DELLA FINANZIARIZZAZIONE (MONDIALE) DELL’ACQUA: LE MULTINAZIONALI ALL’ATTACCO DELLE RISORSE IDRICHE

di Gennaro Esposito

Nel recente Forum Mondiale dell’Acqua (organismo delle multinazionali), è emersa, da parte dei promotori, una richiesta pressante di finanziamenti-investimenti per la realizzazione di grandi opere destinate al servizio idrico. Sono in ballo larghi margini di profitto sia per le multinazionali che acquisiscono la gestione sia per le finanziarie che anticipano alle multinazionali le somme necessarie e sia infine per gli investitori (banche) che rendono disponibile il denaro alle finanziarie. Alle multinazionali spetta il compito di portare avanti le opere, di gestire il servizio idrico e di recuperare dai cittadini l’intero costo dell’operazione, compresi gli aggravi di interesse. Generalmente le multinazionali sono di proprietà delle finanziarie, a loro volta proprietarie delle banche d’investimento. Una “scatola cinese” che svela un dato a dir poco irritante: grazie a questa operazione d’ingegneria finanziaria, gli stessi soggetti possono triplicare gli utili su una singola grande opera. La finanziarizzazione è, però, solo uno dei tanti effetti della bulimia del capitalismo; una bulimia che non si ferma nemmeno davanti a scenari apocalittici come la guerra e l’autodistruzione del pianeta (conflitto capitale-natura). Pensate che sia solo una scontata valutazione “ideologica” di un marxista rivoluzionario? Eh no. Secondo le Nazioni Unite, solo l’1 % degli investimenti sui servizi idrici va nella direzione giusta. Una delle tante direzioni sbagliate, per esempio, è quella di continuare a costruire dighe, che producono solo un po’ di energia a monte, mentre a valle assetano le popolazioni. Delle 57 mila dighe costruite nel mondo, molte sono causa di conflitti (a proposito di dighe – ma anche di politica istituzionale – il presidente della Puglia, Emiliano, promotore tra l’altro del gestore unico del Centro Sud, propone una diga tra la Puglia e la Basilicata…). Le Nazioni Unite chiedono di non usare più tecnologie grigie (fatte di cemento), bensì quelle compatibili con l’uomo e il resto della natura. Nessuno degli Stati dell’Onu ha però saputo spiegare una “compatibilità” concreta tra le tecnologie cosiddette verdi e la bulimia del capitalismo. Non l’hanno spiegata perché questa compatibilità non c’è né può esserci: la politica ufficiale (vedi Stato, governo e istituzione locale), soprattutto nei paesi più potenti, è e resta subalterna alla classe dominante, vale a dire alla borghesia e, quindi, alla bulimia del capitalismo. Le produzioni industriali inquinano l’acqua e le quantità pregiudicate sono fuori controllo. In Sudafrica le miniere di carbone sporcano le falde (con la conseguente crisi idrica di Città del Capo); negli Stati Uniti “tecniche avanzate” di estrazione degli idrocarburi hanno distrutto falde in vasti territori e in Italia la gestione industrializzata delle cave di marmo a Carrara sciupa un’enorme quantità d’acqua potabile. Cosa progetta la politica ufficiale nel nostro paese? Non certo di frenare questo spreco né di risolvere il problema della dispersione idrica tappando i buchi della rete colabrodo, bensì di costruire “un’autostrada dell’acqua”, ovviamente sotto la gestione delle multinazionali, che sfrutterà ancor di più le fonti; inoltre, senza minimamente curarsi dell’impatto che la grande opera avrà sull’ecosistema. Il capitalismo sa bene che l’affare acqua genera profitti enormi. Basti pensare all’acqua imbottigliata e venduta ad un prezzo fino a 560 volte il valore reale, cioè quello in media pagato dagli utenti nelle bollette. Talvolta l’acqua in bottiglia è la stessa del rubinetto di casa (cfr. Water Grabbing Bompan/Iannelli ed. EMI 2018). Spesso le concessioni sono gratuite.

E’ fondamentale continuare la battaglia per l’acqua pubblica in un progetto più ampio; un progetto nazionale, internazionale, eco-socialista e, di conseguenza, inequivocabilmente anticapitalista. Ciò prevede, per logica politica, un’autonomia strategica dalle istituzioni. Questo è un nodo essenziale, che ha la tendenza a riprodursi ogniqualvolta si raggiungono obiettivi importanti, incluso la ripubblicizzazione dell’acqua. A tal proposito, come è ad esempio accaduto in Bolivia, notiamo che emergono di solito due scuole di pensiero: una sente il bisogno, nonostante la vittoria e la forza politica acquisita, di rendere conto alle cosiddette autorità, finendo inevitabilmente per mediare, al ribasso, sui contenuti delle proposte iniziali; l’altra, invece, consapevole della forza del messaggio derivante dal percorso di coscienza di massa, rivendica la piena autonomia dalle autorità ufficiali. Quest’ultima posizione viene spesso portata avanti senza chiudere la porta ad un dialogo, ovviamente paritario, con le istituzioni.

La mia proposta in sintesi è questa: ritrovare una necessaria unità di movimento sulla battaglia per l’acqua pubblica, cominciando dalla lettura consapevole e disincantata degli interessi messi in campo dagli squali dell’imprenditoria e dal corpo istituzionale, politico o amministrativo che sia. Chiediamocelo francamente, cioè senza nascondere la testa sotto la sabbia e soprattutto senza offendere la nostra intelligenza con astratti e ipocriti inviti ai “distinguo”, ma l’impressione popolare che il corpo istituzionale lavori quasi esclusivamente per la propria sopravvivenza, è forse campata in aria? Sarebbe infine auspicabile rivedere una presenza giovanile in grado di portare freschezza di idee e audacia militante nei comitati e nella compagneria tout-court, in primo luogo per alleggerire lo zaino degli attrezzi da trite e confusionarie zavorre: i “modelli”, la presunzione di casta ideologica, la libidine (onanistica) sullo scontro di piazza per lo scontro di piazza, le illusorie soluzioni per via istituzionale… Concludo con un’ulteriore proposta, questa volta rivolta a Potere al Popolo. Qualche mese fa ho depositato in un posto affidabilissimo, Santa Fede Liberata, le richieste inoltrate al sig. D’Angelo. Partendo proprio da queste richieste, e semmai integrandone altre, si potrebbe mettere in pratica quel “controllo popolare” più volte enunciato in campagna elettorale. O no?