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ABC Napoli. La grande bugia

di Gennaro Esposito

Nelle ultime settimane giornali e social hanno titolato decine e decine di articoli e post sulle criticità cittadine. L’elenco si allunga giorno dopo giorno, ma dell’Acqua Bene Comune nessuno ne parla più. Un po’ perché è passata l’idea che le questioni spinose siano state risolte con l’assunzione in ABC dei lavoratori del Consorzio di San Giovanni e un po’ perché le profonde criticità dell’azienda non emergono ancora nella visibilità del presente.

Il Piano Industriale che prevede l’assunzione dei lavoratori del Consorzio fu approvato dalla commissaria dell’azienda il 26 dicembre 2016, ma è stato pubblicato sul sito ABC appena un mese fa, e solo dopo insistite sollecitazioni e diffide dei lavoratori ABC, del Consiglio Civico e del Comitato dei Cittadini.

Cosa dice questo Piano Industriale? La prima cosa che salta agli occhi è la macroscopica bugia dell’intestazione “Ciclo Idrico Integrato”. Questa “bugia” la disse anche il sindaco di Napoli in un’intervista a Rai 3 (Presa Diretta), andata in onda a gennaio 2017. La maggior parte di voi sa benissimo che il Ciclo Idrico Integrato comprende le fonti, la distribuzione, le fognature, la depurazione e il sistema duale.

Le fonti – In questo Piano Industriale non c’è una sola parola sulla delibera della Regione Campania che ha scippato all’ABC la gestione della fonte del Serino né è spiegato il motivo per il quale l’Azienda non ha impugnato tale delibera, né è stato conteggiato il costo in denaro da dare alla Regione per continuare a prelevare l’acqua dalla fonte.

Le fognature – Sono state acquisite pompe di sollevamento per giustificare l’assunzione dei 100 lavoratori del consorzio (una ventina ad impianto). L’acquisizione del sistema fognario, invece, è rinviata a future decisioni dell’amministrazione comunale (?).

La depurazione – Non viene neppure citata. In pratica, questo aspetto centrale del Ciclo Integrato viene lasciato nelle mani della Regione, che a sua volta sta affidando la depurazione alle multinazionali francesi. E il Comune che fa? Resta immobile, non reagisce.

Sistema duale – Silenzio assordante anche su questo fronte. Eppure una rete duale è indispensabile per separare l’utilizzo dell’acqua potabile e pregiata (per scopi alimentari) dall’acqua semplicemente pulita da destinare ad altri scopi. Non ho lo spazio in questo articolo per parlare “dell’attualissima emergenza idrica”. E’ una questione delicatissima e controversa che merita un articolo a parte.

Analizziamo ora i costi. Da precisare: la legge impone che ci sia la copertura per almeno tre anni. Per sostenere il passaggio dei cento lavoratori e delle pompe di sollevamento il Piano Industriale prevede che il Comune versi in tre anni 16.000.000 di euro, così ripartiti: Primo anno = 6.200.000 (4.900.000 + 1.300.000 per costi di energia elettrica e smaltimento). Secondo anno = 4.900.000 Terzo anno = 4.900.000 Lo specchietto mostra che non sono indicate le spese di energia e rifiuti per il secondo e terzo anno, che avranno comunque un costo di 2.600.000 euro. Il Piano Industriale assume poi colorazioni ermetiche quando prevede per le pompe di sollevamento una spesa di 9.500.000 (una spesa necessaria: gli impianti non funzionano e non sono sicuri per i lavoratori) da recuperare attraverso “risparmi”, ovviamente non precisati. Nel Piano Industriale c’è anche l’impianto di Coroglio. Il costo: 1.400.000 all’anno (per tre anni: 4.200.000). Il Piano prevede inoltre la gestione dell’acqua di falda di Bagnoli. L’acqua di falda, però, non ha nulla a che vedere con il ciclo integrato. Comunque sia, tale gestione costa all’ABC 350.000 euro all’anno. Moltiplichiamo l’importo per tre anni e arriviamo a 1.050.000. Facciamo ora l’addizione di tutte le cifre sottolineate e abbiamo: 33.350.000 euro. A ciò bisogna aggiungere che la AEEGSI (autorità energia elettrica, gas e sistemi idrici), dopo aver riscontrato anomalie nelle tariffe, approvate prima del 2015, ha imposto che agli utenti venisse restituito l’importo incassato indebitamente. Nel Piano Industriale non si parla della restituzione di questi importi, ma sono addirittura previsti incrementi di costo delle “tariffe sbagliate”.

Dietro i numeri elencati ci sono purtroppo due amare verità: l’ABC non ha questi soldi e il Comune, nel bilancio di previsione triennale, non ha fatto menzione, nemmeno una sillaba, su queste uscite. C’è ancora un’altra verità, forse la più amara: nel Piano Industriale approvato dalla commissaria e dal sindaco non c’è un solo rigo dedicato ai lavoratori della Net Service. Per ottimismo antropologico vorrei non pensare che per la commissaria e per il sindaco vi siano lavoratori di serie A e quelli di serie B. In sintesi, si sta preparando un buco di almeno 35.000.000 di euro che porterà, con un processo lento ma progressivo, a far implodere l’azienda. Il sindaco è consapevole di tutto ciò? In un’intervista rilasciata qualche giorno fa (visibile sul sito napoli.repubblica.it), ammette: “se non miglioreranno i conti nel 2018 saremo nel tunnel”. Eppure, almeno per l’ABC una soluzione forse c’era. In un precedente articolo parlai dell’ultima riunione del vecchio CdA licenziato dal sindaco. In quella sede (era il sei settembre 2016), si discusse su come potevano essere assorbiti i cento lavoratori senza però creare un buco di trenta milioni di euro. C’è da ritenere che l’idea del Piano Industriale ipotizzato in quella data fosse più che fattibile, tant’è che il quattordici settembre del 2016 un team di esperti in Piani Industriali presentò all’ABC un suo preventivo, redatto proprio sulla base di quelle linee disegnate il sei settembre. Come molti di voi già sapranno, il quindici settembre, cioè esattamente il giorno dopo, il sindaco licenziò quel CdA.

Perché si trascina un’azienda pubblica al disastro finanziario e all’inevitabile disservizio (vedi il caso rovente ANM)? Tra le tante citazioni condivisibili scelgo quella semplice, e perciò acutissima, di Noam Chomsky: “Le crisi finanziarie del servizio pubblico servono a preparare nel tempo il passaggio ai privati”.

Se una criticità non è visibile nel presente non vuol dire che non sia di vitale importanza. Il “business acqua” fa gola agli squali della borsa, ai governi nazionali e a quelli periferici. Basta un minimo di acume politico per capire che in un futuro non lontano l’acqua sarà l’arma di ricatto più potente del sistema capitalista. Del resto, basta spostare lo sguardo un po’ più in là della punta del naso, per vedere che il conflitto “capitale-natura” è già avviato a lasciare più macerie di tutti gli altri conflitti fin qui vissuti dall’umanità. Esso, però, può diventare un mortale boomerang per il capitale, ma solo se crescerà un movimento cosciente di massa su scala internazionale.

Concludo l’articolo con un aneddoto. Un giorno una dirigente della casa editrice Einaudi chiese a Pasolini: “Perché lei è comunista?” La risposta fu: “Per un istinto di sopravvivenza…”.