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Dopo il referendum, il paradosso della democrazia al tempo del liberismo

di Andrea Martini

Mentre scriviamo questa nota sono ancora in corso le tradizionali consultazioni nei saloni dorati del Quirinale tra il capo dello stato e le delegazioni dei partiti, per dirimere la complessa crisi nella quale Renzi e il suo governo hanno cacciato il paese con l’avventura del referendum costituzionale.

Nessuno, tanto meno noi, è in grado di fare previsioni sulla soluzione che verrà data alla crisi di governo. Ma nessuno vuole fare il bilancio di un’impresa con la quale, alla ricerca spasmodica di un’impossibile “stabilità”, si è precipitati in una situazione di totale incertezza.

Sì, perché la pretesa di  Renzi (e soprattutto del suo mentore Napolitano) di voler imporre al paese una riforma costituzionale, per tentare di risolvere la contraddizione tra politiche neoliberali e assetto democratico, si è scontrata proprio con lo schiacciante pronunciamento democratico del paese. Un paese che, nonostante lo spudorato sostegno di tutti gli organi di informazione nei confronti del disegno renziano, nonostante l’utilizzazione spregiudicata della strategia della paura, non ha avuto timore di dire massicciamente No, un no alla riforma costituzionale, ma anche e soprattutto un no alla politica economica e sociale del governo e di tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi anni alla guida dell’Italia.

Renzi, il “grande leader” che con la sua politica aveva entusiasmato le classi dominanti e che aveva “risollevato il prestigio internazionale” del paese dopo le grottesche figure di Berlusconi e il grigiore di Monti e Letta, con la sua presunzione di fare cappotto e di risolvere persino il nodo di una costituzione ancora troppo segnata dal compromesso sociale e politico del Dopoguerra (come aveva affermato JP Morgan), ha creato una situazione in cui le incognite sono maggiori delle certezze.

Renzi resta ancora in gioco, e forse potrebbe persino essere reincaricato da Mattarella, solo perché la borghesia è sostanzialmente priva di soluzioni alternative. Persino la scelta di Gentiloni, Padoan o altri ex ministri appare (perché è) in totale continuità con il governo appena sconfitto. Nel PD, dopo l’ubriacatura di renzismo, cresce la fronda ma non si profila nessuna altra leadership sufficientemente convincente. Per quanto riguarda il centrodestra, provvisoriamente ricompattato dal No al referendum, esso continua ad apparire profondamente e, per il momento, irrimediabilmente diviso tra le scelte populiste demagogiche di Salvini e della Meloni e quelle più centriste di Berlusconi.

Ma la vicenda referendaria suggerisce anche qualche altra riflessione.

L’Italia ha respinto decisamente la proposta costituzionale Renzi-Boschi, ma, occorre ricordarlo, l’assetto istituzionale del paese ha già subito parecchie modifiche nel corso degli ultimi venti anni. D’altra parte, nella mappa governativa, una trentina di anni fa è apparso il dipartimento per le Riforme istituzionali e, da allora in poi, tutti i governi, fossero essi di centrosinistra, di centrodestra o “tecnici”, lo hanno mantenuto, affidandolo, il più delle volte, a ministri o sottosegretari politicamente molto autorevoli, da Antonio Maccanico a Leopoldo Elia, da Mino Martinazzoli a Umberto Bossi, da Gaetano Quagliariello alla appena ex ministra Maria Elena Boschi.

Con il pretesto di dare stabilità al governo, raccontando la solita filastrocca dei “63 governi in 70 anni” e l’ancora più abusata tiritera della necessità di “sapere la sera stessa delle elezioni chi le ha vinte”, è stato pervicacemente e, purtroppo efficacemente perseguito l’obiettivo di rendere le istituzioni parlamentari meno permeabili alle pressioni popolari. Tutto ciò già ben prima dei richiami di JP Morgan.

Con la riforma Boschi, cercando di sfruttare il sentimento “antipolitico” e “anticasta”, Renzi voleva codificare l’impostazione oligarchica e autoritaria in una nuova “seconda parte” della Costituzione.

Ma, già da tempo, le leggi elettorali, da strumento di ricerca della maggiore rappresentanza del popolo nelle istituzioni, sono diventate strumenti di perseguimento del potere, per affermare che il paese va governato dalla minoranza più grande, lasciando fuori da ogni incidenza tutte le altre minoranze, perfino espellendo dalle istituzioni, con assurdi meccanismi di sbarramento, le forze più radicali, ma dimenticando che, comunque, le minoranze, sommate insieme, rappresentano evidentemente la maggioranza del paese.

Senza contare che le cosiddette “riforme elettorali”, per i loro effetti di rendere sempre meno rappresentative le istituzioni elettive, hanno anche grandemente contribuito alla disaffezione al voto di parti crescenti dell’elettorato.

Salvo poi, ecco qui il carattere improvvido per la borghesia dell’avventura referendaria di Renzi e di Napolitano, scontrarsi con la realtà di un paese che, in larghissima maggioranza, la pensa in modo opposto a ciò che orienta la politica governativa, sia sul piano delle trasformazioni istituzionali, sia su quello delle scelte sociali.

Già, perché le “riforme istituzionali”, cercando di dare potere ad una minoranza e causando un progressivo restringimento della partecipazione elettorale, non sono socialmente neutre. Quella minoranza che governa sarà per di più espressa da un corpo elettorale nel quale le classi popolari, in cui è stato fatto crescere l’astensionismo, sono sempre meno presenti, e sarà sempre più espressione univoca delle classi dominanti.

Se ciò è accaduto già chiaramente anche con i precedenti governi di centrosinistra (e, ovviamente, con quelli di centrodestra), si è ancora più nitidamente concretizzato con il governo Renzi, non a caso caldamente sostenuto da tutte le associazioni padronali, senza neanche quelle contraddizioni “in seno al popolo (borghese)” che caratterizzarono i governi Berlusconi.

Questa paradossale e antipopolare situazione istituzionale si è plasticamente manifestata mercoledì 7 dicembre nel larghissimo voto di fiducia del senato (173 sì e 108 no) ad un governo seccamente sfiduciato dal popolo tre giorni prima. Il tutto per approvare una legge “di stabilità” perfetta espressione del carattere antipopolare della politica di Renzi.

Il 7 dicembre, il senato della Repubblica si è pronunciato, su una materia fondamentale per la vita sociale del paese, in modo esattamente opposto a quello che era stata poche ore prima la chiara espressione della volontà popolare. Così, con questo schiaffo antidemocratico, il senato ringrazia il popolo italiano, che lo ha appena salvato dalla soppressione proposta da Renzi.

La discussione sulle prospettive del paese oggi, nello scontro inevitabile che si è riacceso tra le forze politiche principali, dovrebbe affrontare la necessità di correggere questo stridente paradosso, senza la soluzione del quale, nonostante la vittoria del No al referendum, nonostante i possibili rivolgimenti politici che potranno prodursi, la distanza tra la democrazia e la partecipazione, da un lato, e la politica economica e sociale, dall’altro, si allargherà in modo esponenziale.