Più cresce il PIL, più scendono i salari. Ecco perché

I dati sbandierati dal governo e dal Pd su crescita e ripresa del Paese siano pura propaganda

di Diego Giachetti

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Nell’intervista pubblicata sul «Corriere della Sera» del 18 dicembre 2017, Matteo Renzi ammette il calo dei consensi al Pd e al suo segretario: il mio consenso personale, dice, «non è più quello del 2014» poi, col tono di chi ha voluto sacrificare se stesso per la patria, afferma che se il tasso di gradimento nei suoi confronti è sceso, «è altrettanto vero che è salito il grafico degli occupati, del PIL, della fiducia, degli investimenti. Meglio aver perso qualche punto io che qualche posto di lavoro l’Italia. Il miracolo di questi anni è stato reso possibile dal Pd», e il Pd “c’est moi”. E’ una bella trovata. Perdere consensi sarebbe il prezzo che si paga per le buone riforme fatte a favore degli italiani i quali, ingrati come al solito, puniscono il “benefattore”. E’ un ragionamento esattamente opposto alla ragione. I consensi calano in seguito alle “buone” riforme fatte dal suo e di Gentiloni governo a tutto vantaggio di chi è già avvantaggiato socialmente, economicamente e occupa varie posizioni di potere. La “riforme” hanno pesato e pesano negativamente sulla maggioranza della popolazione.

Per chi cresce il PIL?

Dopo un decennio di arretramento o di stasi, gli ultimi timidi dati e soprattutto le previsioni per l’anno futuro, danno il PIL in crescita dell’1,5%. La crescita del PIL ha del paradossale solo per chi ignora o finge di non vedere che viviamo in una società caratterizzata da una profonda diseguaglianza sociale. L’incremento del PIL si accompagna a ciò che i dati forniti dall’Istat e dall’Ocse, relativi alla crescita della ricchezza, segnalano: un ulteriore aumento della diseguaglianza tra la popolazione. Mentre una fascia ristretta della popolazione diventa sempre più ricca, la maggioranza impoverisce.

Il paradosso, comprensibilissimo, non riguarda solo il nostro Paese, è parte di una tendenza internazionale operante da decenni. E’ un virus interno al decantato modello economico-finanziario neoliberista che ha aperto una nuova fase di accumulazione capitalistica, dopo quella seguita alla fine della Seconda guerra mondiale. Per tante ragioni, tutte verificabili sul piano storico e sociale, dal secondo dopoguerra fino alla metà degli anni Settanta del Novecento, il reddito medio, calcolato sulla stragrande maggioranza della popolazione, tendeva a una crescita incrementale superiore a quello dei ricchissimi. La diseguaglianza sociale c’era, ma la presenza di forze organizzate in partiti e sindacati, nonché la disponibilità alla lotta e alla mobilitazione delle forze del movimento operaio, imponevano una (seppur non eguale) ripartizione del reddito verso le classi medie e proletarie.

La crisi che ha colpito il capitalismo a partire dalla recessione generalizzata del 1974-75, ha segnato la fine del keynesismo e il trionfo della dottrina neoliberista, predatoria e totalizzante, dopo una lunga lotta di classe dei ceti dominanti contro le forze organizzate del movimento dei lavoratori. Quel tempo è passato, la lotta di classe l’hanno fatta e vinta i padroni e, per dirla con parole semplici, i meno ricchi, cioè la stragrande maggioranza, hanno perso reddito a fronte di una crescita di quello percepito o posseduto da una minoranza già ricchissima. Oggi, vari studi di settore rilevano che la crescita di alcuni punti in percentuale del PIL comporta una decrescita del reddito per la stragrande maggioranza della popolazione. I progressivi tagli al welfare, tipici delle politiche dell’austerity, riducono la domanda, aggravano la disoccupazione, introducono forme di lavoro precario e mal retribuito e contribuiscono ad aumentare la diseguaglianza.

Tagli alla spesa pubblica e sfruttamento del lavoro (quando c’è): come cresce il PIL

Fin dal titolo, l’ultimo rapporto del Censis richiama l’apparente paradosso di cui sopra: Cresce l’Italia del rancore, la paura è il declassamento sociale. Ma la ripresa c’è. In sintesi si afferma testualmente che “non si è distribuito il dividendo sociale della ripresa economica e il blocco della mobilità sociale crea rancore”. Non solo la mobilità sociale ascendente è bloccata, ma l’87, 3% della popolazione teme, o ha vissuto, il declassamento sociale. Il 71,5% del ceto popolare, il 65,4% del ceto medio, il 62,1% dei più abbienti sentono di star scivolando verso il basso della scala sociale, fino alla povertà vera e propria. Infatti aumenta il numero degli italiani dichiaratamente poveri come registrano i numeri relativi a quelli che non possono più ricorrere alle necessarie cure mediche anche a causa dei tagli che si sono operati nella spesa pubblica per il servizio sanitario universale. Lo sbandierato recupero di sostenibilità finanziaria del Servizio sanitario regionale non è stato indolore, sottolinea il rapporto del Censis: alla minore copertura pubblica fa da contraltare il più alto ricorso alla sanità pagata di tasca propria. Sale a 12.2 milioni il numero di persone che nell’ultimo anno hanno rinunciato o rinviato almeno una prestazione sanitaria per ragioni economiche: oltre un milione 200 mila persone in più rispetto all’anno precedente».

Ecco da dove hanno origine paure, smarrimenti, rancori mal indirizzati verso gli immigrati, i partiti politici, il governo, il Parlamento, le istituzioni locali. “Non sorprende, si legge nel rapporto, che i gruppi sociali più destrutturati dalla crisi, dalla rivoluzione tecnologica e dai processi della globalizzazione siano anche i più sensibili alle sirene del populismo e del sovranismo”.

PIL e mondo del lavoro

L’occupazione è cresciuta, attualmente gli occupati sono 22,8 milioni, un numero ancora di poco inferiore ai 23,1 milioni del 2008, l’anno in cui iniziò la lunga crisi. Il governo si pavoneggia attribuendo alle misure prese negli anni precedenti l’aumento dell’occupazione. Effettivamente essa è aumentata proprio sulla spinta di quelle misure che hanno precarizzato e dequalificato l’occupazione, penalizzando particolarmente le fasce di età più giovani. Lavori temporanei, precari, mal retribuiti hanno accresciuto le diseguaglianze sociali, hanno arricchito non certo i lavoratori e le lavoratrici e… hanno fatto aumentare il PIL.

Il dato sull’occupazione va scomposto analizzando voci e modalità che lo compongono. In proposito, Linda Laura Sabbadini, su «La Stampa» del 18 dicembre, ha scritto che pochi si sono accorti dell’aumento dell’occupazione: «in tre anni gli occupati sono cresciuti di 765 mila unità. Ma i soggetti maggiormente coinvolti nella crescita non sono quelli che erano stati più colpiti dalla crisi. Gli occupati ultracinquantenni sono cresciuti di 850 mila unità, i giovani di 50 mila». Il prolungamento drastico dell’età pensionistica ha fatto balzare in avanti il numero degli occupati o disoccupati anziani.

Una recente ricerca della CGIL-Fondazione Di Vittorio dimostra come i dati sbandierati dal governo e dal Pd su crescita e ripresa del Paese siano pura propaganda. Aumentano i lavoratori disagiati e si allarga la forbice delle disuguaglianze a causa di scelte politiche che hanno ridotto diritti e tutele, sostenuto la flessibilità del mercato del lavoro e favorito gli incentivi a pioggia alle imprese attraverso la decontribuzione. Col termine area del disagio occupazionale, la ricerca individua nella fascia di età compresa dai 15 ai 64 anni quei lavoratori e quelle lavoratrici che svolgono, non per scelta loro, un lavoro temporaneo, a tempo parziale, precario. L’area del disagio occupazionale conta 4.492 milioni di lavoratrici e lavoratori, il numero più alto degli ultimi dieci anni. Il tasso di disagio è maggiore nel Mezzogiorno, nell’occupazione femminile, tra le generazioni: nella fascia 15-24 anni è del 60,7%, nella classe dei giovani-adulti (25-34 anni) è del 32%. Anche la forbice tra lavoratori italiani e stranieri si allarga: il disagio coinvolge un lavoratore straniero su tre, contro il 18,4% di italiani. Non a caso l’88,5% dei dipendenti stranieri (1.838.639 persone) fa l’operaio in condizioni non sempre facili, tant’è vero che nel 2016 il 25,7% delle famiglie straniere era in condizioni di povertà assoluta, rispetto al 4,4% di quelle italiane.

Il lavoro è sempre più intermittente e poco retribuito tra i lavoratori con basso titolo di studio, nei settori di attività come i servizi collettivi e personali, nel settore alberghiero e della ristorazione e in agricoltura. La crisi del sistema economico e sociale investe anche il ceto medio in un processo di declassamento. Lo riconosce, dati alla mano Tyler Cower un liberal-conservatore, nel suo libro, La classe media non conta più, (Milano, Egea, 2015). Il 60% dei posti di lavoro persi nell’ultima recessione è a salario medio. Dei posti creati successivamente, il 73% è a basso salario. Diminuiscono le occupazioni a qualifica media. Ne fanno le spese ceti impiegatizi e addetti alle vendite, mentre parallelamente cresce la domanda di lavori malpagati, a bassa qualifica e, all’estremo opposto, cresce quella di lavori ben pagati in ambito manageriale e tecnologici.

Si è passati da una società basata sulla pretesa che a tutti fosse dato uno standard di vita confortevole, a una in cui la gente deve e dovrà sempre più arrangiarsi da sola. I numeri e i dati statistici sopra richiamati descrivono il cuore della crisi attuale e, a livello politico, si correlano con la trasformazione di quella che era la sinistra riformista novecentesca, che ha saputo esprimere il peggio di sé nell’ambito delle politiche del lavoro intraprese dai governi di centrosinistra degli ultimi decenni.