Licenziati Fiat, la giustizia non è uguale se contrasti Marchionne

È con rabbia e costernazione che apprendiamo dell’annullamento, ad opera della Corte di Cassazione, del reintegro dei cinque operai della FCA di Pomigliano, Mimmo Mignano, Marco Cusano, Antonio Montella, Massimo Napolitano e Roberto Fabbricatore, “rei” di aver inscenato all’esterno del polo logistico di Nola, nell’ormai lontano 2014, l’impiccagione simbolica dell’ AD Sergio Marchionne per protestare contro il suicidio, vero, di Maria Baratto, operaia FIAT (si chiamava ancora così), allora in cassa integrazione.

Licenziati dall’azienda, i cinque avevano trascinato la multinazionale in tribunale, riaffermando l’intangibilità del diritto di satira, e quindi del diritto di parola, peraltro garantito sulla carta dall’art. 21 della Costituzione (il che dimostra per l’ennesima volta che, non un documento, ma i rapporti di forza reali nella società determinano la possibilità di esercitare effettivamente un diritto). Sconfitti in primo grado, nel settembre 2016 i cinque operai avevano avuto la meglio in appello con la disposizione del giudice del reintegro in azienda. Reintegro però mai effettivamente rispettato, dal momento che la FCA aveva sempre rifiutato di riammettere gli operai nello stabilimento di Pomigliano, pur essendo costretta a versare loro lo stipendio.

Oggi si è arrivati all’epilogo di questa vicenda. Un epilogo odioso, che regala ad una potente multinazionale l’impunità di poter reprimere il dissenso, intimidire gli operai e le operaie, agire preventivamente contro ogni possibile lotta, legittimare un regime di terrore in fabbrica. Con l’arroganza che gli è loro propria, i padroni, affermano ancora una volta che il loro potere è insindacabile, perché sia chiaro una volta per tutte chi è che comanda, nei luoghi di lavoro e nella società.

Sia detto per inciso, tutto ciò dimostra chiaramente l’irrimediabile ingenuità, o la colpevole complicità, di chi si ostina a ritenere che lo Stato e i suoi apparati siano “neutrali” nella lotta di classe. Ogni vittoria, ogni avanzamento, non è possibile se non con l’unità, l’organizzazione e l’autorganizzazione del mondo del lavoro, e la ricostruzione dei suoi strumenti di difesa e offensiva, primo fra tutti un sindacato di classe e di massa.

La strada sarà lunga e tortuosa, ma non possiamo cullarci nell’illusione che qualcuno ci darà qualcosa, con una generosa elargizione dall’alto. È per questo che, sin da subito, occorre lavorare per la costruzione, l’allargamento e il radicamento di un fronte unico sociale che provi a creare le migliori condizioni per lo sviluppo della lotta di classe dal basso, dentro e fuori i luoghi di lavoro, chiarendo la radicale opposizione a questo governo, così come a tutte le politiche neoliberiste dell’austerità e ai loro artefici.

Sinistra Anticapitalista esprime solidarietà incondizionata a Mimmo, Marco, Antonio, Massimo e Roberto, al Si Cobas, sindacato di cui fanno parte, e a tutti i solidali che hanno seguito questa vicenda sin dall’inizio.

Non siete soli, la lotta continua!