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Un dibattito falsato sul Venezuela

di Antonio Moscato (da Movimento Operaio)

Non è facile nella sinistra italiana capire che succede in Venezuela se ci si limita a ripetere ovvietà: ad esempio che la stampa borghese locale e internazionale mente sistematicamente. È vero, ma quando mai non lo ha fatto? E se si accetta la forzatura propagandistica di Maduro che presenta in blocco come una forza fascista la MUD, non si capisce che in Venezuela ci sono proteste di ogni segno, compresi assalti ai supermercati iniziati da settori sottoproletari per fame e gestiti dalla sempre più visibile malavita locale. Tra l’altro i portavoce della MUD hanno più volte preso le distanze dalle proteste sociali, concentrandosi sugli aspetti istituzionali, di cui agli affamati e ai ladri importa poco. La MUD è una coalizione di molti partiti, tra cui COPEI e AD (socialcristiano e socialdemocratico) che avevano governato il Venezuela prima di Chávez, e compresi i resti di un paio di formazioni guerrigliere, ma soprattutto non rappresenta tutta l’opposizione al governo, anche perché questo aveva impedito la presentazione di liste alla sua sinistra.

A Maduro fa comodo attribuire alla MUD la responsabilità di ogni contestazione di qualsiasi segno, compresa quella puntuale e concreta di ex ministri chavisti (tra i quali spiccano i nomi di Jorge Giordani, già ministro della pianificazione, Héctor Navarro ministro dell’Educazione, Ana Elisa Osorio titolare dell’Ambiente) o di settori sindacali. Due importanti generali, dei tanti che sono stati nominati ministri, si sono collegati a questa opposizione chavista: Cliver Alcalá, che era alla testa di una divisione dell’Esercito al confine meridionale con Brasile e Guyana, e Miguel Rodríguez Torres, a lungo capo dei servizi di informazione al tempo di Chávez, e poi ministro dell’Interno e Giustizia nel primo biennio di governo di Maduro. Appena quest’ultimo ha espresso alcune critiche è stato destituito e accusato di essere un agente della CIA con un ridicolo documento di evidente falsità, ma Rodríguez Torres si è difeso in una conferenza stampa a Caracas, senza che siano stati presi provvedimenti nei suoi confronti. Non è stato arrestato come sarebbe stato logico fare se il “documento” fosse vero, data la gravità dell’accusa, ma Geraldina Colotti continua sul Manifesto a ripetere la calunnia nei suoi confronti, e lo presenta come un fiancheggiatore della MUD.

Sempre alla MUD (in collaborazione con le cancellerie di Stati Uniti, Gran Bretagna, Regno di Spagna ecc.) Maduro attribuisce la grottesca sceneggiata del poliziotto attore, presentandola come parte di un golpe eterodiretto ispirato dall’ex ministro degli Interni. La MUD invece è convinta che la sceneggiata sia stata organizzata dal governo, che ha approfittato del clima di esaltazione di fronte a un “attacco straniero” per destituire la Fiscal general Luisa Ortega e per fare un’irruzione nell’edificio dell’Assemblea nazionale, spintonando diversi deputati.

Naturalmente, nonostante le sue molte forzature propagandistiche, è ridicolo presentare il governo Maduro come una dittatura: è un governo borghese che usa una retorica pseudorivoluzionaria e calunnia come agenti della CIA tutti quelli che criticano da sinistra la sua politica; è un governo che ha portato alla catastrofe il paese proprio per la debolezza dimostrata verso gli imboscatori di alimentari e gli speculatori che giocano sull’enorme differenza tra i vari cambi (avendo buoni agganci nei palazzi del potere si possono acquistare dollari a un cambio di 10 bolivares per dollaro, rivendendoli a 2.600 nel mercato speciale DICOM, e anche a 8.000 nel mercato parallelo di contrabbando). Un governo che dopo tre giorni non ha ancora catturato il protagonista della bravata cinematografica…

 

 

 

Appare ovvio che in Venezuela non c’è una “dittatura”, come sostiene la MUD, ma semplicemente un governo incapace di fronteggiare una grave crisi economica e sociale ma anche politica. Certo non è un bell’esempio di democrazia vietare tutto il centro di Caracas alle manifestazioni dell’opposizione, creando un’enorme “zona rossa” ma non è neppure eccezionale: è esattamente quel che fanno molti governi di paesi che si dicono democratici, a partire dall’Italia.

Ma è evidente che presentando il conflitto in Venezuela soltanto come un conflitto sulla democrazia non si ascoltano e anzi si mettono a tacere le voci dei chavisti critici che al centro della loro polemica hanno piuttosto gli accordi del governo con le principali multinazionali del settore minerario e del petrolio per lo sfruttamento del cosiddetto “arco minerario dell’Orinoco”, un’area di 111.800 km2 , pari a un terzo della superficie dell’Italia. In particolare rimproverano a Maduro e all’allora presidente dell’Assemblea Nazionale Diosdado Cabello di aver concordato con l’inviato di Obama John Kerry lo sfruttamento del bacino dell’Orinoco già nel 2013. Naturalmente affrontano anche i temi della democrazia, a partire dal fatto che gli accordi con diverse imprese nordamericane sono stati tenuti a lungo segreti grazie a decine di “leggi abilitanti” (votate in extremis dalla vecchia maggioranza dell’Assemblea Nazionale) che delegavano al governo la gestione delle zone speciali, nascoste per non appannare il mito dell’antimperialismo su cui si regge, soprattutto all’esterno, il chavismo. Molti oppositori di sinistra ricordano che Hugo Chávez aveva espulso dal Venezuela quella stessa Gold Reserve (insieme ad altre compagnie minerarie), anche a rischio di finire per questo denunciato al CIADI (o ICSID), il centro della Banca Mondiale per la soluzione delle controversie sugli investimenti, mentre oggi la Gold Reserve è rientrata trionfalmente dalla porta principale, ottenendo il pagamento di centinaia di milioni di dollari per i danni subiti. Tra le critiche della sinistra, anche lo zelo di Maduro nel pagare puntualmente a ogni scadenza l’iniquo debito internazionale. Su questo si veda su questo sito:
Debito estero e liberazione nazionale del XXI secolo in Venezuela

La grande incognita del Venezuela è il comportamento dell’esercito. A parte i due casi ricordati, e una spontanea dimissione del maggior generale Alexis Ramirez dall’incarico di segretario del Consiglio della Difesa della Nazione, per disaccordi sulla proposta di Costituente, la maggior parte dell’esercito è leale al governo, che lo compensa adeguatamente: ben 14 ministri su 34 sono militari, e una percentuale analoga di militari ha ottenuto incarichi come governatori o amministratori di importanti aziende nazionali.

È interessante che anche la“Lega unitaria chavista socialista”, frutto di una scissione pro Maduro che si è prodotta nella principale forza di opposizione di sinistra, Marea socialista, ammette che il problema principale è quello della corruzione dilagante, della perdita vertiginosa del potere d’acquisto dei salari, della fuga di capitali all’estero. Tuttavia pensa che sia possibile risolvere questi problemi in un’assemblea costituente eletta con criteri truffaldini non concordati con nessuno, e finalizzati a recuperare in qualche modo e a qualunque costo il potere perso con una sonora sconfitta in elezioni regolari realizzate con la legge elettorale voluta dallo stesso Chávez.

È incredibile che venga considerato grave che le opposizioni, tutte, non intendano partecipare a una scadenza elettorale decisa unilateralmente da una delle parti, con una legge che distribuisce i seggi a piacere del governo, in modo da avere collegi sovrarappresentati e altri sottorappresentati, e con una metà dei “deputati” che sarebbero designati dalle categorie in base a criteri fantasiosi. Il 1° maggio Maduro aveva annunciato a sorpresa l’idea, con una retorica che faceva intravedere i soviet, e ha designato personalmente tutti i fedelissimi incaricati di organizzare la bella trovata che ha lo scopo non nascosto di invalidare definitivamente il parlamento eletto in base alla costituzione vigente proposta e poi emendata dallo stesso Chávez … Ci vuole molto a capire che non è concepibile varare una legge elettorale senza discuterne almeno i criteri generali con l’opposizione o almeno informarla?

E perché chiamarla “Opposizione” se ha avuto il 67% degli eletti? Anche ammesso che fosse giusto toglierle i 3 deputati eletti nel marginale Stato di Amazonas (cosa di cui è lecito dubitare data la disinvoltura con cui un organo tecnico come il Tribunale supremo di Giustizia designato dalla vecchia maggioranza aveva pensato di sostituirsi a un parlamento regolarmente eletto) questi 3 deputati potevano benissimo essere rieletti in breve tempo, ma comunque l’ex opposizione manteneva oltre il 60% degli eletti grazie all’astensione di due milioni e mezzo di chavisti profondamente delusi dall’aggravarsi della crisi, dalla caduta continua dei salari reali, e dalle complicità e/o incapacità del governo.

Invece è venuta fuori questa proposta di “Costituente”, che dovrebbe garantire la pace, ma in realtà esaspera gli animi perché in base alla Costituzione vigente (voluta da Chávez) avrebbe dovuta essere approvata previamente da un referendum, e soprattutto per la sua evidente faziosità. Il risultato delle elezioni può essere stravolto dalle norme per la distribuzione dei seggi, che è priva di ogni criterio di equità democratico. Luis Enrique Lander, presidente della Ong Observatorio Electoral Venezolano, e fratello di Edgardo Lander di cui abbiamo pubblicato spesso gli interventi (vedi l’ultimo: Lander. la sinistra e il Venezuela), passato recentemente per l’Italia, ci ha spiegato “Ci sono comuni di 3.000 abitanti che avrebbero un costituente esattamente come comuni con un milione di abitanti. E poi vediamo i settori. Perché i pescatori devono essere associati al gremio [corporazione o collegio] dei contadini? Perché non c’è un gremio anche per le donne? Perché contemplare queste Comunas? Chávez a un certo punto ha iniziato a dire che bisognava fare uno ‘Stato comunale’, ma le Comunas nella Costituzione non ci sono: ci sono i municipi e le giunte parrocchiali. E perché dare una rappresentanza a parte ai portatori di handicap? Poco fa, ho scoperto che in Venezuela c’è un registro di portatori di handicap che ricevono aiuti dal governo. Vogliamo scommettere che solo gli iscritti a quella lista si vedranno attribuire il diritto di votare e essere eletti, con l’esclusione di quella grande maggioranza di portatori di handicap che non vi sono iscritti?”. Per giunta le Comunas sono apparse a macchia di leopardo e non rappresentano una parte significativa della popolazione.

Questo complicato e pasticciatissimo meccanismo dovrebbe essere in opera già alla fine di luglio. Ma è evidente che non c’è il tempo tecnico per condurre un processo elettorale corretto: se non altro perché i registri dei gremios dovranno essere fatti ex novo. Per fare le cose per bene e per assicurare una campagna elettorale equa ci vorrebbero molti mesi. “Nel frattempo – continua Luis Lander – il Consiglio Nazionale Elettorale ha annunciato per dicembre le elezioni amministrative che si dovevano fare il dicembre scorso. Perché per questo voto che sarebbe semplice organizzare, applicando la legge elettorale esistente, si aspetta invece tanto tempo? E se poi l’Assemblea Costituente decide ad esempio che i governatori non devono essere più eletti ma nominati dal Presidente? Come si fa a indire elezioni sulla base di una Costituzione che si vuole superare?”.

Insomma la spiegazione diffusa in parte della sinistra che considera Maduro vittima di una cospirazione per cancellare l’esperienza chavista non regge: le proteste verso l’incredibile modo di gestire la cosa pubblica sono comprensibili e legittime, e non sono riconducibili solo alla destra (che naturalmente approfitta del discredito del governo) ma toccano diversi settori chavisti che denunciano un governo conciliante con i capitalisti locali e transnazionali, e duro con chi protesta da sinistra contro la svendita del patrimonio nazionale avviata con gli accordi segreti sulla fascia dell’Orinoco. (a.m.)

PS. Molti dei difensori incondizionati delle misure di Maduro sono nostalgici del “socialismo reale” che si sono spiegati il brusco crollo del sistema sovietico nel 1989-91 con le manovre della CIA e oggi pensano che tutta la crisi venezuelana sia provocata artificialmente dall’esterno, secondo un modulo ben sperimentato, applicato anche in Argentina e soprattutto in Brasile. Non si sono mai domandati perché quando la Russia sovietica era debole, assediata e affamata ha resistito a ogni insidia, mentre negli ultimi anni passava di crisi in crisi? E analogamente, come è possibile che anche sul piano interno per spiegare un insuccesso, una crisi, una scissione, un tracollo elettorale, si pensasse sempre a un complotto del nemico, invece di domandarsi in che cosa aveva sbagliato la nostra parte? Il nemico c’è da sempre e sempre ci ha provato (fa il suo mestiere…) fin dal primo giorno della vittoria della rivoluzione d’Ottobre, ma per anni non ha ottenuto risultati. Quando ero nel PCI ho cercato di spiegare i sintomi della crisi che montava nei paesi dell’EST, dal 1953 di Berlino Est al 1956 di Poznan e dell’Ungheria, al 1968 cecoslovacco, ecc. Erano sintomi chiarissimi, ma il 99% dei bravi e generosi compagni di base non ne volevano sentir parlare: anzi molti erano sicuri che, “non a caso”, ogni crisi era dovuta a un complotto della CIA, e coincideva, vedi caso, con una scadenza elettorale italiana, rivelando così che aveva lo scopo di far perdere voti al PCI… Tapparsi gli occhi non è servito a molto ed anzi ha preparato la crisi di quello che era stato un grande e rispettabile partito. E il rifiuto di aprire una discussione seria su quel che era accaduto ha pesato anche sul PRC. Se non si spiegano materialisticamente gli errori della propria parte, è impossibile correggerli, e prevale inevitabilmente la rassegnazione e il fatalismo ogni volta che si registra una sconfitta.