimi quattro anni” 2 /.

Il riferimento all’assenza di un partito di massa, come criterio di caratterizzazione, evidenzia l’incomprensione della dinamica in corso. Per il momento, certo, Bolsonaro rappresenta fondamentalmente una corrente elettorale. Il capogruppo del PSL nel congresso conta su 52 deputati su 513 (è il secondo, dietro i 56 del PT). Ma la base di sostegno parlamentare del futuro governo va molto più lontano degli eletti del PSL. Queste elezioni hanno consolidato l’avanzata di un blocco trasversale di estrema destra che si riassume nell’acronimo BBB: Bala – deputati legati alla polizia, le FFAA e milizie private ; Buey – i grandi impresari agricoli ; e Biblia – fondamentalisti evangelisti e neo-pentecostali. Questo blocco va a costituire una solida base parlamentare per un eventuale governo neofascista. Se a questo saldo appoggio istituzionale aggiungiamo lo spontaneo movimento sociale autoritario, che si manifesta nell’ondata di attentati di questi giorni, e l’eventuale controllo dell’apparato statale, possiamo pensare che si riuniscono le condizioni per la costruzionedall’alto di un partito neofascista brasiliano. Considerando il precedente della violenza che i simpatizzanti di Bolsonaro già dispiegano, non si può scartare la formazione di bande para-statali che amministrano la violenza sociale e politica al di fuori di ogni legalità.

La questione dell’eventuale cambiamento nel regime politico non è facile da prevedere. Scartata la possibilità di un Stato totalitario in senso stretto, la cosa più probabile è che vediamo emergere un regime civico-militare di nuovo tipo, prodotto di una progressiva occupazione militare delle arrendevoli strutture costituzionali, eventualmente sommato a qualche tipo di auto-golpee una distorsione al limite del regime costituzionale. Bolsonaro ha il terreno abbastanza spianato grazie ai cambiamenti istituzionali che sono seguiti al golpe parlamentarecontro Dilma Rousseff: persecuzione giudiziaria degli oppositori, limitazione di diritti politici e, soprattutto, intervento militare di Rio de Janeiro, vera esperienza pilotae precedente di ciò che può implementare il nuovo governo a livello nazionale.

Questo processo di fascistizzazione emerge come risposta alla grande crisi di egemonia che interessa il capitalismo brasiliano crescentemente dal 2013. Non basta una crisi economica perché il fascismo emerga come risposta, quel che lo rende possibile “è una crisi dell’insieme delle mediazioni politiche, ideologiche ed istituzionali che, in tempi normali, assicurano la riproduzione pacifica del sistema con un misto di violenza di Stato e di consenso popolare, dove quest’ultimo ha il ruolo principale” (Palheta 2018). Precisamente questo è quello che succede in modo accelerato in Brasile, con più intensità dal golpe parlamentare del 2016 (che non riuscì a concludere la crisi, ma l’approfondì). Ricapitoliamo: il crollo dei partiti del centro(a rigore, della destra tradizionale), che sono stati la base politica del golpe e del governo Temer, come il PSDB ed il MDB, il regresso del PT e della CUT (che potrebbe approfondirsi in caso si confermasse la sconfitta elettorale nel secondo turno) e la crisi dell’insieme dell’istituzione statale (un governo con il 3% di sostegno, un congresso contrassegnato dalla corruzione generalizzata, uno smisurato interventismo giudiziario). In questo contesto di corruzione e malgoverno generalizzato, le FFAA appaiono come l’istituzione più credibile in diverse inchieste di opinione, in un paese in cui l’uscita dalla dittatura non portò con sé alcun processo giudiziario istituzionale e mantenne inalterate le sue strutture militari.

Bolsonaro è l’espressione politica di una cricca delle FFAA (non necessariamente dell’insieme della forza) che si propone una sorta di colpo di stato militare sotto copertura costituzionale. “Golpe dentro il golpe”, ha detto lucidamente Mario Santucho sulla rivista Crisis,in riferimento al precedente dell’impeachmentdi Dilma Rousseff. Una cricca che è riuscita a capitalizzare l’antipetismo e a riorganizzare la destra a suo profitto. Insieme alle FFAA, l’altro suo pilastro sono le potenti chiese evangeliche, che comprendono il 22% della popolazione (42 milioni di persone). Da tempo, l’evangelismo conta su una presenza parlamentare considerevole ed un notevole potere politico. A suo tempo aveva appoggiato il PT, ciò che si espresse politicamente nella designazione del ricco industriale José Alencar, legato alla Chiesa Universale, come vicepresidente dei due mandati di Lula.

Bolsonaro rappresenta un neofascismosemplificato, che trova pochi paralleli in un mondo già abituato alle destre estreme(i regimi di Erdogan in Turchia o di Janos Ader in Ungheria possono essere forse i riferimenti più vicini): esplicitamente razzista, misogino, anti-LGBTI, anti-comunista e, contemporaneamente, ultra-liberista sul piano economico (a differenza della destra radicale, protezionista, dei capitalismi avanzati). Sostiene lo stesso programma di Temer, un’ambiziosa ristrutturazione economica sulla pelle della classe lavoratrice, con metodi brutali. Fa leva sulla sicurezza(“il bandito buono è un bandito morto”), ciò che gli permette di approfittare dell’angoscia di fronte all’altissima violenza sociale esistente per favorire un indurimento repressivo. Si colloca all’opposizione dell’insieme del sistema politico, dirigendo lo scontento nei confronti della casta politica verso sbocchi autoritari, esprimendosi sistematicamente contro le istituzioni del regime democratico e contro la sinistra ed il movimento operaio (ha assicurato di essere disposto a chiudere il congresso, ha detto che sarebbe andato con “un soldato e un capo” a sciogliere il Tribunale Elettorale e ha promesso “una pulizia mai vista nella storia” contro l’opposizione e di “spazzare via i banditi rossi”, tra altre espressioni brutali ogni giorno rinnovate).

Bolsonaro viene fuori da uno spostamento a destra autoritario di frange importanti della società. Ma è anche alimento di questo spostamento a destra. Non è necessario aderire alla Teoria del Discorso postmarxista per riconoscere che il “rappresentante svolge una funzione attiva” nei confronti del “rappresentato”, come soleva ricordava Ernesto Laclau. Il piano politico-elettorale non è solo la risultante delle relazioni di forza e le correnti di opinione presenti nella società, ma le modella ed incide su di esse. Bolsonaro è effetto ma anche causa del crescente autoritarismo sociale, dirigendo verso soluzioniselvagge la disperazione e lo scontento popolare. La sua eventuale vittoria, dunque, non solo va ad trascrivere politicamente uno spostamento a destra radicale autoritario precedente, ma é in condizione di approfondirlo. Nuovamente, è importante percepire il senso della dinamica politica e non limitarsi ad analogie storiche che descriverebbero necessariamente il fascismo come un processo “dal basso verso l’alto.”

Come arriviamo a questo? Il primo fattore della crescita dell’estrema destra è senza dubbio la delusione dell’esperienza del PT, convertito in gestore social-liberale della crisi del capitale (approfondiremo questo nel paragrafo seguente). Per comprendere le forme che il crescente antipetismo acquisisce bisogna tenere conto delle brutali permanenti campagne mediatiche contro di esso, che prendono la forma di propaganda sistematica contro i diritti sociali e la lotta popolare, sotto la copertura della denuncia di un governo corrotto. Come ha affermato Ezequiel Adamovsky: “i discorsi antipopulistie pseudo-repubblicani grossolani che stanno proliferando da venti anni hanno fatto molto per demonizzare non solo i governi cosiddetti progressistima anche qualunque altra forma di partecipazione popolare alla vita politica e l’idea di lottare per l’allargamento dei diritti. E, in definitiva, la democrazia”.

Il secondo fattore da tenere in conto è il fallimento del ciclo di mobilitazioni iniziati a giugno del 2013. Originalmente proteste fondamentalmente giovanili prima sul terreno del trasporto pubblico, poi dell’educazione e della salute; il ciclo di lotte si è sviluppatofino ad importanti scioperi operai come quelli dei lavoratori delle pulizie di Rio de Janeiro o della metropolitana di San Paolo. Questo ciclo di proteste esprimeva aspirazioni sociali prodotte negli anni della crescita economica, che un governo di conciliazione di classe come quello del PT e la struttura dipendente del capitalismo brasiliano, non potevano soddisfare. Il governo che dovette affrontare per la prima volta una mobilitazione di massa di opposizione, non diede risposta a queste proteste. Dinanzi allo scontento per un governo disinistrache non dava soddisfazione alle istanze (e davanti all’impossibilità di canalizzarlo da parte dell’opposizione di sinistra), il clima di malessere e mobilitazione è stato capitalizzato dalla destra che progressivamente ha egemonizzato l’opposizione sociale con un’impronta anti-populista.

Un terzo fattore è il golpe parlamentaredel 2016 e il rafforzamento autoritario che ne è seguito. L’ampiezza delle contro-riforme che il nuovo governo si è proposto ed il suo notevole discredito (devono esserci pochi governi al mondo che si reggono con solo il 3% di sostegno sociale) hanno condotto ad un crescente rafforzamento autoritario, che ha ottenuto risultati  successivi: intervento militare a Rio, persecuzione giudiziaria degli oppositori, detenzione di Lula senza prove, riforma politica penalizzante per le forze minoritarie e il quadro generale di un clima di crescente violenza politica (simbolicamente espressa nell’assassinio della consigliera comunale del PSOL Marielle Franco). Questa naturalizzazione progressiva di un regime autoritario è il vassoio di argento che prepara l’atterraggio del neofascismo di Bolsonaro.

D’altra parte, non bisogna sottovalutare la reazione conservatrice di frange fortemente patriarcali della società brasiliana contro il nuovo ciclo di mobilitazioni femministe che è cominciato nel 2013. La candidatura di Bolsonaro rappresenta, in parte, le paure della mascolinità egemoneminacciata dell’ondata femminista. Questo impone, come svilupperò nell’ultimo punto, nuove responsabilità e sfide per un femminismo che può trasformarsi in un movimento di massa chiave della resistenza democratica ed anti-autoritaria (come mostrarono le mobilitazioni del 29 settembre), se riesce a dotarsi di una politica di egemonia efficace nei confronti dei sempre presentisettori intermedidella società.

Infine, il quadro generale degli attuali eventi è, naturalmente, la crisi economica iniziata nel 2014 durante il governo di Dilma Rousseff, la più importante in cento anni: solo tra il 2015 e il 2016 si è registrata una caduta del 7% del PIL, il debito pubblico supera il 100% del PIL, la recessione industriale dura da quattro anni e la disoccupazione raggiunge il 13%.

La sinistra e la lotta contro il neofascismo

Qualche parola sulla posizione tattica della sinistra in questo crocevia storico. Con la dichiarazione del PSTU per il voto a Haddad, l’insieme della sinistra brasiliana si è collocato nel campo dell’anti-bolsonarismo militante. Nella sinistra argentina, invece, le posizioni sono più oscillanti. Alcune correnti di estrema sinistra mettono il PT e Bolsonaro sullo stesso piano e si pronunciano per l’astensione. In quella direzione sembravano dirigersi i principali partiti del FIT, come evidenziato in una serie di dichiarazioni e affermazioni alla vigilia del primo turno (che sono stati contestati in un testo di Claudio Katz 3/). L’impatto dei risultati del primo turno ha fatto sì che questi partiti abbiano per fortuna cambiato l’orientamento e si siano pronunciati per il voto critico al PT (con l’eccezione di IS che ha coronato la sua politica, vergognosa nella situazione brasiliana, a partire dall’appoggio al golpeparlamentare contro Dilma Rousseff ad una posizione indistinta tra il voto a Haddad e la scheda bianca al ballottaggio).

Tuttavia, le dichiarazioni delle principali forze della sinistra argentina (PO/PTS) non sono esenti da problemi seri, che mettono in evidenza l’incomprensione del pericolo che si affronta o delle strategie per combatterlo. L’appello del PO per un voto critico al PT, da parte sua, risponde esclusivamente alla volontà di “accompagnare l’esperienza delle masse” e di costituire un “ponte” con quelli che lottano con l’azione diretta contro il fascismo, come hanno ripetuto fino all’esaurimento. L’importanza di mettere un freno elettorale a Bolsonaro per mezzo del PT è completamente sottovalutata.In alcune dichiarazioni precedenti alle elezioni, Altamira ha definito l’appoggio al PT in un probabile ballottaggio contro Bolsonaro con “una sorta di vota per il tuo boia preferito” 4 /. Questo modo di ragionare cozza con il classico argomento che Trotsky oppose all’ultra-sinistrismo stalinista: “Per quelli che non capiscono, facciamo ancora un esempio. Se uno dei miei nemici mi avvelena ogni giorno con piccole dosi di veleno, ed un altro vuole spararmi da dietro, io in primo luogo strapperò la rivoltella dalle mani del secondo, ciò che mi darà la possibilità di finire con il primo. Ma questo non significa che il veleno sia un male minorerispetto alla rivoltella”. Ed aggiungeva un commento finale che potremmo indirizzare ad Altamira: A dire il vero, uno si sente un poco imbarazzato a spiegare una cosa tanto elementare!

Il dibattito con il PTS richiede una maggiore sottigliezza, benché le concezioni sottostanti non siano meno problematiche. Ripetiamo alcuni passaggi delle sue dichiarazioni: “Le forze di estrema destra scatenate per Bolsonaro, nel caso molto probabile che questo vinca le elezioni, sembrerebbero anticipare qualitativamente una sorta di governo pre-bonapartista giudiziario-militare più autoritario e reazionario che sotto il governo di Temer. (…) In quel quadro, un eventuale governo di Bolsonaro nasce già debole, ed è probabile che si  trovi contro molteplici forme di lotta di classe” 5 /. In un articolo di un altro autore di questa corrente si afferma con meno ambiguità: “Quando Bolsonaro vuole adottare privatizzazioni, legislazioni peggiorative delle condizioni di lavoro e di vita della popolazione operaia e popolare, tra altri attacchi contro i diritti democratici, delle donne e le minoranze oppresse, dovrà fare fronte alla lotta di classe (…) In un contesto di crisi politica ed economica e di polarizzazione, possiamo aspettarci grandi esplosioni sociali” 6 /.

Queste analisi non sono casuali, ma mostrano un’incomprensione ricorrente di questa corrente nella sua analisi dei caratteri della nuova estrema destra nel mondo, che consiste in questo: tendere a sottovalutare i suoi elementi fascisti e propendere a caratterizzarla in termini di bonapartismo autoritario, minimizzare i compiti di fronte unico difensivo, sottovalutare la possibile forza dei governi in questione e sognare esplosioni sociali come sottoprodotto della loro ascesa al potere, e collocare l’asse dell’analisi nella demarcazione dalle correnti riformiste o borghesi, che a volte appaiono come un ostacolo più grandedella stessa conquista del potere dell’estrema destra. Nelle loro analisi della Turchia di Erdogán 7 / o del Fronte Nazionale francese 8 / sviluppano lo stesso ragionamento.

Come cerchiamo di spiegare, Bolsonaro e la sua piccola cricca politico-militare hanno un orientamento inequivocabilmente fascista. Se la vittoria elettorale di Bolsonaro non è sufficiente per un ribaltamento definitivo verso il fascismo, sarebbe in ogni caso un passo decisivo in quel senso ed accelererebbe la dinamica fascistizzante in corso. Lungi dal favorire la mobilitazione sociale, il suo ingresso nel governo sarebbe una catastrofe ed aprirebbe la porta ad una degradazione significativa delle condizioni di lotta e di organizzazione popolare.

Bolsonaro è il nostro maggior nemico e per questo è necessario impegnarsi in una lotta elettorale senza quartiere, chiedendo senza ambiguità il voto per la coalizione del PT (ed evitare ogni cauteladi ultra- sinistra). Anche se è improbabile riuscire ad ostacolare la vittoria di Bolsonaro, è importante evitare un trionfo elettorale travolgente, per generare le migliori condizioni possibili per gli scontri futuri. Nuovamente possiamo notare che, davanti alla prova dei grandi avvenimenti, i limiti teorici e strategici si trasformano in disastri politici.

Bolsonaro e il ciclo progressista latinoamericano 

È abituale ricordare la frase classica di Walter Benjamin: “ogni conquista del potere da parte del fascismo testimonia di una rivoluzione fallita”. Se non la prendiamo in forma strettamente letterale, questa linea contiene un concetto utile per pensare le dinamiche politiche che alimentano la crescita dell’estrema destra come sbocco dello scontento popolare.

Slavok Zizek, seguendo la massima benjaminiana, ha analizzato recentemente il consolidamento di uno dei fenomeni autoritari contemporanei: il fondamentalismo jihadista nel mondo arabo. La “sua ascesa -dice Zizek – è il fallimento della sinistra, ma al tempo stesso una prova che c’era un potenziale rivoluzionario, un’insoddisfazione che la sinistra non ha potuto mobilitare. L’apice raggiunto dall’islamismo radicale non coincide esattamente con la sparizione della sinistra secolare nei paesi musulmani? 9 / Nello stesso modo in cui il fondamentalismo islamico prende forza del fallimento del panarabismo e della sinistra laica araba, l’ascesa di Bolsonaro non si può astrarre dall’eclissi dell’esperienza del PT (o, più in generale, l’avanzata della destra latinoamericana è inseparabile dei limiti del ciclo progressista)

Icona internazionale della sinistra per venti anni, il PT è stato il risultato della radicalizzazione di un settore del movimento operaio dalla fine degli anni settanta, specialmente nel triangolo industriale dell’ABC di San Paolo. In un paese con una classe operaia giovane, che faceva le sue prime esperienze sindacali e politiche, nacque la possibilità che si costruisse una rappresentanza politica indipendente dei lavoratori sulla base della forza del sindacalismo combattivo emergente. Il PT è stato per due decadi lo strumento politico dei movimenti sociali, un partito operaio di massa in cui conviveva una direzione riformista insieme al grosso delle correnti della sinistra rivoluzionaria, in un regime favorevole ragionevolmente democratico e pluralista. In quanto rappresentazione politica unitaria di una classe operaia nascente, il PT aveva alcune somiglianze con la socialdemocrazia europea di fine secolo XIX e anche la sua burocratizzazione ha presentato simmetrie abbastanza dirette 10/. In poco tempo, il PT ha ottenuto rappresentanti eletti in diversi livelli istituzionali. Sconfitto alle presidenziali in varie circostanze, il partito è andato sviluppando un’immensa presenza istituzionale. Quando arriva al governo federale nel 2002, in un contesto di smobilitazione sociale, il PT era già decisivamente cambiato ed aveva messo in campo una politica di alleanze con alcuni partiti borghesi tradizionali. Dalla campagna elettorale, sintetizzata nella sua Carta a los brasileiros, Lula dà segnali chiari ai mercati, al FMI e all’imperialismo di essere impegnato nel modello di riforme neoliberiste che essi reclamano. È il momento in cui Lula si trasforma sul piano internazionale in una figura rispettata e rivendicata dalla stampa imperialista. I segnali di delusione nei movimenti sociali e nell’elettorato urbano ed operaio diventano rapidamente visibili. Sul piano politico, la resistenza al corso social-liberale del lulismo sorge dall’interno del PT e si esprime nella rottura delle sue ali di sinistra e nella formazione del PSOL, Partito Socialismo e Libertà. Queste politiche economiche ortodosse  si combinano progressivamente con piani di assistenza sociale (Piano Famiglia, paradigmaticamente), soprattutto nel contesto della crescita economica del secondo mandato di Lula, che hanno portato il centro di gravità elettorale del partito verso il nordest povero, a detrimento della classe lavoratrice urbana. Quello che abbiamo visto nei tredici anni di governo del PT è la trasformazione di un partito classista, prodotto genuino di una radicalizzazione sindacale e democratica negli ultimi anni della dittatura, in uno strumento di gestione social-liberale dello Stato capitalista. Il penultimo capitolo di questa storia è il duro programma di aggiustamento strutturale che Dilma Rousseff ha adottato all’inizio del suo secondo mandato, con la nomina dell’economista ortodossoJoaquim Levy al ministero delle finanze. Questa aggressiva politica anti-popolare ha finito con il disarmare e smobilitare la base sociale del lulismo.

È cruciale per il prossimo periodo un bilancio rigoroso di questa esperienza. Per anni, il modello del PT si è posto come riferimento per le sinistre moderate di diverso tipo, opponendo i lenti progressi e le ampie alleanze del lulismo alla radicalità della fallita esperienza di Unidad Popular cilena o del processo bolivariano che si è sviluppato in parallelo (i quali avrebbero facilitato un’instabilità permanente o, perfino, le reazioni golpiste).

Attualmente, si è costruito un racconto da parte di un settore del progressismo latinoamericano da cui si ricava la conclusione che il problema delle esperienze moderate del petismo e del kirchnerismo è non essere stato più moderato. Questi governi sarebbero andati più lontano di quanto la società era disposta e, allora, sono rimasti senza protezione di fronte alla reazione conservatrice. Inoltre, avendo tirato fuori dalla povertà alcune frange sociali, hanno costruito una nuova classe media con accesso ad un consumo carico di desideri tipici dei settori medi (o piccolo borghesi) tradizionali e che politicamente troverebbero rappresentanza nella destra. I governi latinoamericani avrebbero costruito il loro proprio becchino: gli stessi beneficiari delle loro politiche. Si costruisce così un racconto tragico di queste esperienze, dove ogni radicalità è funzionale alla reazione ed ogni politica popolare costruisce un soggetto sociale ostile. È la gabbia di ferrodel possibilismo.

È più appropriato un altro bilancio di queste esperienze. Andare al governo da parte della sinistra, e principalmente conservare il potere di fronte ad ogni tentativo reazionario, implica lo sviluppo di una maggiore mobilitazione sociale per sconfiggere la resistenza delle classi dominanti. Ma questa forza sociale non si alimenta di promesse, bensì di conquiste sociali effettive. Ogni pressione o attacco delle classi dominanti deve condurre, allora, ad approfondire le trasformazioni sociali ed economiche perché le masse sentano concretamente l’allargamento dei diritti e delle conquiste, con l’obiettivo di consolidare l’appoggio sociale e preservare il potere. Le lezioni storiche si mostrano inappellabili su questo aspetto. Afferma Daniel Bensaïd al riguardo:

Il Partito Comunista Vietnamita (PCV) lo sapeva molto bene; per questo, per preparare l’offensiva contro le truppe francesi in Dien Bien Phu nel 1954, lanciò una campagna di estensione della riforma agraria nei territori liberati. La stessa cosa nella rivoluzione russa, la resistenza all’aggressione delle potenze capitaliste europee e alla controrivoluzione interna durante la guerra civile, portò molto rapidamente alla radicalizzazione del contenuto sociale della rivoluzione, la rottura con la borghesia, la statalizzazione dei mezzi di produzione, le differenziazioni di classe nelle campagne, etc. Questa lezione si è vista confermata dalle rivoluzioni sconfitte come quella cinese del 1926-27, o da quella vittoriosa della Cina in 1949, quella vietnamita, cubana, e più recentemente quella del Nicaragua 11 /.

Anche la lunga lista di esperienze popolari sconfitte in America Latina conferma, in negativo, questa prospettiva. In una infinità di occasioni, la risposta di un governo che si proponeva trasformazioni progressive, dinanzi alle resistenze delle classi dominanti, è stata quella di cercare la conciliazione, mettere da parte le riforme sociali o cercare di allargare la base di sostegno politico [aprendo]  a partiti borghesi o militari di opposizione. Tuttavia, ogni passo avanti della destra serve a preparare quelli successivi. In Cile, il governo di Allende avrebbe potuto appoggiarsi alla mobilitazione popolare che si sviluppò contro le offensive reazionarie (i Cordones Industriales, i Comandos Comunales, le Juntas de Abastecimiento Popular) soprattutto, dopo il tentativo di colpo di Stato (il tancazo) di giugno di 1973. Tuttavia, optò per ratificare la sua obbedienza alla legalità borghese, per rafforzare la partecipazione dei militari al suo gabinetto e per offrire rassicurazioni costituzionali all’opposizione, guidata dalla D.C. , obbligando al disarmo i lavoratori dei Cordoni Industriali. Tutti conoscono la conclusione tragica di questa strategia 12 /..

La stessa esperienza del peronismo storico è ricca, in due sensi. Da una parte mostra ancora una volta che essere protagonista di un significativo processo di trasformazione a favore della classe lavoratrice porta ad assumere durevolmente caratteri di identità operaia, ciò che spiega perché [il peronismo] sia stato il riferimento politico predominante nella mobilitazione delle masse per quasi due decenni. Allo stesso tempo, la flessibilità di Perón, che aveva tentato di applicare politiche di aggiustamento strutturale dal 1952 per affrontare la crisi economica, non fu sufficiente per le classi dominanti che passarono in maggioranza al campo del golpismo.

Non si tratta di ridurre un processo di cambiamento sociale e politico ad una radicalizzazione ininterrotta, infantile o irresponsabile. I rapporti di forza sociali contano. Per esempio, la maggior parte delle esperienze rivoluzionarie nei paesi periferici hanno contato su accordi puntuali con settori borghesi (senza cedere loro la conduzione del processo) 13 /.Sia a Cuba che in Nicaragua, il momento di ascesa degli eserciti guerriglieri incluse compromessi episodici con settori borghesi, con l’obiettivo comune di sconfiggere i regimi militari.

Per sconfiggere la dittatura di Batista – scrive Bensaïd –  Fidel Castro fece un patto limitato con settori borghesi che definì “ una strategia comune per abbattere la dittatura con l’insurrezione armata”. Ma alla caduta del dittatore, Castro consolidò attorno all’esercito ribelle le basi del potere rivoluzionario fuori da ogni controllo degli organi formali del governo appena installato ed integrato da dirigenti borghesi. A misura che il processo rivoluzionario avanza, e si approfondisce, che si sviluppa la riforma agraria, che si costituisce l’esercito rivoluzionario, i rappresentanti della borghesia si ritirano l’uno dopo l’altro, per passare all’opposizione aperta e alla controrivoluzione 14 /.

In Nicaragua, anche settori legati all’opposizione liberale a Somoza collaborarono nel momento della vittoria del sandinismo, ma passarono rapidamente all’opposizione dopo la conquista del potere e nella misura in cui il processo avanzava senza concessioni (questa rottura con la borghesia si consolidò con il ritiro di Chamorro dal Governo nel 1980). La storia del processo bolivariano mostra ugualmente questa dinamica. Settori di partiti tradizionali accompagnarono inizialmente il governo, ma Chávez rispose ad ogni pressione o aggressione della borghesia o dell’imperialismo con un contro-golpe sostenuto dalla mobilitazione delle masse, e questo spinse rapidamente i settori borghesi o incerti all’opposizione. Probabilmente l‘impasseattuale del governo venezuelano ha radici nel fatto che questa dinamica di radicalizzazione si è esaurita o ha perso slancio (e nella stagnazione guadagnano terreno i settori burocratici e legati alla boliborghesia).

Uno sguardo rapido al paesaggio geopolitico latinoamericano mostra, dunque, una tendenza rilevante per i nostri dibattiti strategici: le esperienze radicali del Venezuela e della Bolivia, nonostante abbiano affrontato le ostilità più aggressive (golpe militari, tentativi separatisti, attacchi insurrezionali) sono quelle che arrivano ad avere il maggior sostegno e penetrazione nelle classi popolari. La sinistra erbivora[così definita da Vargas LLosa,ndt] del Brasile, Argentina, Ecuador, Honduras o Paraguay (un caso peculiare è quello del Frente Amplio uruguaiano), che sognava [di vincere] con la forza della sua moderazione, le sue alleanze ampie e la sua politica di conciliazione con la borghesia, ha mostrato rapidamente la sua notevole debolezza di fronte alle pressioni delle classi dominanti.

Anni ‘30 in fotocamera lenta? 

Una piccola digressione sulle caratteristiche generali del periodo storico in corso. Negli anni novanta, il trotskista palestinese-britannico Tony Cliff affermò che si era aperta una tappa che si poteva definire “gli anni ‘30 in fotocamera lenta”. La formula aveva molte limitazioni. Fondamentalmente ignorava il significato del ciclo che si apriva con la disarticolazione del campo socialista e l’offensiva neoliberista contro la classe lavoratrice: una sconfitta storica che avrebbe rimosso per un lungo tempo l’idea di un’alternativa socialmente vivibile al capitalismo. Difficilmente si potrebbe parlare, dunque, di una minaccia rivoluzionaria da parte della classe operaia, come quella che caratterizzò la polarizzazione politica degli anni ‘30.

Tuttavia, se ammettiamo la tendenza, propria delle analogie storiche, a far risaltare più le similitudini che le differenze, possiamo notare che, a dispetto di tutto, la formula contiene un po’ di verità. Nel tempo di una nuova crisi storica del capitalismo, assistiamo alla lenta eclissi di un mondo. Ad un ritmo meno accelerato di quello degli anni ‘30, vediamo erodersi lentamente un certo equilibrio social-politico, con le sue rappresentazioni politiche, le sue concezioni ideologiche, le sue concezioni del mondo. Nello spazio lasciato dal declino dei partiti tradizionali che hanno gestito il capitalismo dal dopoguerra, emergono nuovi fenomeni politici, molti dei quali mostruosi. A dispetto delle nuove lotte sociali, la spirale di sconfitte della classe lavoratrice non si è interrotta, perciò i rapporti di forza sociali e politici favoriscono l’estrema destra come sbocco dello scontento sociale. Ma abbiamo visto anche apparire negli ultimi anni nuove formazioni della sinistra radicale che mostrano che per la sinistra è vitale intraprendere una battaglia per il tipo di risposta politica da dare alla crisi in corso.

Il capitalismo è cambiato dopo tutte le sue grandi crisi (1873, 1930, 1973). In ogni occasione si è trattato di profonde trasformazioni che non riguardarono solamente il terreno esclusivamente economico bensì l’articolazione dell’insieme del sistema capitalista, implicando cambiamenti nel campo politico, istituzionale ed ideologico. L’imperialismo che emerge dalla crisi del capitalismo del libero commercio alla fine del secolo XIX, in ogni caso, non si limitò al consolidamento del capitale monopolista a livello internazionale, ma implicò la nascita di una nuova forma statale, più interventista, e dei cambiamenti ideologici e culturali corrispondenti. Non sappiamo che mondo troveremo alla fine dell’attuale crisi, ma per il momento possiamo notare che il rafforzamento statale autoritario è una delle grandi tendenze contemporanee. Gli USA di Trump, la Russia di Putin, la Cina neoliberista-stalinista, la crescita dell’estrema destra in Europa Occidentale (la culla della democrazia sociale), il fondamentalismo islamico in Medio Oriente, sono esempi di un mondo che diventa ogni giorno più ostile. Sul finire degli anni settanta, autori marxisti come Poulantzas annunciavano il consolidamento di una “statalismo autoritario” come forma di governo normale del capitalismo. Tuttavia, il neoliberismo in ascesa ha potuto articolarsi con forme consensuali di dominio politico e si è appropriato interamente del significante flottantedi democrazia. Di fronte alla caduta del muro di Berlino e la disarticolazione del campo socialista, il capitalismo trionfante diede per concluso il secolo degliestremismi e si catalogava nel campo dei vincitori della disputa secolare tra democrazia e totalitarismo. Il matrimonio tra l’economia di mercato e la democrazia liberale si presentava allora come fine della storia. Ora, nell’epoca della crisi di egemonia del capitalismo neoliberista, stiamo assistendo allo sviluppo del capitalismo con valori asiatici, dei quali è solito parlare Slavoj Zizek?

La democraziaè stata il significante dominante della vita sociale a partire dal dopoguerra. Chi non rivendicava per sé l’appellativo di democratico, sia contro il totalitarismo comunista, da parte dei liberali, sia contro il dispotismo di mercato, da parte della sinistra? Sembrerebbe ora che l’esigenza diordine possa disputare il trono alla democraziacome aspirazione sociale dominante, in un mondo minacciato dall’instabilità lavorativa, l’insicurezza sociale, l’anomia mercantile? Non si converte, allora, la lotta per la democrazia in quella che nella tradizione trotskista si chiamarivendicazione transitoria, sempre più in contrasto con le necessità politiche ed istituzionali per la riproduzione del sistema sociale? Non si indebolisce, dunque, il patto egemonico siglato negli anni ottanta tra neoliberismo e democrazia? C’è una forte sensibilità democratica nell’ultimo ciclo di mobilitazioni di massa (15M e Indignados, primavera araba, lotte femministe) che può acquisire pertanto un maggior contenuto di sfida e destabilizzazione in un capitalismo crescentemente autoritario. Può darsi, allora, che si riuniscano le condizioni egemoniche per una politica di emancipazione che sfrutti la contraddizione tra capitalismo e democrazia e mostri la sinistra radicale non solo come sostenitrice di una rottura anticapitalista, ma come la più conseguente linea di difesa delle istituzioni democratiche attualmente esistenti.

Vari studi mostrano che le più dure lotte operaie di fine secolo XIX non traevano la forza tanto dalla dimensione utopistica del socialismo, quanto dalla difesa delle identità e delle forme lavorative che venivano sradicate dall’estendersi travolgente dello sfruttamento del lavoro capitalista (il lavoro artigianale, fondamentalmente). Una “avanguardia operaia -dice Ranciere – che pensa ed agisce non per preparare un futuro nel quale i proletari avrebbero raccolto il lascito di una grande industria capitalista formata con l’esproprio del suo lavoro e della sua intelligenza, bensì per fermare il meccanismo di quell’esproprio”. Da queste lotte inizialmente difensive,che rimpiangevano un mondo che non sarebbe ritornato (quello del produttore autonomo artigianale) sorse l’unione tra il movimento operaio ed il socialismo. Nella relazione tra capitalismo, democrazia e socialismo forse dovremmo concepire una dialettica simile: solo la lotta anticapitalista può difendere le conquiste di civilizzazione del nostro tempo (stato di diritto, libertà civili, diritti politici, pluralismo) dalla minaccia dell’evoluzione autoritaria del capitalismo.

L’antifascismo nell’ attuale periodo storico

Indignazione, ira, ripugnanza? Sì, ed anche stanchezza momentanea. Tutto questo é umano, molto umano. Ma mi rifiuto di credere che lei è caduto nel pessimismo. Questo equivale ad offendersi, passivamente e miserevolmente, con la storia. Come è possibile? Bisogna prendere la storia come si presenta, e quando questa si permette oltraggi tanto scandalosi e sporchi, dobbiamo combatterla coi pugni.

Leone Trotsky

Se oggi il fascismo sta avanzando in Brasile non è perché la classe operaia sia già sconfitta. Le classi dominanti stanno cercando una ristrutturazione sociale ed economica a grande scala, che arrivi ad un ampio incremento delle condizioni di sfruttamento della forza di lavoro e permetta un nuovo inserimento, più competitivo, del Brasile nel mercato mondiale. Perciò hanno bisogno di infliggere una sconfitta duratura alle classi popolari. Abbiamo davanti un’intensa lotta di classe e la conclusione non é definita in anticipo. Anche le difficoltà e le tensioni di un futuro governo di Bolsonaro saranno molte. Qualunque sia il risultato elettorale del secondo turno, è necessario mettere in marcia un grande movimento sociale antifascista. Possiamo recuperare, perciò, la memoria della lotta democratica, anti-dittatoriale e per i Diritti Umani dell’America Latina, o le tradizioni antifasciste europee, consapevoli anche che affrontiamo fenomeni nuovi che meritano nuove risposte.

Lottare in stradanon significa solamente organizzare manifestazioni nelle strade. Significa dispiegare in tutta la sua potenzialità la capacità di resistenza nel campo sociale, costruire un potere democratico e popolare, una cultura di solidarietà contro il razzismo e l’autoritarismo, conquistare trincee nella società civile (nei sindacati e i luoghi di studio, secondo il solito, ma anche nel cristianesimo di base, negli ambiti sociali delle classi medie, nella cultura).

Sulla soglia di tempi incerti, e in mancanza di conclusioni definitive, è necessario iniziare una riflessione su una componente centrale di ogni lotta antifascista contemporanea: il nuovo ciclo di lotte femministe. Non bisogna sottovalutare il fatto che la maggioranza delle estreme destre emergenti vede in quello che chiamano ideologia di genereun avversario da sconfiggere. Rispetto a ciò, circolano già visioni  colpevolizzanti che identificano il femminismo come responsabile dell’ascesa della destra radicale. E’ un tipo di ragionamento non nuovo: il famoso storico conservatore Ernst Nolte considerò il fascismo classico come una “reazione difensiva” legittima alla “guerra civile europea” iniziata nel 1917 dalla “barbarie asiatica del “bolscevismo”. Questi analisi colpevoliste, semplicistiche e smobilitanti non apportano gran cosa. Ciò non toglie che il femminismo si è trasformato in movimento di massa centrale nelle nostre società e questo lo pone di fronte a nuovi dilemmi tattici e strategici 15 /.

E’ passato inosservato, ma un sinistro personaggio della giovane destra alternativaargentina (Agustín Laje) ha affermato recentemente: “la disubbidienza dei giovani li farà andare contro l’ideologia di genere” e poi ampliando il concetto, “l’ideologia di genere rappresenta lo statu quo e questo va contro ciò che significa essere giovane” 16 /.

Al nostro orecchio, sembra semplicemente una frase bizzarra di un lunatico conservatore. Ma se dobbiamo smettere di sorprenderci per fenomeni come Trump, il No in Colombia, la Brexit anti-migranti, il nuovo governo italiano o Bolsonaro, forse dobbiamo anche valutare la possibilità che questi nuovi personaggi popolari stiano esprimendo tendenze latenti nella nostra società che non riusciamo a captare con facilità.

L’Alt Rigthnordamericano è uno dei movimenti emergenti che hanno contribuito alla vittoria di Trump e dal quale proviene Steve Bannon (specie da architetto internazionale della nuova estrema destra e consigliere attuale di Bolsonaro). In un eccellente testo su questo nuovo fenomeno 17 /, Marcos Reguera ha ricordato che Milo Yiannopoulos, uno dei massimi riferimenti del movimento, ha illustrato l’ipotesi che attualmente “la nascita dell’ Alt Rightrisponderebbe agli stessi motivi della ribellione dei giovani del maggio del ‘68: un movimento contestatore nei confronti di una società moralista in cui l’orizzonte di aspettative della gioventù è insoddisfacente, e questo incoraggia una rivolta contro le norme stabilite”. E per avvalorare questa ipotesi provocatoria, ha aggiunto (mi permetterò una estesa citazione):

Negli ultimi decenni abbiamo visto sorgere e consolidarsi movimenti contro la discriminazione, il razzismo e a favore dei diritti delle donne e della conquista del loro legittimo posto nella società. Questi movimenti sono stati e sono fondamentali nella costruzione di una società migliore. Ma insieme alle conquiste necessarie, si sono andate diffondendo in alcuni casi forme e modelli moralisti ed intransigenti, trasformando parte di un movimento molto necessario nella sua radicalità in una crociata morale. La conseguenza di questo, in una società che continua ad essere profondamente maschilista, omofoba e razzista (nonostante i passi in avanti) è stata duplice: una sollevazione utilizzata da movimenti reazionari e la perdita crescente di simpatia del grande pubblico verso quelle persone che approvano il femminismo e l’antirazzismo per convenzione e non per convinzione (che continuano ad essere maggioritari).

Malgrado il femminismo, l’antirazzismo o la tolleranza verso la differenza non siano ancora valori genuinamente egemoni nella nostra società, nei mezzi di comunicazione  predomina una versione convenzionale e superficiale degli stessi che, insieme ad un atteggiamento sempre di più intransigente e meno dialogante di alcuni dei militanti più attivi di detti movimenti, ha generato un’ondata di rifiuto crescente verso queste idee, formandosi così un brodo di coltura propizia ad una nuova estrema destra. Ed è in questo contesto che è sorta una nuova mentalità tra molti giovani di una lotta ribelle contro quello che essi identificano come il pensiero del politicamente corretto. La convenzione culturale che, a loro giudizio, maschera il principale problema sociale, che è la sparizione della società bianca ed “europea”/americana, la loro società, l’unica che credono capace di offrire loro un futuro.

Pertanto Milo non si sbaglia del tutto quando segnala che il movimento dell’ Alt Rightè una risposta simile a quella dei giovani del maggio del ‘68. Gli uni si ribellarono contro la società moralista conservatrice del dopoguerra, mentre gli altri si ribellano contro la moralizzazione della lotta per la giustizia sociale. Ambedue si ribellano contro il pensiero convenzionale del loro momento storico in nome della libertà: nel ‘68 producendo una sinistra alternativa, una versione del comunismo antiautoritario; nel 2016 una destra alternativa che, nelle sue parole,dice di lottare contro il totalitarismo e la censura del politicamente corretto.

Reguera descrive un fenomeno dell’estrema destra nordamericana le cui somiglianze con altre esperienze sono limitate. Ma ci si può ricordare di Miloquando si vede la forte componente giovanile tra i simpatizzanti di Bolsonaro, in quella che sembrerebbe essere una manifestazione (mostruosa) della tradizionale ribellione giovanile ed antisistema. Se il fascismo si differenzia da altri movimenti reazionari o autoritari perché indossa la veste della ribellione (contro i politici, le finanze, le élite, etc.) e questo gli permette di capitalizzare frustrazioni sociali di diverso tipo (con l’economia, con le norme culturali repressive) e adottare un’agenda libertaria, la tendenza della sinistra-liberale verso una moralizzazione e un atteggiamentopunitivo simbolico della vita sociale gli prepara il terreno.Se ogni società si dota di certe concezioni morali implicite (ed è corretto lottare, naturalmente, perché si condanni socialmente la violenza maschilista, per esempio) questo non significa che la sinistra ed i movimenti sociali debbano concepire la loro lotta come una persecuzione moralizzante, più che come una pratica di liberazione.

Trovandoci ad affrontare la comparsa di una reazione anti-femminista in frange rilevanti della popolazione (in Argentina siamo ora testimoni di una controffensiva conservatrice dopo la sconfitta nella lotta per la legalizzazione dell’aborto, che comprende aggressioni fisiche, ostilità all’educazione sessuale e perfino interventi diretti contro aborti non punibili), possiamo domandarci: quali conseguenze per il dibattito strategico disegna questo scenario, dove il femminismo ha un impatto di massa e, allo stesso tempo, incominciamo a combattere con una controffensiva conservatrice e patriarcale?

È possibile che il movimento femminista, avendo raggiunto un’ampiezza sconosciuta in periodi anteriori, stia affrontando lo stesso problema con cui si scontrarono il movimento operaio e la sinistra rivoluzionaria in momenti critici. Negli anni settanta, Ernest Mandel utilizzava il concetto, un po’ contraddittorio, di avanguardia di massaper descrivere l’ampio settore sociale che si mobilitava nelle lotte ricorrenti nel mondo in quegli anni (ricordiamo lo sciopero generale di 10 milioni di lavoratori in Francia nel maggio-giugno del ‘68, l’offensiva del Tet in Vietnam, le ribellioni antiburocratiche nell’Est Europa, le rivolte operaie e studentesche in America Latina, il movimento nero negli USA).

Il peso sociale di questa avanguardiapoteva trovare un parallelo solo nella classe operaia e la sinistra marxista degli anni venti (spinta dalla forza propulsiva della rivoluzione di ottobre e del ciclo rivoluzionario che allora si presentò in vari paesi europei). In questi casi, la forzarelativa del campo rivoluzionarioè, a volte, la maggiore fonte di rischi: la sopravvalutazione della propria forza, la sottovalutazione del nemico e, pertanto, la sottovalutazione dei compiti verso i settori intermedidella società, che bisogna guadagnare e non regalare alla reazione. Negli anni venti, per esempio, in frange importanti del movimento rivoluzionario si svilupparono settori che formularono la teoria dell’offensiva(lo stesso Luckacs fu uno dei suoi propulsori) e portarono a termine tentativi putchistiche cercarono di emulare la rivoluzione bolscevica in congiunture differenti e per mezzo di avventure di gruppi minoritari. Come mostrano numerosi studi, il forte movimento operaio e la sinistra rivoluzionaria di quegli anni non poterono raggruppare dietro la loro leadership i settori pauperizzati della piccola borghesia ed i settori medi, e questo fece strada all’emergere del fascismo. Senza andare più lontano, dal bilancio della sconfitta dei consigli in Italia in questo periodo nasce la riflessione gramsciana sull’egemonia, il termine della tradizione marxista che cerca di rispondere a questa questione strategica (nel suo contesto, si riferiva alla questione meridionale, alla relazione tra la classe operaia del nord ed i contadini del sud).

Oggi il femminismo è un’avanguardia di massa che può svolgere un ruolo strategico nelle lotte democratiche ed anti-autoritarie. Questa centralità pone il movimento di fronte ad una nuova tappa. Nessuna lotta si dà tra blocchi interamente pre-definiti e compatti (borghesia contro proletariato, femminismo contro patriarcato). L’asse di ogni combattimento è precisamentela conquista della maggioranza, cioè, ottenere la leadership di frazioni sociali eterogenee. Non basta riconoscere che la reazione patriarcale è un sottoprodotto dei progressi della lotta femminista. Bisogna dibattere strategicamente come sconfiggere questa reazione. E perciò è necessario rinforzare la politica femminista nei confronti deisettori intermedi, titubanti, sempre presenti in una dinamica di tensione sociale e politica. Cioè, lottare per l’egemonia. Per affrontare le versioni sempliciste e colpevoliste, e la controffensiva patriarcale, è necessario approfondire la riflessione strategica su questi temi.

Judit Butler, in una discussione con Ernesto Laclau e Slavoj Zizek, fece un’osservazione interessante a proposito della relazione tra la lotta di genere e la questione dell’egemonia.  Laclau tratta dell’immaginario democratico derivante della modernità (uguaglianza, libertà, universalismo, diritto, cittadinanza) come un significante vuotoed esorta ad intraprendere, contro neoliberisti e conservatori, una lotta egemonica per il suo contenuto. Relativizzando questa concezione, Butler afferma che non è sempre “necessario occupare la norma dominante per produrre una sovversione interna dei suoi termini. A volte è importante respingere i suoi termini, lasciare che il termine stesso sparisca, togliergli la sua forza (la sottolineatura è mia). E, prosegue  Zizek, non necessariamente si tratta di accettare “l’orizzonte democratico liberale predominante (democrazia, diritti umani e libertà…)” (…) per intraprendere “una battaglia egemonica al suo interno”, esiste anche la strada alternativa di “rischiare il gesto opposto e respingere  i suoi termini stessi” (2003). Penso che buona parte dell’attivismo della dissidenza sessuale ed il femminismo si fondano legittimamente su questa seconda via (“non-egemonica): pratiche di “auto-affermazione” (Foucaul), o performative e decostruttive (Butler). Da queste considerazioni potrebbero ricavarsi, in un’analisi meno frettolosa, conseguenze utili per ogni politica di emancipazione.

Tuttavia che la lotta femminista non si riduca alla lotta per l’egemonia non significa che possa esserci lotta femminista che non sia anche, in una certa misura, una lotta egemonica. La dimensione egemonicadella politica di emancipazione risponde a caratteristiche strutturali che definiscono la modernità capitalista. Il capitalismo, a differenza delle società premoderne, non giustifica la sua dominazione per mezzo di un universo compartimentalizzato di rappresentazioni per i differenti strati sociali che giustificano e naturalizzano gerarchie infrangibili. Al contrario, si legittima nell’uguaglianza universale, postulata in e per tutta la società.

Contro quello che il discorsivismopostmarxista sostiene, questo risponde alle caratteristiche stesse del capitalismo in quanto “relazioni mercantili di sfruttamento” (Salama Hai Hac) e alla rottura moderna con le forme di dipendenza personali pre-capitaliste. Lo sfruttamento capitalista non si fonda, quindi, sull’estrazione diretta ed extra-economica di una parte della ricchezza generata dai produttori (come succedeva con i contadini feudali), bensì nell’appropriazione in denaro attraverso il mercato (il regno “della libertà e della uguaglianza”), cioè, dipende dal sorgere di quella figura storicamente inedita che Marx denominò “lavoratore libero”. Fino ad un certo punto e in una certa forma, il capitalismo è, letteralmente, una forma di sfruttamento basata sull’uguaglianza, perché richiede l’uguaglianza giuridica tra capitalisti e proletari. A differenza di tutte le società pre-moderne (che si legittimavano nei discorsi e concezioni del mondo religioso o cosmologie apertamente gerarchiche), il capitalismo si legittima nell’universalismo, nei diritti umani, nella libertà ed il diritto uguale per tutti. Questo fa sì che offra contenuti simbolici (la democrazia, la cittadinanza, l’uguaglianza) che non sono automaticamente riferibili ad una classe, come nelle società precapitaliste, ma possono essere riarticolate in progetti di classe contraddittori.

L’egualitarismomoderno converte, allora, la lotta per l’egemonia in una grammatica generale della politica di emancipazione. Cioè, ogni lotta deve, in qualche misura, conquistare la “direzione morale ed intellettuale” delle classi subalterne (per utilizzare l’espressione classica di Gramsci) per mezzo della riarticolazione e riappropriazione dei significanti egualitari moderni. E, a sua volta, l’egemonia non può essere, meramente, un fatto culturale, immateriale, ma deve oggettivarsi in istituzioni e pratiche sociali, cioè, trascriversi in termini giuridico-politici (questo lo diceva già Gramsci quando affermava che l’egemonia si cristallizzava col “divenire Stato” della classe operaia). Se nessuna lotta si riduce alla sua trasposizione giuridica (conquistare diritti legalmente riconosciuti), nessuna lotta può prescindere da questa dimensione (neanche la lotta per la rottura rivoluzionaria con l’ordine esistente).E per porci pienamente su un terreno egemonico è necessario parlareil linguaggio dell’universale, appropriarci del mondo nella sua totalità per ridescriverlo in termini emancipatori. Alla società del capitalismo e del patriarcato non possiamo altro che opporre un nuovo universalismoche includa le particolaritàattualmente oppresse (di classe, di genere, di razza). Queste tematiche, la relazione tra l’egualitarismo moderno e la lotta femminista, la contraddizione tra democrazia e capitalismo, il recupero dell’ “universalismo” in chiave emancipatoria (contro le politiche dell’identità che si generalizzarono negli anni novanta) meritano un lavoro serio e sistematico che non si è ancora fatto,ma almeno sappiamo in che direzione dobbiamo muoverci[19].

Sulla questione politica

La centralità della lotta sociale unitaria non deve farci perdere di vista che c’è un aspetto essenziale della lotta antifascista che si pone sul terreno politico. Conoscendo le limitazioni delle esperienze progressistelatinoamericane, per quali vie costruire una sinistra radicale post-progressista che possa stare all’altezza delle necessità di questo periodo? E, più specificamente, quale relazione stabilire con le esperienze progressiste, ora in declino relativo? Oggi i settori principali delle classi dominanti si mostrano ostili al ritorno di queste esperienze al potere. Nonostante le concessioni, arrivati ad un certo punto le classi dominanti vogliono tutto il potere e prescindere da mediazioni ambigue che restano piuttosto condizionate da compromessi sociali. Come abbiamo detto, la natura stessa di questi governi ha aperto la porta alla reazione conservatrice. L’attuale offensiva di destra ed autoritaria in Brasile è spiegabile solo a partire dalla delusione dell’esperienza del PT. A loro volta, le classi dominanti sembravano avere bisogno di un’ambiziosa ristrutturazione economica e sociale, che richiede di colpire frontalmente i diritti sociali e lavorativi e subordinare in maniera duratura le classi subalterne. Per tale programma, il progressismonon sembrerebbe, in via di principio, lo strumento politico più adeguato. Benché le dinamiche trasformiste, per utilizzare l’espressione di Gramsci, possono sempre sorprenderci nella capacità di fare mutare la funzione delle forze politiche. Per fare due esempi storici: il PCI del compromesso storico o il PCF del programma comuneerano grandi partiti di massa, radicati fortemente nel movimento operaio. E questo tipo di controllo burocratico di frazioni di massa è stato, precisamente, una delle maggiori virtù che questi partiti potevano offrire alle classi dominanti. Un controllo burocratico del movimento operaio è un strumento efficace per fare sì che le masse accettino passivamente certe politiche per mezzo di leadership che quelle stesse masse sentono come proprie. L’attuale governo di Syriza, applicando un piano di austerità più aggressivo di quello dei suoi predecessori conservatori, come il peronismo degli anni novanta o il primo mandato del PT sono casi di studio, rappresentativi di questa dinamica.

Orbene, la dinamica di avanzamento fascista ed il passaggio del PT all’opposizione, sembra riconfigurare il contesto. Dietro l’appoggio sociale ed elettorale al PT si esprime un’aspirazione sociale difensiva legittima di porzioni rilevanti della società, con la quale la sinistra radicale deve stare in contatto permanente. Dobbiamo sviluppare un ampio fronte unico di opposizione all’offensiva conservatrice che si esprime in questo caso, naturalmente, nella lotta unita per il voto a Haddad nel secondo turno.

Ma il fatto che la borghesia esprima ostilità verso queste formazioni, le trasforma in veicoli legittimi per la lotta politica che dobbiamo fare? Qui le cose si fanno più complesse. Il ruolo del PT può essere enormemente ambiguo nel nuovo ciclo politico. Da una parte, il tipo di compromesso socialeo il grado di autonomia politica che si condensa in esso potrebbero risultare, nel caso arrivasse al potere, frenante o fino ad un certo punto destabilizzante per le necessità delle classi dominanti. Nel caso limite dell’elezione attuale, il PT si trasforma direttamente nello strumento elettorale per bloccare la fascistizzazione, benché la lotta antifascista non possa ridursi alla questione elettorale, come pretende lo stesso PT. Questo sarebbe un suicidio dato l’enorme potere politico accumulato dall’estrema destra brasiliana. Se si desse l’improbabile caso che Bolsonaro perdesse le elezioni nel secondo turno, si aprirebbe una situazione incerta ed instabile in cui il movimento di massa avrebbe l’ultima parola. Allora, sebbene svolga un ruolo, per il momento, destabilizzante di fronte alle classi dominanti, tuttavia, il PT continua a ricoprire un ruolo “stabilizzatore” in relazione alle classi popolari. La mancanza di fondamento nella mobilitazione di massa gli permette di continuare a svolgere un eventuale ruolo di contenimento socialecon il quale pretende di essere opzione di staffetta per le classi dominanti, nel caso che la crisi obblighi a ribaltamenti politici bruschi.

In Argentina abbiamo un esempio storico classico per pensare questo ruolo paradossale di certe leadership riformiste-borghesi. Il peronismo storico ad un certo momento si trasformò in un ostacolo per il tipo di ristrutturazione capitalista di cui le classi dominanti avevano bisogno. Di qui il colpo di Stato militare contro Perón e 18 anni di proscrizione politica per il peronismo. Quell’ostilità borghese verso Perón fece estendere nella gioventù radicalizzata degli anni sessanta e settanta l’idea che il suo ritorno al potere era il mezzo per la liberazione nazionale (o, direttamente, per la rivoluzione socialista). Se finalmente Perón tornò al potere fu perché il livello di tensione sociale e politica raggiunto nell’infiammata Argentina di quegli anni, avvicinandosi a condizioni pre-rivoluzionarie dopo dell’insurrezione operaia di Cordova nel 1969, era più pericoloso del ritorno al governo di una leadership nazionalista borghese. Infatti, Perón tornò con il mandato di neutralizzare la pentola a pressione che l’Argentina era diventata, e fu uno strumento leale di quella causa: simbolizzata nell’espulsione dalla piazzadel peronismo rivoluzionario nel 1974 e nell’organizzazione della banda paramilitare delle Tre A (Alleanza Anticomunista Argentina) contro la sinistra peronista e la militanza rivoluzionaria in generale. Dall’ostilità borghese verso l’ “hecho maldido” (fatto maledetto) del peronismo non derivò, dunque, il ruolo progressista di quella leadership. Ma, d’altra parte, nessuno che si proponesse di sviluppare una politica rivoluzionaria in quegli anni poteva ignorare la necessità di costituire un sistema di  vasi comunicanti con le masse peroniste, soprattutto con i suoi settori combattivi.

Il progressismo attuale sta molto lontano dal livello di penetrazione nella classe operaia del peronismo storico, ma ugualmente si possono trovare lezioni utili in quell’esperienza. Essa mostra la necessità del fronte unico, della lotta unita contro il nemico comune, come modo di gettare ponti con i settori di massa influenzati da quelle forze politiche. Ma anche, e in forma drammatica, mostra la necessità di non farsi illusioni nelle sue leadership per il solo fatto che non siano i prediletti delle classi dominanti in una certa congiuntura.  Poiché, dinanzi alla pressione della borghesia, questi partiti e leadership non fanno mostra  di radicalizzazione, ma di moderazione e conciliazione, siamo obbligati ad affrontare il difficile compito di costruire una sinistra post-progressistache respinga la conciliazione di classe, e combini un’ampia unità di azione (anti-neoliberista, antifascista) con la costruzione di uno strumento politico disposto a lottare frontalmente contro le classi dominanti. L’esperienza del PSOL, a dispetto delle sue difficoltà, indica  un’ipotesi di ricomposizione politica possibile. Questi ultimi mesi hanno mostrato con chiarezza l’utilità della sinistra radicale nella congiuntura brasiliana, in prima linea nella mobilitazione di massa antifascista, della manifestazione delle donne e della lotta elettorale per sconfiggere a Bolsonaro.

Il capitalismo latinoamericano ed internazionale sta entrando in zone incerte e tormentose. La lotta contro la barbarie ha smesso di essere una consegna iconica dell’origine della tradizione socialista, per trasformarsi intempestivamente in una battaglia urgente del nostro tempo. Il neofascismo non è invincibile, dipende dalla lotta.

Note:

1/ Per l’analisi dell’estrema destra attuale, specialmente nel caso del Fronte Nazionale francese, cfr.Palheta, Ugo, La possibilité du fascisme: France, la trajectoire du desastre, Éditions La Découverte, 2018.

2/ Valerio Arcady, referente di Resistencia, corrente interna del PSOL, é stato uno dei pochi dirigenti marxisti che hanno allertato sistematicamente contro il pericolo del neofascismo in Brasile. V.la sua pregevole serie di articoli nella Revista Forum

 https://www.revistaforum.com.br/colunistas/valerioarcary/

3/ Cfr. Katz, Claudio, Contra Bolsonaro en las calles y en las urnas, Viento sur,

https://vientosur.info/spip.php?article14226

4/ Cfr. Altamira, Jorge, Scioli, Correa, Lula y Bolsonaro, Página 12, 2-10-2018.

5/ Cfr.Matos, Daniel, Bolsonaro: ¿fascismo o bonapartismo?

http://laizquierdadiario.com/Bolsonaro-fascismo-o-bonapartismo?id_rubrique=1714

6/ Cfr. Alcoy, Philippe, L’extrême-droite en force au premier tour. Où va le Brésil ?, http://www.revolutionpermanente.fr/L-extreme-droite-en-force-au-premier-tour-Ou-va-le-Bresil

7/ Al riguardo  si può leggere “Bonapartismo frágil en Turquía”, in cui si afferma, con lo stesso schema di incomprensione: “l’orientamento bonapartista, che si suppone debba portare a termine la riconfigurazione e, pertanto, la stabilizzazione del blocco di potere, paradossalmente  accelera la dissoluzione dell’architettura istituzionale dello Stato. Le purghe massicce in corso, e l’instabilità politica fanno sì che la riorganizzazione burocratica del blocco di potere sia eccessivamente difficile e rischiosa. I sanguinanti attentati ed esplosioni che accadono ogni due settimane, l’assassinio dell’ambasciatore russo, il massacro in un club notturno nella notte di fine anno, si combinano per ritrarre l’immagine di un Stato profondamente frammentato e quasi fallito.”

https://www.laizquierdadiario.com/Bonapartismo-fragil-en-Turquia.

8/ Per l’analisi del Fronte Nazionale francese si può leggere l’articolo de Emannuel Barot in http://www.revolutionpermanente.fr/Entre-pire-et-moindre-mal-Le-tandem-Le-Pen-Macron-ou-comment-etre-piege-entre-deux-variantes-du   e la risposta di y Sylvain Pyro in https://npa2009.org/idees/politique/pour-preparer-les-affrontements-avec-macron-il-faut-avoir-aujourdhui-une-politique . Coerenti con la sottovalutazione  del pericolo che incarna il Fronte Nazionale, l’organizzazione sorella del PTS en Francia si oppose a la consegna “nessun voto per il FN” (che non invitava a votare necessariamente per Macron, ma metteva nello stesso campo chi si opponeva al FN con un voto difensivo a Macron e chi votava scheda bianca), e si escluse delle manifestazioni sociali che si organizzarono in quella direzione.

9/ Cfr. Slavoj ŽiŽek First as Tragedy, then as Farce, Londres, Verso, 2009.

10/ Per un bilancio dell’esperienza del PT e il suo processo di burocratizzazione, cfr. Machado, João. La experiencia de la construcción de Democracia Socialista y del Partido de los Trabajadores de Brasil desde 1979 hasta el primer gobierno de Lula,

http://www.anticapitalistas.org/wp-content/uploads/2017/04/TC-Brasil.pdf

11/ Cfr.Bensaïd, Daniel, Revolución Permanente y Revolución por Etapas en América Latina, in http://danielbensaid.org/Revolucion-Permanente-y-Revolucion-por-Etapas-en-America-Latina?lang=fr#nb2

12/ Gli esempi potrebbero moltiplicarsi: l’esperienza del governo riformista-borghese di Jacobo Arbenz in Guatemala, per esempio, ripete lo stesso modello. Dopo il colpo militare del 1954, lo stesso partito comunista (Partito Guatemalteco del Lavoro) che aveva sostenuto una linea di conciliazione con la “borghesia nazionale”, scriveva autocriticamente: “il PGT non ha valutato correttamente la debole capacità di resistenza della borghesia e non ha avuto permanentemente presente il carattere conciliatore di fronte all’imperialismo ed alle classi reazionarie, e questo spiega alcuni illusioni che si sono nutrite sul patriottismo, la lealtà e la fermezza della borghesia nazionale di fronte agli assalti dell’imperialismo nordamericano.”

13/ Lo stesso Trotsky non esclude le alleanze tattiche con frazioni della borghesia: “È evidente che noi, non possiamo nel futuro rinunciare rigorosamente a tali accordi limitati, che servano ogni volta per un obiettivo chiaramente definito; l’unica condizione di ogni accordo con la borghesia, accordo separato, pratico, limitato ad azioni definite ed adattate ad ogni caso, consiste nel non mescolare le organizzazioni e le bandiere, né direttamente né indirettamente, né per un giorno, né per un’ora, e a non credere mai che la borghesia sia capace di condurre una lotta reale contro l’imperialismo e a non mettere ostacoli ai lavoratori e ai contadini” (Trotsky, La Rivoluzione Permanente)

14/ Bensaïd, Daniel, Idem.

15/ Su questo tema v. il texto de Thwaites Rey, Mabel Dolor Brasil, dolor latinoamericano, http://intersecciones.com.ar/index.php/articulos/123-dolor-brasil-dolor-latinoamericano

16/ V. Intervista in La Contra TV en https://www.youtube.com/watch?v=Ab5kH5nwx5Q

17/ Reguera, Marcos, Alt Right: radiografía de la extrema derecha del futuro, in https://ctxt.es/es/20170222/Politica/11228/Movimiento-Alt-Right-EEUU-Ultraderecha-Marcos-Reguera.htm

18/ Sulla relazione tra modernità, capitalismo ed emancipazione credo che ci siano due libri fondamentali. In primo luogo, Artous, Antoine, Marx, el Estado y la politica, Editoriale Sylone, Barcellona, 2016 e Postone, Moishe.Time, Labor and Social  Domination. A reinterpretation of Marx´s Critical Theory, Cambridge, Cambridge University Press. In relazione a lavori attuali che espongano la relazione tra universalismo, modernità e politico emancipazionista credo che ci siano due riferimenti centrali, la corrente accelerazionista (v. Nick Srnicek ed Alex Williams) Inventing the Future. Postcapitalism and a World without Work. Londra: Verso, 2015.) e lo xenofeminismo, v. Helen Ester,Xenofeminismo, Scatola Nera Editrice, Buenos Aires, 2018. Su questo aspetto v. Martin, Facondo Nahuel, La sinistra davanti al progetto della modernità. Una discussione acceleracionista, in http://intersecciones.com.ar/index.php/articulos/60-la-izquierda-ante-el-proyecto-de-la-modernidad-una-discusion-aceleracionista

Referenze

Burrin, Philippe: «Politique et société: les structures du pouvoir dans l’Italie fasciste et l’Allemagne nazi», Annales ESC, vol. III, 1988.

Mandel, Ernest, El Fascismo, Sare Antifaxista, 1969.

Laclau, Ernesto, Política e ideología en la teoría marxista, Siglo XXI de España, 2015.

Lowy, Michael, Diez tesis sobre la extrema derecha, 2014.

Palheta, Ugo, La possibilité du fascisme: France, la trajectoire du désastre, Éditions La Découverte, 2018.

Poulantzas, Nicos, Fascismo y dictadura, Siglo XXI de España, 2005.

Ranciere, Jacques, Los tontos útiles del FN, 2015

Traverso, Enzo, Espectros del fascismo. Pensar las derechas radicales en el siglo XXI, 2016.

Trotsky, León, La lucha contra el fascismo en Alemania, CEIP, 2016.

Slavoj Zizek; Judith Butler; Ernesto Laclau, Contingencia, hegemonía, universalidad: Diálogos contemporáneos en la izquierda, FCE, Madrid, 2003.