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Ma proprio non hanno capito perché l’URSS è crollata?

di Antonio Moscato (da Movimento Operaio)

Gli argomenti dei difensori incondizionati di Maduro sono debolissimi ma inquietanti. Se la prendono con i giornalisti superficiali che parlano alla leggera di “dittatura”, ma sorvolano sulla dimensione reale dello scontro in Venezuela. Non è su astratti problemi di architettura istituzionale che è esplosa la crisi, ma sulla fame provocata da una politica economica dissennata. A differenza di molti degli ardenti sostenitori nostrani del regime attuale, io ho seguito dall’inizio il “processo bolivariano” senza pregiudizi per l’origine militare di Chávez, anche se con qualche cautela rispetto agli entusiasmi che ritenevo eccessivi di altri compagni che stimo, ma con un appoggio indiscusso a questa e ad altre manifestazioni di quello che avevo chiamato “il risveglio dell’America Latina” [titolo di un mio libro pubblicato da Alegre nel 2007] . Tuttavia non mi ero nascosto mai il carattere non socialista (ma pur sempre positivo) delle misure di nazionalizzazioni con indennizzi consistenti, col risultato che il settore privato negli anni di Chávez si era rafforzato rispetto a quello pubblico. Le scandalose cessioni di bond dell’azienda petrolifera di Stato alla Goldman Sachs dell’ultimo periodo hanno rappresentato però un salto di qualità rispetto a una politica consolidata di favori concessi per ottenere la benevolenza dei grandi petrolieri, tanto è vero che sono rimaste segrete a lungo. Ma nessuno di quelli che del Venezuela non si erano mai occupati fino a quel momento ha avuto il sospetto che l’aumento delle proteste potesse essere collegato alle privazioni inflitte alla popolazione per assicurare questi regali alla grande finanza, e per far apparire il governo un buon pagatore del debito accumulato. Privazioni che si possono quantificare: hanno ridotto i tre quarti dei salariati a sopravvivere con meno di due dollari al giorno, è cresciuta di nuovo la mortalità infantile per carenze di medicinali che non vengono più importati, dato che l’importazione di beni e servizi è scesa da 66 miliardi di dollari nel 2012 a circa un miliardo e mezzo nel 2017.

Il problema è che tra chi critica la politica economica e sociale di Maduro c’è soprattutto chi aveva seguito con attenzione le trasformazioni successive della politica governativa, e chi la elogia oggi lo fa per sintonia con gli argomenti propagandistici di Maduro, ma senza conoscere nulla del paese e della sua storia recente.

Non si tratta di contrapporre Maduro al predecessore, dato che già nell’ultimo periodo di presidenza di Chávez il sistema dei cambi multipli del dollaro si era sviluppato facilitando corruzione e fughe di capitali privati e pubblici, l’inflazione aveva cominciato a galoppare e la penuria di alimentari per la contrazione delle importazioni aveva alimentato il malcontento, espresso anche nella non partecipazione al voto di milioni di iscritti al PSUV, ma anche nelle partenze per l’estero di chi poteva appellarsi a un antenato italiano o spagnolo. Ma questo sfuggiva a chi considerava una fonte autorevole quel Vasapollo che dopo aver esaltato per anni Jorge Giordani, l’economista più interessante della cerchia di Chávez, lo ha abbandonato appena è stato accantonato per aver espresso perplessità sulle ultime scelte economiche. Così, sommando la scarsa conoscenza diretta delle varie fasi della politica economica chavista con la propaganda di Maduro che presenta come meriti suoi quelli del primo periodo di riforme, avviato dopo il golpe del 2002 e l’entrata in scena delle masse popolari che provocò un’indubbia radicalizzazione del processo, qualunque critica alla situazione attuale viene messa in conto ai “servi dell’imperialismo”.

Questo ricorda da vicino le accuse a chi ascoltava le voci del dissenso (in origine anche marxista) e i dati dell’economia per capire dove stava finendo il sistema che presumeva di essere il “socialismo reale” e per giunta credeva di essere eterno. Ogni esplosione di malcontento (che naturalmente veniva soppressa facilmente per l’efficienza dei vari KGB e affini non contro il nemico di classe ma verso i critici interni) veniva attribuita all’onnipotenza della CIA, dimenticando che sia pure con nomi diversi ma gli stessi scopi questa esisteva già da più di un secolo, ma che nonostante le sue pessime intenzioni e la fragilità iniziale del potere sovietico non era mai riuscita ad abbatterlo, prima che l’URSS si scavasse la fossa da sola per la spaventosa corruzione e l’infima qualità dei satrapi che si preparavano a cambiar casacca in ogni repubblica per impossessarsi dei beni prodotti dai loro sudditi: il più longevo, Nursultan Nazarbaev, che ha cominciato la sua carriera come segretario del PC del Kazachstan, è ancora sulla breccia e ottiene in elezioni autocertificate il 97% dei voti…

E come allora i difensori di quel sistema (la cui fragilità era stata colta già più di vent’anni prima da Guevara) negavano le intese ciniche tra i vertici dell’URSS e molte dittature reazionarie, a partire da quella Argentina, oggi gli ultimi arruolati in questa crociata degli innocenti pensano che “non solo per un rivoluzionario, ma anche per un riformista onesto che davvero sperasse di contenere la ferocia della globalizzazione dovrebbe essere ovvio impedire che le multinazionali del petrolio si riprendano il Venezuela…”

Ma non spiegano dove l’avrebbero “perduta”: anche nei primi anni di Chávez le multinazionali imperialiste (ENI inclusa) sono state bacchettate a volte, ma sempre per concludere poi nuovi accordi del tutto accettabili. Insieme o in concorrenza con la Petrobras utilizzata da Lula per una politica di penetrazione nel continente. Mentre, nonostante le proclamazioni antimperialiste, lo stesso Chávez faceva investimenti in raffinerie sul suolo statunitense o caraibiche, ma destinate al mercato statunitense con cui gli scambi erano più che buoni: gli Stati Uniti erano il primo dei paesi acquirenti, e il secondo di quelli da cui provenivano le importazioni (il primo era la Cina). Un dato su cui tacciono e tacevano i seguaci del mito dell’antimperialismo a prova di bomba. Comunque, visto che pur commerciando a tutto spiano col Venezuela gli Stati Uniti la criticavano, Chávez si permise un simpatico gesto propagandistico, che apprezzai: offri gasolio da riscaldamento gratis a un po’ di statunitensi poveri. Un gesto simpatico, analogo alla fornitura a prezzo scontatissimo all’allora sindaco di Londra Livingstone di gasolio per far abbassare il prezzo del biglietto della metropolitana. Ma lo poté fare perché il Venezuela era proprietario di una grossa azienda di distribuzione del combustibile, che nessun governo degli Stati Uniti toccò mai.

Adesso che Trump, per compensare la scarsa concretezza delle risposte al suo omologo nordcoreano (che nel contenzioso con gli Stati Uniti avrebbe ragioni da vendere, ma le usa male) ha minacciato il Venezuela, sembra una conferma: Ecco, dicono subito in coro quelli che questa sparata di un presidente irresponsabile l’attendevano come prova decisiva, vedete che era giusto difendere Maduro, l’unico che fronteggia il mostro imperialista? Peccato che, come ho sempre ricordato, gli Stati Uniti (e anche altri imperialismi come il nostro) sono prodighi di minacce e intimidazioni, ma quando aggrediscono un paese non lo fanno in base a colpe o meriti della vittima prescelta, ma alla facilità dell’operazione. L’esempio più chiaro è l’Iraq, nel 1991. Saddam Hussein era stato prezioso complice degli USA e di altri imperialismi su vari terreni, ed era anche un buon cliente anche dell’URSS (finché c’era) per parte degli armamenti. Era finanziato da Arabia Saudita ed Emirati del Golfo che volevano che distruggesse l’odiata repubblica islamica dell’Iran, era un ottimo fornitore di petrolio di tanti paesi occidentali. Che fastidio dava agli Stati Uniti? Nessuno. Eppure quando Saddam Hussein tentò di recuperare quel pezzetto desertico della provincia di Bassora che la Gran Bretagna aveva staccato nel 1914 inventandoselo come “Emirato del Kuweit”, Saddam diventò il mostro da colpire, nonostante nell’area mediorientale e in tutto il mondo non mancassero altri esempi di interventi armati su confini contestati. Il motivo della scelta di Saddam era stato espresso in un documento interno del Pentagono: per evitare la stagnazione dell’industria militare ora che è crollata l’URSS dobbiamo trovare un altro nemico da colpire… Tanto più facilmente – era sotteso – quanto più errori e gesti maldestri aveva compiuto…

Ridimensionare l’ossessione dell’intervento statunitense non vuol dire che questo sia impossibile. Tra gli esempi fatti da uno degli zelanti apologeti di Maduro c’è anche Grenada: nessuno poteva credere che un isoletta di meno di 100.000 abitanti come Grenada fosse un pericolo per gli Stati Uniti, ma non hanno resistito alla tentazione di poter beneficiare di un suo indebolimento dopo il colpo di Stato stalinista che aveva deposto e ucciso il leader guevarsta Maurice Bishop. L’intervento riuscì ma dovette fare i conti con l’eroica resistenza dei lavoratori cubani che stavano costruendo l’aeroporto, che inflissero dure perdite ai marines (mentre i militari inquadrati alla sovietica si arresero subito e furono poi degradati al ritorno in patria). Costò caro anche ai marines, e per questo per un bel po’ gli Stati Uniti furono più prudenti, soprattutto con Cuba, che comunque fiutò il pericolo e ritornò all’impostazione originaria delle FAR, ritornando alle milizie che l’URSS aveva fatto disarmare. Gli USA scelsero poi un altro ambiguo bersaglio, il presidente del Panama Noriega, che non era certo neanche lui un pericolo per l’imperialismo, di cui era stato complice su molti piani, narcotraffico incluso.

In ogni caso le molte proclamazioni di “guerra al comunismo” fatte dagli Stati Uniti o da altri paesi imperialisti come l’Italia non hanno avuto nulla a che vedere con i crolli a catena innescati da quello del più artificiale degli “Stati fratelli”, la Repubblica Democratica Tedesca, che credeva di arginare il dissenso crescente aumentando a dismisura le dimensioni della Stasi, la polizia segreta a cui non sfuggiva niente, tranne che lo scontento si infiltrava anche nelle sue file. Attribuire i crolli a uno o più complotti della CIA non solo è falso, ma è dannosissimo, perché impedisce di guardare agli errori della propria parte per correggerli in tempo.

Anche in quel periodo la falsa polarizzazione tra burocrati tardo-stalinisti e “manovre della CIA” impediva di ascoltare le voci del dissenso marxista che si batteva per un socialismo autogestito. Oggi si ripete: o Maduro o i “nazisti”, e si attribuiscono alla componente fascisteggiante della MUD tutte le proteste che sono di vario genere e colore, o di nessun colore, innescate solo dalla fame. Ma su questo, tutti ripetono gli incontrollabili spot pubblicitari del governo, dando per scontato che la maggioranza delle vittime siano state provocate dalle “squadracce della MUD”.

Non mi metto a far conti se i morti siano provocati al 75% dai militari e dai motorizados aizzati contro il “pericolo fascista” o in percentuali diverse come sostiene il governo: mi basta ricordare che se per manifestare bisogna rischiare la vita, la responsabilità di tutti i morti delle due parti è di chi detiene il potere. Pare inconcepibile che in un conflitto che coinvolge milioni di persone si possa scegliere di non appoggiare nessuna delle due parti, considerandole ugualmente responsabili. Ma con questa logica c’è già stato chi si è arruolato non metaforicamente nelle brigate del Donbass, magari per scoprire tardivamente che i nazisti erano presenti nei due schieramenti…

La cosa che mi colpisce di più nelle perorazioni pro Maduro di molti che finora di Venezuela non si erano occupati molto è che ignorano tutto delle trasformazioni del paese in questi ultimi anni, che io avevo appassionatamente seguito e pazientemente documentato sia con miei articoli, sia soprattutto dando voce a studiosi e militanti marxisti venezuelani o latinoamericani. Per esempio tra i meriti del governo attuale viene indicata a volte la nazionalizzazione della Sidor, un’impresa siderurgica di proprietà italo-argentina, ma ignorando che i lavoratori che la chiedevano hanno dovuto scontrarsi a lungo con la resistenza del ministro del lavoro, prima che Chávez decidesse nel 2009 di appoggiarli, e anche che dopo la nazionalizzazione l’imposizione di una direzione burocratica ha spento gli entusiasmi e rovinato la fabbrica. Ci sono decine di articoli sul Venezuela sul sito, ne cito solo un paio dei più vecchi, che permettono di capire da dove sono cominciati certi processi: “Non si può trasformare radicalmente la realtà partendo solo dalla … oppure Venezuela ingovernabile?

La vicenda del Venezuela appare marginale a molti compagni, che rinunciano a documentarsi e non capiscono le ragioni di chi si preoccupa tanto. Mi domando quale futuro può avere una sinistra che si identifica con un potere che spudoratamente indice elezioni truccate senza farne discutere i criteri a nessuno, che fissa o disdice le elezioni amministrative secondo i suoi comodi, che non esita dopo il voto truffaldino a dire: “questa volta abbiamo vinto con le schede, se necessario lo faremo con le pallottole” e questo per bocca del presidente e del generale Padrino, ministro della difesa e portavoce dei militari che banchettano con le risorse dello Stato. Quelli che si erano chiusi gli occhi di fronte ai segni inequivocabili del declino e dell’involuzione definitiva dell’URSS potevano avere una mezza attenuante, era la prima volta. Ma ora, che attenuante possono avere i difensori di un sistema che affama la popolazione e pretende di rappresentare il socialismo?

PS La polemica non è tanto con l’articolo di Giorgio Cremaschi, quanto con una mentalità che non mi aspettavo di trovare in un suo scritto. Mi sorprende che si stupisce per il plauso dei governi borghesi europei al “golpe” brasiliano, che dovrebbe essere scontato e non provare molto, ma non si domanda invece perché le mobilitazioni in difesa di Lula e Dilma sono state così scarse. Sorvola sul crescente malcontento dei giovani e degli strati più poveri non solo e non tanto per la corruzione, ma per i regali fatti alle multinazionali, a partire da Petrobras e Odebrecht, l’Inpregilo dell’America Latina. È questo che facilita l’attacco reazionario, non la critica da sinistra. E mi domando allora perché, invece di perdere tanto tempo ed energie, non ha appoggiato la Camusso, solo perché si dice dalla parte dei lavoratori? Possibile che invece consideri obbligata la scelta per Maduro senza tener conto della catastrofe economica a cui ha portato il Venezuela, e che potrà facilitare un possibile intervento imperialista? E possibile che nel suo giudizio non conti niente la connivenza – dietro la propaganda a buon mercato – con le multinazionali del petrolio e della finanza? (a.m.)