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Sulla “Questione Rom”

La compagna Annamaria Di Stefano, di Sinistra Anticapitalista di Napoli, ha scritto l’introduzione (con citazioni) per il libro di Marco Nieli, Napoli-Călăraşi Express. Vite zigane perdute nella metropoli d’Occidente, Ed. Del Faro, Napoli, 2016. Per l’interesse la pubblichiamo nel nostro sito.

Dei “nomadi” o della necessità di rifondare lo sguardo
(la via di fuga con le pentole e coi violini)

di Annamaria Di Stefano

violinista_romChi di noi non ha sognato di intraprendere il favoloso “viaggio in oriente”, magari su di un esotico treno che, lasciandosi alle spalle Parigi e Roma e le solite strade percorse nel tran- tran quotidiano di uffici, patenti e carte da bollo, ci catapultasse nella magica Bucarest odorosa di spezie?

Quanti all’opposto sono riusciti a percepire nel profondo e a deprecare quei muri invalicabili, quelle dogane anche mentali che ci vorrebbero far conoscere il mondo con gli occhi di chi guarda una cartolina illustrata?

Gli Zigani di cui si parla in questo libro, costretti in una precipitosa fuga oltre cortina a saltare muri custoditi dai gendarmi dell’Unione Europea, conservano lo sguardo incantato, ma paradossalmente tanto moderno, con cui, in questa nuova era seguita alla caduta del muro di Berlino, essi proseguono il loro tradizionale ed avventuroso viaggiare.

Il tentativo di riappropriarsi di questo sguardo “oltre-cartolina”, così come ha appassionato il nomade-narratore Marco Nieli, non potrà che conquistare i lettori disposti a percepire, “oltre gli stracci”, le avventure di questi esploratori-esploratrici a noi contemporanei.

E, come gli zigani, con spirito di avventura Marco Nieli ha accettato la sfida di narrare una “cognizione del dolore” non più solo introspettiva ed univoca, ma duale: dando carta bianca ed interpretazione ad un mondo sommerso di verità. In queste pagine il “mondo sommerso degli invisibili” squarcia, con una propria parola, l’ormai improponibile visione di una “realtà” compassionevole, ma pur sempre univoca.

In queste pagine il coraggio dell’impegno si coniuga con la ricerca del senso del futuro di chi si vorrebbe senza futuro, di coloro che si ritiene non abbiano storia e memoria, di coloro che sono divenuti oggetti di “carità pelosa” proprio perché ritenuti incapaci di possedere il senso della misericordia. In queste pagine non personaggi, ma persone narranti emergono dalle nebbie come il “bel Danubio nero” che, pur inquinato e triste, continua ad impressionare con il suo affascinante scorrere ed attraversare i tanti confini.

Napoli 2005, dunque: una delle tante metropoli europee dove tutto cambia con una velocità impressionante, mentre ad ognuno sembra che nulla si riesca e cambiare: eppure da un giorno all’altro i colori si fondono, i volti nella folla mutano, nei vicoli e nelle piazze ci si imbatte sempre più in improvvisate mura che acquartierano gli spazi e la gente per strada getta sguardi sempre più sospettosi. Ed ecco che, come formiche dall’aldilà della storia, sbucano nella piazza della ferrovia i più marziani tra i terrestri, gli zigani di Romania di cui la televisione non aveva parlato mai!

Con le dinamiche della performance teatrale, sorretti entrambi i gruppi da un vitalismo financo comico, questi zigani delle ultime propaggini geo-politiche dell’oltre-Schengen si incontrano con i napoletani.

Nel proscenio si rappresenta l’iper-realtà della piazza della ferrovia, sul palcoscenico si mostra il reportage di istantanee e tableau vivant e dietro uno schermo si disegnano le gigantesche ombre che incarnano il pensiero degli attori dello storico incontro, il flusso di coscienza dei membri dei due canti corali, voci che si intrecciano in possibili percorsi di nuovi accordi, di nuove armonie.

Ne nasce uno slang napo-romanò-rumeno con cui si comunica in maniera financo passionale, anche se poi si è disposti a concludere che forse si è frainteso tutto e non si è compreso il resto di niente.

Ma che importa se è chiaro che in ognuno dei due cori si riconoscono le stesse facce di genitori bambini e di bimbi nati adulti: che entrambi cercano nel rifiuto una fonte di approvvigionamento, che entrambi percorrono strade che portano sempre al punto di partenza, che entrambi sono costretti a viaggiare ininterrottamente tra le scartoffie degli uffici.

Entrambi i cori fanno parte di un mondo alla rovescia dove i compassionevoli si ritrovano impotenti, dove chi estorce viene applaudito, dove si spreca acqua e si resta assetati, dove si gioca spesso ma a farsi male, dove chi vuole solo scaldarsi spesso brucia insieme a tutto il vicinato.

Nel mondo alla rovescia chi è derubato viene deriso da chi ruba, le forze armate assaltano gli inermi, piloni di cemento e strade ferrate si ergono sui cumuli di vecchie scarpe di tanti viandanti e… “più nessuno padroneggia nella sua interezza l’universo in cui vive”.

“Solo ieri si sperava che, garantiti i bisogni primari, ci si potesse mettere a sognare ed oggi si dorme solo per dimenticare di vivere in un inferno…”. Nel mondo alla rovescia non c’è più rispetto per la saggezza degli anziani, per la dignità del povero, “per il bisogno che ogni persona ha di dare e darsi valore…”.

Chi poi guarda l’immondizia tra cui vive nella metropoli straniera “non può credere ai propri occhi vedendo il ben di dio lasciato tra i rifiuti nelle strade cittadine.”.

Resta dunque solo nei suoi occhi sgranati la coscienza del “valore-lavoro” racchiuso negli oggetti, nelle cose e nelle case? “che cosa credere se non si può più prestar fede a ciò che è sotto il nostro sguardo?” Se non si ritiene più necessario tradurre la lingua e le parole? “Se questa vita che stiamo vivendo non è vita e sta morendo perfino la speranza di una vita vera al di là da venire? Se il vento a cui ci pieghiamo quotidianamente prima o poi ci spezzerà definitivamente? Se anche lo sguardo di cane bastonato ormai sta perdendo il barlume di speranza?” .

Non si può che credere in ciò che è certo: nell’assurdità che possa ancora continuare la barbarie di cui questa narrazione parla, di cui parlano anche narrazioni antiche di millenni: “Il figlio dell’uomo… un morto di fame che si arrangiava a vivere anche caritando in giro…messo in croce da chi lo voleva inchiodato ad una posizione immobile, sedentaria…”.

Sebbene questa storia che si narra da sempre sia ancora tanto attuale, sembra immergerci nell’atmosfera fiabesca del c’era una volta , sembra che il povero e lo straniero giungano a noi come da un’altra epoca a cui siano rimasti aggrappati per una sorta di loro sviluppo cognitivo arcaico e primitivo.

Loro, come l’Angelus Novus di cui parla Benjamin, sono rimasti aggrappati al “c’era una volta” del valore-lavoro, al “c’era una volta” del concetto di uguaglianza, al “c’era una volta” della terra dove si è nati e dove si spera di morire… Loro, consapevoli di lasciare tutto ciò dietro di loro, ripartono come pionieri da zero: con forza operosa intraprendono l’ennesima via di fuga. Poiché però non hanno mai perso la speranza di difendere la memoria dei propri padri e la speranza di essere accolti, il più insultante trauma lo subiscono quando perdono la speranza di riportare in terra natia le ceneri dei propri morti.

E’ allora che si maledicono le leggi del paese ospitante e coloro che fuggono disprezzano l’inciviltà del disconoscimento. Questo si comprende dalle parole, racchiuse in questo libro, di Catalina, la giovane romni che, incinta, guardandosi allo specchio di una toilette di fortuna, riconosce se stessa come un’orgogliosa e forte giovane madre zigana. Nello specchio però intravede anche stupore e terrore, per essere senza documenti che attestino realmente il suo essere lei stessa: “ Ma davvero possono portarmi via il mio bambino?!?…”. Come mai il suo terrore e stupore non diventano anche il nostro terrore e stupore? Ce ne sarebbe ben donde se si vuol riflettere sulle conseguenze per tutti di tali disconoscimenti.

Come mai, nell’indifferenza generale di dottori di legge e medicina, e nel millantato “superiore interesse del minore” si può ancor oggi praticare la barbarie di sottrarre ad una madre il figlio che lei ha appena donato al mondo?

Il popolo rom viene con supponenza ritenuto al “grado zero” del diritto-dovere, ma queste pagine narrano di loro assemblee e raduni piene di solidarietà e rispetto reciproco. Di loro assemblee e raduni in cui, con abiti colorati, musiche travolgenti e balli intorno al fuoco, gridano in maniera corale e forte che è la razza umana e l’universo tutto ad avere diritto a cura e protezione.

Come è possibile che le carte di notai e banchieri possano dichiarare mai nato, solo perché mai iscritto in registri o libri paga, chi sa cantare queste canzoni alla madre terra? Questi nomadi dell’esistenza, esempi di eroica resistenza umana, dovrebbero profondamente colpirci ed intrigarci per il costante esercizio di autocoscienza che devono esercitare solo per sopravvivere.

Essi, come ci mostra questa narrazione, esaminano filosoficamente la tragica realtà e poi la elaborano con una poesia tanto fiabesca da risultare più vera del vero.

Così l’anziana romnì, restata sola nella baraccopoli distrutta dall’incendio, opera la magia di trasfigurare i reparti della celere in assetto anti-sommossa in un drago dalle sette teste che ella, con un solo gesto maledicente, fa indietreggiare d’imperio. Così un rom, mentre si interroga sul perché il male ed il dolore sia toccato proprio a lui, socraticamente si risponde “che alfine l’unica cosa veramente imperdonabile è essere nato rom (cioè uomo, nell’etimo)” .

Ma, fuori d’ogni retorica, il popolo rom ha una tetra e post-moderna consapevolezza della caducità della vita, del disinganno che mortifica il vitalismo che pur appartiene alla sua cultura giovane e prolifica, il suo orgoglio altero, il suo amore per la natura. La tetra consapevolezza si radica in un senso di colpa ancestrale, poiché egli racconta se stesso come appartenente alla “genia dei fabbri” che hanno forgiato i chiodi della croce di Cristo.

E continua a provare dolore per quei chiodi che sono divenuti spade, cannoni , missili.

Il popolo dei rom sangue innocente non ne vorrebbe spargere mai più, per questo continua a fuggire di terra in terra, pur di non dover mai più essere costretto a fabbricare chiodi per vittime ignare.

Questo libro-reportage dell’anima zigana racconta di fatto la “condizione umana”: dell’uomo che, orgoglioso e libero , ha iniziato a credere di poter essere forgiatore del proprio destino, salvo poi immediatamente percepire che ogni orgoglio di uomo libero incontra il dolore dell’innocente.

I monologhi interiori racchiusi in questo libro sono pieni di questa sorta di “integralismo umano”, di un pensiero nomade che, al di là di tutti i percorsi di conoscenza impediti dai muri mentali della modernità, deve interrogare la coscienza di ciascuno. Poi, per concludere, è necessario riprendere il filo della narrazione nel registro tragicomico della quotidianità, ascoltando una delle voci che animano il coro dire sommessamente che nella vita bisogna ammettere che “alla fine l’importante è procurarsi un buon avvocato…”

Perché “gira e rigira il problema rimane sempre lo stesso… il problema della casa che non c’è”.

Attraverso la lettura di ognuna di queste pagine ho sempre più maturato un mio già profondo convincimento: è necessario dire grazie al popolo zigano di esistere e di essere venuti ad incontrarci.