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ATTUALITÀ DELL’INTERNAZIONALISMO

 

di Sinistra Anticapitalista Torino

Sabato 21 luglio si è tenuto a Torino un seminario dal titolo “Crisi del capitalismo e nuovo internazionalismo”

 

L’iniziativa è stata costruita intorno a due obiettivi:

  • riattualizzare il dibattito intorno alle questioni internazionali, partendo dalle conclusioni del recente congresso della Quarta Internazionale che ha prodotto su questo dei testi di analisi densi e significati, intorno ai quali vale la pena aprire una riflessione e una discussione;
  • riaffermare alcuni principi, come l’internazionalismo, che sono propri della storia della nostra organizzazione politica.

La relazione iniziale e le tre comunicazioni hanno messo sul piatto non solo una diversa varietà di temi ma hanno provato anche a costruire una comune cornice internazionale entro la quale inserire le diverse tematiche trattate. Durante il corso della giornata seminariale si è ricostruita una mappa, utile a ritrovare l’orientamento e la barra dell’internazionalismo nell’enorme caos geopolitico che caratterizza questa fase storica.

Il primo punto fermo della discussione è stato la necessità di dare una caratterizzazione specifica al nostro internazionalismo che non ha radici culturali o etiche ma che è frutto dell’analisi del modo di produzione capitalistico, delle sue contraddizioni e dunque della situazione concreta nella quale viviamo.

È proprio il modo di produzione capitalista che ci impone un punto di vista coerentemente internazionalista: non è improprio, infatti, il riferimento al Marx del Manifesto del Partito Comunista nel passaggio in cui scrive: «I comunisti non costituiscono un partito a sé di fronte agli altri partiti operai. Essi non hanno interessi propri, distinti da quelli del proletariato nel suo insieme. Non stabiliscono dei principi a parte, sui quali vogliono poi modellare il movimento proletario. I comunisti si distinguono dagli altri partiti proletari solo per il fatto che essi, da un lato, nelle varie lotte nazionali dei proletari, mettono in rilievo e fanno valere i comuni interessi del proletariato nel suo insieme, interessi che sono appunto indipendenti dalla nazionalità; e dall’altro lato, nelle diverse fasi di sviluppo che la lotta fra il proletariato e la borghesia attraversa, essi rappresentano costantemente l’interesse del movimento nella sua totalità.»[1]

Nella concretezza della lotta di classe è assolutamente possibile che in un singolo paese si creino si creino condizioni e situazioni favorevoli ma tale opportunità andrà colta sapendo che se non vogliamo il ritorno della “vecchia merda”, e cioè che vinca il capitalismo, l’internazionalizzazione del processo sarà necessaria così come sarà necessario estendere parole d’ordine e pratiche positive oltre i confini del proprio paese. Questa indicazione è alla base delle nostre analisi: quando vogliamo definire il nostro “campo” di apparenza partiamo dalle condizioni e dalle rivendicazioni delle classi popolari e oppresse e non dai rapporti tra gli stati. Questo pezzettino di DNA costituisce in fondo anche la differenza di analisi complessiva e di strategia che esiste tra noi e altre organizzazioni della sinistra radicale.

Con questa iniziativa abbiamo voluto occupare uno spazio di proposta politica che, dati gli avvenimenti attuali, riteniamo fondamentale per capire i rapporti di forza tra le classi, le difficoltà della classe lavoratrice ma anche le potenzialità che essa ha, a livello mondiale. La comprensione delle contraddizioni del capitalismo, il ruolo delle diverse borghesie, il rapporto tra mondializzazione del capitale, stati nazionali e ruolo delle multinazionali è stato oggetto della prima parte della relazione iniziale dal titolo “Mondializzazione capitalista, imperialismi, caos geopolitico e loro implicazioni”. La seconda parte si è soffermata sul ruolo che in questa situazione ha la classe lavoratrice, sulle lotte che ha prodotto, sulle sconfitte che subito e sulle opportunità che essa ha di essere protagonista nell’emancipazione di se stessa.

La comunicazione dal titolo “il nuovo destino della Cina” ha portato all’attenzione dei compagni e delle compagne presenti il ruolo che questa potenza gioca a livello mondiale a partire dai grandi progetti infrastrutturali su cui la Cina sta investendo, come ad esempio quello denominato “Nuova via della Seta”. Si tratta un’iniziativa strategica volta all’implementazione dei collegamenti e della cooperazione tra i paesi nell’Eurasia e attraverso lo sviluppo di vie di comunicazione, terrestri, per l’Eurasia, e marittime che toccano anche l’Africa e l’America Latina. Collegata a queste, la realizzazione di moltissimi progetti di costruzione di infrastrutture: porti, ferrovie, impianti industriali, miniere, ecc. L’obiettivo è di favorire l’esportazione di prodotti cinesi, l’integrazione economica con i paesi dell’Eurasia, la penetrazione economica in Africa e America Latina, e l’aumento complessivo dell’influenza economica e politica della Cina nel mondo.

La comunicazione dal titolo “le migrazioni in e verso l’Europa ieri e oggi” è partita da dati che confermano l’enorme portata del fenomeno migratorio oggi; si rileva infatti che circa un settimo della popolazione mondiale è costretta, per diversi motivi, a migrare per cercare condizioni di vita migliori. Dai dati si rileva anche l’Europa è la meno interessata dal fenomeno, in rapporto a quel accade all’interno di interi continenti come l’Africa o l’Asia. Le migrazioni sono sempre esistite ma nella situazione attuale è necessario mettere in luce alcuni elementi estremamente importanti:

il sorgere di muri e filo spinato che non riguarda solo l’Europa ( si pensi al confine USA – Messico o alle enclave spagnole in Marocco di Ceuta e Melilla) a protezione dei propri confini con conseguenti aumento di razzismo e xenofobia.

La volontà politica dei governi (in particolare quello degli Stati Uniti e quelli europei) di creare, sulla base della provenienza, divisioni tra i migranti fino ad arrivare al non riconoscimento neanche dei più elementari diritti umani per alcuni di loro. In questo quadro i più oppressi sono coloro che provengono dall’Africa.

I motivi che costringono la popolazione mondiale a migrare (guerre, povertà, crisi ambientali e climatiche, depauperamento delle risorse, desertificazione, mancanza di terreni coltivabili, ecc…) trovano la loro comune radice nell’attuale crisi del capitalismo e nell’aumentata concorrenza tra i diversi capitali che non fanno prigionieri.

L’ultima comunicazione dal titolo “l’Unione Europea e le politiche ambientali” non è fuori tema rispetto alla relazione iniziale e alle altre due comunicazioni se si parte dal presupposto che l’attuale crisi del capitalismo è fortemente intrecciata ad una crisi ambientale che, se irrisolta, rischia di poter determinare anche la fine dell’umanità sul nostro pianeta, secondo quanto affermano diversi scienziati. Nella comunicazione è stato dato rilievo a come i vari governi nazionali disattendano sistematicamente gli obiettivi di riduzione delle emissioni che si sono dati, sebbene questi non siano risolutivi di una situazione gravemente compromessa. In Europa, ad esempio, accade costantemente che delle timide direttive volte a creare un circolo vizioso di rispetto ambientale non vengano applicate allo stesso modo da tutti gli stati e ad esempio uno stato come l’Italia che, in questo non è certo all’avanguardia, paghi ogni anno diversi milioni di euro in multe e sanzioni.

La complessità dei temi affrontati pone forte il tema dell’internazionalismo perché se pensiamo alle sole migrazioni o alle sole questioni ambientali, è difficile immaginare una soluzione risolutiva su una piccola scala nazionale. Questo seminario ha aperto una discussione importante; pensiamo che, per quanto ardimentoso possa sembrare, vada affrontata quotidianamente e collettivamente anche nei luoghi di lavoro e nei luoghi dove facciamo politica.

[1] K. Marx, Manifesto del Partito Comunista, cap. 2 “Proletari e comunisti”.