In evidenza

Napoli, radiografia di una città

di Sinistra Anticapitalista Napoli

Queste righe costituiscono un tentativo di dare un contributo politico sulla “vicenda Napoli”, cioè sulla fase politica e sociale che sta attraversando la città. Una premessa necessaria a tale discorso è che non è possibile astrarre la realtà locale da quella nazionale. Mentre certamente l’analisi delle condizioni obiettive deve avere la capacità di evidenziare la “specificità Napoli”, le soluzioni da prospettare non possono essere definite in ambito locale.

Per affrontare correttamente il tema occorrerebbe un’analisi seria ed approfondita della realtà sociale che non fosse elaborata esclusivamente a tavolino sui dati ufficiali, ma fosse praticata come inchiesta nel vivo dei quartieri. Analogo discorso va fatto sulla realtà economica dove un sommerso enorme, spesso inquinato dalla camorra, sfugge alle rilevazioni ISTAT .

Riguardo alla realtà politica bisogna analizzare quali sono le prospettive della fase economica locale e nazionale in cui si colloca l’azione amministrativa e su che tipo di sostegno si regge. Infatti ogni amministrazione che si è succeduta nella storia della città è stata espressione di vari settori della borghesia locale e nazionale ed ha costruito consenso elettorale su differenti strati sociali. A riguardo, la storia recente della città può essere suddivisa in quattro fasi.

La gestione postbellica della ricostruzione fino agli anni ’60 ha visto il dominio incontrastato dei costruttori (le mani sulla città) che avevano come espressione politica la destra laurina; tali amministrazioni si basavano su un largo consenso interclassista centrato sul soddisfacimento dei bisogni primari di un larghissimo sottoproletariato.

Successivamente, l’avvento delle “partecipazioni statali” e l’estensione della sfera pubblica nei servizi hanno trasferito potere dalla imprenditoria alla mediazione politica democristiana e successivamente socialista (anni ’70-’80). Il consenso era ottenuto con l’allargamento dell’occupazione e la nascita di un ampio strato proletario.

La caduta della prima repubblica e l’elezione diretta del sindaco ha aperto una terza fase che ha trovato, agli inizi dei ’90, in Bassolino il suo interprete. Per alcuni anni la giunta Bassolino ha suscitato speranze ed aspettative nella classe lavoratrice; questa stagione (“rinascimento napoletano”) è stata superata rapidamente mentre il PDS nazionale completava la sua parabola di adesione agli interessi della borghesia e lo stesso Bassolino seguiva questa deriva e per supplire all’indebolimento del sostegno delle masse costruiva una rete di clientele politiche e di interessi imprenditoriali che ha invaso tutta la città, tutte le sfere pubbliche, dall’arte alla innovazione tecnologica.

Naturalmente la sopravvenuta crisi economica ha fatto crollare tutto il sistema e nel 2011 l’elezione di Luigi De Magistris ha aperto una nuova fase. La prima elezione di De Magistris ha avuto il supporto di una parte ampia ed interclassista della città, che auspicava la correttezza amministrativa che la figura del magistrato poteva evocare. Il risultato elettorale si deve anche alla crisi interna al PD napoletano. Nel corso dell’ultima parte della prima consiliatura ed, in maniera molto più evidente, nella fase attuale, la strada proposta dal sindaco può interpretarsi come la ricerca di una risposta amministrativa all’attacco neoliberista. Il sostegno ottenuto è stato su parole d’ordine antiliberiste che incrociavano le crescenti difficoltà della piccola borghesia e trovavano appoggio in strati giovanili che oggi introducono parole d’ordine e strategie differenti da quelle di cui la sinistra di classe si faceva portatrice nel passato, in un contesto diverso.

Si tratta oggi della necessità di opporsi al sistema dominante, che nega finanche la possibilità tecnica di amministrare la città. Il liberismo trasferisce potere dalla politica alla gestione diretta della borghesia, come evidente dalla strategia dei commissariamenti, dei “patti per…”, degli accorpamenti geografici per la gestione di servizi pubblici (come il riordino degli ATO), della modifica costituzionale del Titolo V, della legge Madia sulle partecipate (che però ha subito una pesante battuta d’arresto da parte della Consulta che ha bocciato alcuni decreti attuativi), ecc. Il liberismo sacrifica il sistema politico delle clientele retributive, del voto di scambio, del radicamento territoriale e di conseguenza cresce il rifiuto della politica, l’astensione dal voto e si sbriciolano i partiti che avevano lì le proprie basi di massa (PD e FI).

E’ questo il quadro che si trova di fronte De Magistris: quadro già presente nel 2011, ma oggi ulteriormente aggravatosi. La strategia vincente per resistere e risolvere almeno in parte i problemi dei lavoratori, delle lavoratrici, dei disoccupati e delle disoccupate napoletan@, è allargare il consenso con una politica antiliberista intransigente. Naturalmente bisogna essere realisti: non si nega la possibilità di mediazioni, sempre che le mediazioni possano servire per far avanzare l’attacco e non siano a perdere. Cedimenti successivi, invece, porteranno allo sgretolamento del consenso ed alla rivincita della destra con il pericolo di un De Luca a palazzo San Giacomo.

Bisogna fare subito chiarezza. L’appoggio alla giunta non può mai essere a prescindere; quando i deliberati della giunta sono in contraddizione con gli interessi dei lavoratori e dei cittadini, la scelta è chiarissima, si sta con i lavoratori, si sta con gli interessi dei cittadini. Quando incertezze, compromessi, cedimenti, incoerenze, errori si susseguono nella pratica amministrativa, si apre uno spazio di opposizione a sinistra che necessariamente si deve occupare e far avanzare in progettualità, aggregazione sociale, modalità di lotta.

L’amministrazione di una grande città è certamente complessa e le responsabilità ricadono a diversi livelli, ma la responsabilità politica è principalmente del sindaco e della giunta, che hanno anche il compito di veicolare le scelte politiche fino agli ultimi livelli decisionali. E’ chiara la difficoltà dell’operazione perché è evidente che i meccanismi dell’amministrazione sono costruiti su modelli non neutri rispetto agli interessi di classe e che la pratica di amministrazione quotidiana si è storicamente consolidata su mediazioni e particolarismi. Questa pratica deve essere contrastata dall’azione delle assemblee popolari che in autonomia controllano il funzionamento della macchina comunale e progettano soluzioni pienamente rispondenti agli interessi popolari.

Occorre identificare le infiltrazioni affaristiche che si insinuano nell’amministrazione, nei CdA delle partecipate, nelle concessioni e negli appalti. E’ quello uno dei terreni principali dove il capitale estorce profitto sui bisogni e sui beni comuni. La legislazione nazionale incoraggia le interazioni pubblico-privato, in pratica favorisce trasferimento di risorse pubbliche ai privati per servizi spesso scadenti. E’ questa l’idra che nei decenni passati ha prosciugato il bilancio del comune e ha imposto debiti difficili da pagare, soprattutto nel quadro del meccanismo del pareggio di bilancio per gli enti locali e nel patto di stabilità per le città metropolitane. E’ questo il principale nemico di classe che blocca il futuro di Napoli.

Questa battaglia che si svolge a Napoli non è fatta solo nell’interesse delle classi popolari napoletane, ma può avere una valenza molto più ampia. Napoli si trova in questo momento in una posizione relativamente più avanzata rispetto ad altre città in Italia e forse in Europa. Le sue contraddizioni sono enormi: il titolo di “città ribelle” può essere un auspicio, sicuramente non ancora una realtà: larghi strati popolari sono ai margini o assenti di questo percorso. Eppure, nonostante le difficoltà, alcune lotte ci sono, l’aggregazione giovanile cresce, le mobilitazioni sono frequenti; i percorsi sulla sanità, sulla casa, sulla precarietà, sull’occupazione, per il reddito sono ininterrotti. Però la prospettiva di una lotta solo locale – o di tante lotte locali quante sono le “città ribelli” – è debole; per vincere, Napoli si deve necessariamente connettere ad una nuova fase dello scontro di classe a livello nazionale ed internazionale.

P.S.

In questo contributo non sono stati trattati argomenti specifici ma è chiaro che quando si parla dei limiti dell’azione amministrativa ci si riferisce a Bagnoli, ABC, partecipate, welfare.