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Ritorno al Lingotto, la Leopolda triste di Renzi

Renzi torna nel luogo dove Veltroni proclamò il Pd. Ma è finito il tempo di ridere e scherzare: il nuovo non avanza più

di Diego Giachetti

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Io non posso restare/ Seduto in disparte/ Né arte né parte/ Non sono capace/ Di stare a guardare… Ricominciamooooooo

(Adriano Pappalardo, Ricominciamo)

Dal 10 al 12 marzo si è tenuta la convention, voluta da Renzi e dal suo staff, al Lingotto di Torino per promuovere la sua candidatura a segretario alle prossime primarie del Pd. Dopo le varie riunioni alla Leopolda di Firenze, la corrente renziana e le altre che la assecondano, hanno scelto il Lingotto nella ricorrenza simbolica del luogo dove dieci anni fa Valter Veltroni annunciò la nascita del Pd, frutto della confluenza dei Democratici di sinistra e della Margherita. Era, per quel tempo, l’ultima delle ultime modificazioni “genetiche” in corso: dal vecchio Pci ai Ds, da un pezzo di Dc al Partito popolare italiano, poi Margherita. Dalla somma di questi “geni” mutanti nasceva il nuovo Pd, consacrato ufficialmente il 14 ottobre 2007.

Tanto fu tormentata e complessa la nascita del Partito democratico, quanto travagliato è stato il suo percorso in questo decennio. Nato sull’onda un po’ tardiva del clintonismo e del blairismo, dell’ideologia liberista, globalista e finanziaria, fiducioso di aver trovato una “terza via” tra capitalismo novecentesco, socialismo democratico e reale, dovette ben presto constatarne il fallimento. La “terza via” s’interruppe bruscamente col crollo della Lehman Brothers imbottita di “sub-prime” i mutui per lavoratori e classe media, le cui retribuzioni diminuivano da alcuni decenni. Negli anni successivi il nuovo partito perse elettori e iscritti (831.042 nel 2009, 539.354 nel 2013) e cambiò diversi segretari: Walter Veltroni (2007-2009) Dario Franceschini (2009), Pier Luigi Bersani (2009-2013), Guglielmo Epifani (2013) e, infine, Matteo Renzi dal dicembre 2013. Dopo il non entusiasmante risultato alle politiche del 2013 e l’ascesa di Renzi, si verificò una ristrutturazione della base elettorale del partito. Perse una fetta di elettori, in gran parte ex Ds, sostituiti dalla massa degli elettori che nel 2013 aveva votato per i partiti di centro. L’emorragia degli iscritti proseguì anche sotto la leadership renziana: 378.187 nel 2014, per poi risalire faticosamente, e con polemiche relative a scandali legati al tesseramento, ai 405.014 del 2016.

Molti dei problemi del Pd hanno avuto origine da quella rapida fusione di entità politiche disomogenee, incapaci di amalgamarsi. Così il Pd non volle essere un partito socialdemocratico e nemmeno un partito popolare o cristianodemocratico. Era semplicemente un partito postmoderno senza ideologie, che rincorreva il centro per accaparrarsi una posizione di governo. Gioco favorito dal venir meno della forza elettorale raccoltasi attorno a Berlusconi e ai suoi alleati e dalla copertura fornitagli dalla borghesia che in cambio volle e ottenne riforme da tempo desiderate. Esse sono il programma del Pd: jobs act, “buona scuola”, legge elettorale maggioritaria e riforma autoritaria della Costituzione, questi ultimi tentativi non riusciti a causa della sconfitta subita nel referendum del 4 dicembre scorso.

Nel precipizio della crisi

Renzi aveva un governo e un partito nelle sue mani a dicembre, a gennaio solo il partito. A febbraio un partito assottigliato dagli abbandoni della minoranza. Ora è diventato pure ex segretario e deve giocarsi la partita con altri due concorrenti. All’interno del partito il renzismo secerne, come una seppia, l’antirenzismo. Tra le tante ragioni della recente fuoriuscita della minoranza, che ha fondato il Movimento democratici e progressisti, vi è anche il metodo di gestione egotico del partito da parte sua: il culto si sé e il compiacimento narcisistico della propria persona e delle proprie qualità che porta a una sottovalutazione dell’agire degli altri e del contesto in cui si opera. Una delle ragioni delle divisioni è sicuramente lui stesso.

Difatti, agli atti di questi ultimi anni non esistono divergenze politiche significative, circa le scelte fatte del Pd in materia di lavoro, fisco, mancette, scuola, politica europea e internazionale. L’unico punto di differenziazione ha riguardato la riforma costituzionale ed elettorale.

Renzi non gradisce critiche e discussioni serie nel partito, non è in grado di sopportare persone che gli diano contro. Nello scontro interno al partito ha riproposto il solito linguaggio conflittuale (dalla “sfida” ai “ricatti”) e il solito schema concorrenziale. La soluzione muscolare della divisione interna al Pd si è ribaltata su sé stessa. Usciti gli “scissionisti”, la frattura politica e di potere si è ripresentata nella forma di altre due candidature in competizione con quella di Renzi per la carica di segretario. Fatta la scissione si è costruito un congresso lampo per vincere subito e sbaragliare gli altri competitori, non in un dibattito politico ma a colpi di voti alle primarie, al costo di due euro l’uno.

10 ANNI FA IL LINGOTTO DI VELTRONI,LI' RADICI DEL PD RENZI

La neo lingua del Lingotto

Dieci anni or sono, quando l’allora candidato segretario Valter Veltroni pronunciò il suo discorso, le parole usate erano un classico esempio del “vuoto” che albergava in una recita impostata nel teatrino estetizzante della moderna politica inaugurata dal berlusconismo. Per chiarire una volta per tutte cosa sarebbe stato il nuovo partito Veltroni esordì dicendo che occorreva “fare un’Italia nuova”, questa era la “ragione, la missione, il senso del Partito democratico”. E così via, un profluvio di parole ripetute come un mantra. Giovanna Cracco, in una ricerca pubblicata su «Paginauno» del dicembre-gennaio 2008, contò nel discorso di Veltroni 45 richiami alla parola “nuovo”; Piero Fassino al 4° Congresso dei Democratici di sinistra l’aveva usata ben 64 volte. Nel suo lungo discorso Veltroni pronunciò la parola “mercato” dieci volte, la parola “impresa” undici, la parola “equità” una volta, la parola “uguaglianza” due volte, le parole “giustizia sociale” quattro volte. Non era un caso, quelle ripetizioni o mancanze continue introducevano alla definizione di un’affermazione identitaria del nuovo partito: il buon funzionamento del mercato finanziario è una delle condizioni dello sviluppo. E il mercato finanziario funziona bene se è aperto. La migliore società possibile, che già allora il Pd proclamava di cercare, metteva al centro non le persone, ma il capitale, strizzava l’occhio ai proprietari dei mezzi di produzione e dimenticava i lavoratori.

Nei mille giorni di governo, Renzi si è ricordato dei lavoratori e li ha “omaggiati” col jobs act, li ha resi più precari di prima. Al Lingotto ha annunciato ufficialmente la sua ideologia: la fine delle ideologie. Difatti è passato dalle ideologie allo spettacolo cabarettistico e all’uso e abuso della storytelling, quell’arte di narrare storie con finalità di comunicazione persuasiva, per cui i fatti cambiano di significato a seconda della narrazione, da come li incarto per il pubblico. L’avanspettacolo proposto ha rispettato le sue tre regole fondamentali: rapidità della narrazione, sostanziale superficialità, necessità di ridurre ogni concetto, ogni pensiero, a battuta. Nessuno dei problemi che il Pd dovrebbe affrontare può essere considerato risolto. Più che un programma si è trattato di dichiarazioni generiche d’intenti: “bisogna guardare al futuro”, ma non ha spiegato quale. L’unica certezza è che il futuro va cercato assieme a Marchionne e alle sue mirabili capacità imprenditoriali. Sulla questione della forma partito se l’è tolta con la sua solita superficialità: non un partito leggero, non un partito pesante, ma pensante. Al fine di addestrare a pensare i suoi supporters ha lanciato per il futuro la proposta di una scuola di formazione, la Frattocchie 2.0. Poi, secondo il modello Leopolda, la kermesse si è suddivisa, dopo la relazione dell’ex segretario, nei tavoli tematici ai quali fa fine partecipare, ma poiché i partecipanti erano numerosi, pochissimi hanno potuto prendere la parola e si sono limitati ad ascoltare il coordinatore responsabile del tavolo e i notabili di turno.

Parole e rimozioni

700 posti a sedere, complessivamente una circolazione, nei tre giorni, di circa 2-3000 persone, in prevalenza piemontesi e over ’50 sottolinea «La Stampa»: anagraficamente rottamati felici che applaudono il rottamatore. Un happening della classe media spaesata, disorientata dalla crisi e dalle sconfitte elettorali (a Torino brucia ancora la caduta di Fassino nella competizione elettorale per la carica di sindaco) non certo della classe lavoratrice che albergava nella ex fabbrica decenni or sono. Vi ha partecipato una base con connotazioni da frazione unica: chi critica è un nemico del partito. Gli avversari sono stati definiti “macchiette” che si ostinano a cantare Bandiera Rossa, canzone, si apprende dalla cronaca, ancora fischiettata dal Governatore del Piemonte Chiamparino, ma solo quando fa la doccia.

La kermesse è servita a misurare quanto potere rimane nelle mani di Renzi, al suo “io” egocentrico che trascina, comprende e guida il “noi” inteso come gruppo dirigente. Senza “io” ha detto non si va da nessuna parte. E’ la constatazione dei limiti, se non del fallimento del renzismo che in questo lasso di tempo non è riuscito a formare un ceto dirigente capace di andare oltre la corrente politica nata e cresciuta attorno al leader e a un gruppo ristrettissimo denominato “giglio magico”. Così si è ribadito il centralismo renziano che vuole un leader unico, indiscusso che ha ragione anche quando perde pezzi di partito e consensi. In fondo questo voleva la platea che ha riempito il salone del Lingotto, orfana post-moderna, in cerca di consolazione prima ancora che di rappresentanza. Esemplari i toni assunti da due ministri del governo Gentiloni i quali si sono rivolti a Renzi con queste parole: non c’è partito senza leader. Il leader è quello che sogna ad occhi aperti (Minniti); Renzi è l’interprete del nostro sogno, la leadership è indispensabile (Delrio).

Alla luce dello scandalo Consip, che lambisce il “giglio magico”, Renzi prima ha reagito affermando che era in atto un complotto per farlo fuori e che non si sarebbe fatto processare dai giornali, poi a Torino ha cambiato verso: non parliamone. Con lo stesso processo di rimozione è stata trattata la sconfitta subita nel referendum costituzionale del 4 dicembre scorso. Si ricomincia, la “nostra avventura è solo all’inizio”, ha affermato Maria Elena Boschi, ricomparsa dopo la lunga quarantena dallo spettacolo politico pubblico, seguita alla bocciatura della riforma costituzionale di cui fu paladina. L’analisi della sconfitta è stata ridotta a una questione intima, personale, un affronto alla persona, che è anche visibilmente offesa. Renzi stesso ha parlato di cicatrici lasciate nel suo ego-martirizzato. La riscossa dopo la sconfitta è ridotta a fatto personale, caratteriale di reazione: ricominciamo! Deciso a rilanciare la sua corsa alla segreteria nel suo stile, che non conosce pause e tantomeno ripensamenti, già disastrosamente sperimentato nel referendum. Le colpe e gli errori si espiano velatamente. Ecco perché l’incontro al Lingotto è diventato una Leopolda più seria, sobria, senza video-giochi, foto e effetti speciali. E’ finito il tempo di ridere e scherzare.