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Capitalismo o ecosocialismo

Conferenza programmatica di Sinistra Anticapitalista

Relazione su ecologia, ambientalismo, ecosocialismo

di Antonello Zecca

La Terra si trova a un bivio decisivo: peggioramento inimmaginabile delle condizioni di vivibilità del pianeta per le diverse specie animali e vegetali o ricostruzione di queste stesse condizioni in base a premesse completamente differenti da quelle attuali.

Non è un’esagerazione dettata da un catastrofismo sensazionalistico. È la realtà che si dipana quotidianamente sotto i nostri occhi, i cui effetti e la cui genesi la comunità scientifica internazionale ha ormai da decenni ampiamente documentato. Dal giugno del 1972 a Stoccolma, cioè dalla prima conferenza ONU sull’ambiente, la comunità scientifica più accreditata non ha smesso per un solo momento di produrre un’abbondante letteratura che si è occupata della comprensione dei molteplici fattori di un fenomeno estremamente complesso come è quello del deterioramento ambientale planetario. La Conferenza di Stoccolma anticipò solo di un anno lo shock petrolifero che per la prima volta favorì e accompagnò anche la discussione, in circoli però piuttosto ristretti e fuori dalla portata dell’opinione pubblica, sulle energie alternative e sulla possibilità di ridurre sensibilmente l’uso del petrolio come motore delle attività economiche. È opportuno precisare che non si cominciò a porre questo tipo di considerazioni grazie ad un afflato umanitario delle classi dominanti o del ceto politico al loro servizio: fu in realtà una riflessione motivata dal timore che lo shock petrolifero indusse in questi soggetti, cioè l’interrogativo riguardo alla crescita del prezzo del greggio, del conseguente aumento dei costi energetici e dell’inflazione da essi favorita. C’è appena bisogno di dire che questa discussione sarebbe rimasta sempre confinata nell’ambito dell’intangibilità del sistema capitalistico e quindi affidata esclusivamente al ruolo salvifico della tecnologia e allo sviluppo di nuovi settori di mercato, la cosiddetta energia pulita.

Ad ogni modo, i ripetuti appelli ed allarmi degli scienziati sugli effetti disastrosi del deterioramento ambientale sono sempre rimasti sostanzialmente lettera morta, affrontati con conferenze sul clima tanto roboanti quanto inconcludenti. Il clima, appunto. È proprio dallo studio del cambiamento climatico che si è sviluppato vigorosamente un filone di ricerca che, insieme alle resistenze ambientali in diverse parti del mondo, ha popolarizzato e favorito lo sviluppo di una coscienza che non è rimasta solo patrimonio degli scienziati ma è diventata oggi un’acquisizione del senso comune in buona parte del mondo.

Ormai non è più possibile negare una realtà tanto incisiva, anche nella vita quotidiana, quanto quella del cambiamento climatico (tranne un irriducibile manipolo di negazionisti). Il dibattito è ancora aperto riguardo al momento storico in cui il clima ha cominciato a mostrare variazioni anomale rispetto al quadro precedente, ma si tende sempre più a riconoscere che l’avvio della rivoluzione industriale nell’Inghilterra dell’Ottocento, intrecciata indissolubilmente con l’uso delle energie fossili, ha segnato uno spartiacque decisivo nella storia del pianeta. Alcuni non giungono fino alle naturali conseguenze di questa linea di ragionamento, cioè lo sconvolgimento del clima terrestre come conseguenza della vittoria e della diffusione del sistema capitalistico sull’intero globo e della rottura che ha rappresentato con le precedenti condizioni dell’ecosistema, ma noi lo consideriamo nostro assunto di partenza.

Lo sfruttamento intensivo di risorse energetiche non rinnovabili, chiave dello sviluppo estensivo e del successo del capitalismo, ha costruito le premesse per la liberazione progressiva in atmosfera di milioni di tonnellate di CO2 (anidride carbonica) e di altri gas come CH4 (metano) e O3 (ozono) e ha determinato il cosiddetto effetto serra con il conseguente aumento relativamente accelerato della temperatura del globo. Altre concause hanno determinato e continuano a determinare il rilascio di grandi quantità di tali gas in atmosfera: tra le principali, deforestazione, allevamento di bestiame su scala industriale, e agricoltura industrializzata.

A questo punto è importante comprendere che ogni causa di qualcosa è anche effetto di qualcos’altro, e viceversa, in una catena di interazione dialettica.

L’azione combinata di questi fattori agisce influenzando l’ecosistema nella sua totalità, che retroagisce alla ricerca di una nuova stabilità dinamica. Nel concreto dell’attuale situazione, ciò risulta in una fase di transizione in cui è osservabile l’alterazione del vecchio equilibrio. Schematicamente, l’intensificazione dello sfruttamento delle fonti di energia fossile genera l’immissione massiccia di gas serra nell’atmosfera, causando l’aumento della temperatura media terrestre; la deforestazione riduce sensibilmente la massa verde sul pianeta, limitando notevolmente la capacità di assorbimento della CO2 per mezzo del processo di fotosintesi; l’anidride carbonica è grandemente aumentata dall’allevamento intensivo di bestiame e, in generale, dall’agricoltura industriale.

È solo un esempio dei molteplici effetti di cambiamento generalizzato dell’equilibrio preindustriale e precapitalistico, che includono anche lo scioglimento delle calotte artiche con il conseguente aumento del livello dei mari, l’aumento delle temperature degli oceani e l’immissione di grandi masse di vapore acqueo in atmosfera (i cui effetti ancora non sono stati studiati nel dettaglio), la contemporanea acidificazione degli oceani per l’assorbimento massiccio di anidride carbonica, sconvolgimento delle “tradizionali” variabilità stagionali ed emersione di fenomeni climatici non caratteristici anche a latitudini che in precedenza non ne erano colpite (tifoni, alluvioni, siccità ecc…), perdita preoccupante di biodiversità, sia di specie vegetali che soprattutto animali.

Sia detto di sfuggita, questa situazione sta cambiando con grande velocità anche la geografia delle popolazioni umane. A causa dei gravi esiti del cambiamento climatico in vaste aree del globo, è prevedibile che il deterioramento delle condizioni ambientali sarà nel prossimo futuro una delle principali ragioni di migrazioni, conflitti, vere e proprie guerre per l’accaparramento di risorse preziose come l’acqua potabile, oltre che dell’aggravamento delle già precarie condizioni igienico-sanitarie, soprattutto in quella parte nota come Sud del mondo.

Un focus specifico merita l’agricoltura capitalistica. L’agricoltura è un aspetto essenziale e imprescindibile della riproduzione di ogni società umana, essendo la fonte primaria della produzione di cibo. L’agricoltura industriale ha comportato una rottura netta con la situazione precedente, generando una serie di fenomeni che, in combinazione a quelli su descritti, ha creato le condizioni per crisi alimentari sempre più profonde. La meccanizzazione insieme all’applicazione della chimica alla produzione agricola, ha favorito lo sfruttamento intensivo delle terre con la progressiva marginalizzazione della produzione per la sussistenza dei contadini e l’imposizione della produzione per il mercato e per l’esportazione. Poiché le terre adibite ad un uso intensivo sono soggette a repentina perdita della propria fertilità, dal momento che i suoi nutrienti sono dispersi nel processo di esportazione diventando per lo più inquinanti nei grandi agglomerati urbani, esse avrebbero bisogno di una rotazione delle colture e di tempi di quiescenza che ne rispettino i tempi naturali di ricostituzione. Ciò è però impedito dalla necessità di avere a disposizione monoculture ad alta produttività da vendere sul mercato, sia ad uso alimentare che soprattutto ad uso mangimistico e per la produzione di biocarburanti, che impoveriscono sempre più rapidamente i suoli. A sua volta, e a causa della progressiva riduzione dei suoli disponibili per l’agricoltura a causa della cementificazione e dello sviluppo di grandi megalopoli e progetti infrastrutturali (le c.d. “grandi opere”), emerge la necessità, tutta capitalistica, di uno spreco irrazionale di risorse idriche per la coltivazione, un impiego sconsiderato di fertilizzanti (soprattutto a base di azoto e quindi concorrenti l’aumento di inquinanti in atmosfera), un aumento esponenziale dei prodotti fitosanitari per la prevenzione di parassiti e insetti, con la conseguente sparizione di insetti e predatori e sviluppo della resistenza di funghi e batteri delle piante, a loro volta favoriti dalle condizioni climatiche variabili da un estremo all’altro (per esempio, sia grande abbondanza di piogge che condizioni di siccità aiutano lo sviluppo di funghi che favoriscono l’insorgenza di tossine velenose – le micotossine – molto dannose per la salute umana e animale).

È evidente che queste condizioni, unite alla determinazione dell’intera filiera alimentare da parte di grandi multinazionali dell’agroalimentare, impediscono di prospettare una gestione razionale dei suoli agricoli, che si traduce in un grande obiettivo principale: la conservazione delle terre e la trasmissione alle generazioni successive in uno stato migliorato rispetto a quello delle generazioni precedenti.

Capitalismo verde e decrescita

Gli effetti del cambiamento climatico e degli altri fenomeni concomitanti non sono semplicemente conseguenza di una “attività umana” genericamente intesa, posizione “naturalizzante” proposta spesso da coloro che, per interessi specifici da preservare o per imperizia, tendono a spoliticizzare il problema, ma sono esattamente il prodotto di una formazione economico-sociale storicamente determinata: il capitalismo.

Specificamente, il regno del Capitale ha avuto storicamente una risultante specifica, caratteristica del suo modo di produzione ab origine: la rottura del metabolismo tra essere umano e natura, cioè un solco profondo tra la riproduzione sociale e la conservazione dell’ecosistema secondo una reciproca compatibilità. Questa rottura ha creato le condizioni per lo sviluppo dei fenomeni sommariamente riportati nella presente relazione, ma in quali termini e perché essa ha avuto finalmente luogo?

Il capitalismo non è soltanto un modo di produzione in cui permangono sfruttatori e sfruttati ma in cui domina il valore di scambio contro il valore d’uso e vige la produzione per il profitto e non per la soddisfazione dei bisogni sociali, al tempo individuali e collettivi. Il corso della società diverge sempre più dall’andamento dei cicli naturali, espressione del precedente equilibrio dinamico, generando contraddizioni laceranti: la razionalità del sistema capitalistico è una razionalità strumentale, puramente quantitativa, espressione della competizione sfrenata di unità economiche discrete, isolate, in una logica tendenzialmente (auto)distruttrice e antisociale. La logica immanente del sistema ha un solo scopo per ciascuna “unità economica”: crescita sul mercato per la sopravvivenza e la sopravvivenza per la crescita sul mercato, in un micidiale quanto impersonale circolo vizioso. Ogni altra considerazione, come i bisogni e le esigenze degli esseri umani e la conservazione dell’ambiente circostante, è quindi ad essa completamente estranea.

Questo è il motivo fondamentale perché il cosiddetto capitalismo verde è poco più di un ossimoro, che si risolve principalmente nell’apertura di nuovi settori di mercato e di occasioni di profitto per il settore di capitalisti che decida di investirvi. Né risolutiva è la tecnologia, e il feticismo tecnologico che essa porta con sé: le priorità di investimento sono decise dalla prospettiva di profitto a breve termine ma oggi, sotto il peso di un debito privato schiacciante, sono ancor più determinate da una valutazione di rischio finanziario che contempla anche la massa di capitale monetario necessario all’investimento stesso. Le tecnologie “verdi”, ammesso che siano risolutive (ed è lecito dubitarne), necessitano di investimenti gargantueschi con ritorni incerti, tanto più che nelle attuali condizioni, disinvestire dal settore dell’energie fossili, per il grado di compenetrazione con l’economia capitalistica nel suo complesso, potrebbe causare un vero e proprio collasso globale.

All’altra estremità dello spettro si collocano le cosiddette teorie della decrescita. Queste condividono un approccio di fondo che è curiosamente simile alla logica capitalistica cui pretenderebbero di opporsi: il medesimo accento su una logica quantitativa. Infatti la decrescita concentra la sua proposta, quali che ne siano le varianti, su una riduzione generalizzata del PIL, quindi della produzione di ricchezza in quanto aumento delle attività produttive, di beni e servizi. Sembrano esserci punti di contatto tra questa proposta e quella ecosocialista, ed in effetti non si può non concordare con l’eliminazione di sprechi inutili e una maggiore frugalità nell’uso delle risorse, solo per citare un paio di punti. Tuttavia esistono importanti differenze che rendono le teorie della decrescita inservibili come guida per l’azione politica. In primo luogo, come già detto, la decrescita agisce astraendo dai concreti rapporti sociali che la supremazia del capitalismo ha plasmato negli ultimi due secoli e mezzo: fissandosi su una riduzione nominale del PIL riproduce la medesima alienazione quantitativa che vorrebbe combattere. Quasi un “capitalismo alla rovescia”, che invece della crescita illimitata, si adopererebbe per il suo contrario speculare, con il paradossale risultato di distruggere anche gli indubbi avanzamenti in termini di sviluppo di una civiltà umana veramente universale di cui il capitalismo ha posto le basi in tempi ormai morti e sepolti. In secondo luogo, pare non contemplare assolutamente un dato di fatto essenziale: la natura per come la conosciamo oggi (intendendo con questo avverbio il tempo storico dell’estensione e della vittoria delle civiltà dell’Homo Sapiens prima, dell’Homo Sapiens Sapiens poi), non è la natura preumana: l’essere umano ha infatti cominciato a trasformare la natura sin da tempi remotissimi, dalle società di cacciatori-raccoglitori sino al passaggio decisivo dello sviluppo dell’agricoltura. Non c’è alcun luogo in epoca storica (ma già anche preistorica) in cui non sia visibile l’impronta umana, cioè delle diverse civiltà e dei diversi modi di produzione succedutisi sulla faccia della Terra. In tal senso le teorie della decrescita contengono in nuce una potenzialità neo-primitivistica, mistica, addirittura reazionaria e come tale possono essere considerate una metafisica astorica e idealistica.

Il nostro ecosocialismo

C’è un altro tratto caratteristico che l’ideologia borghese e quella della decrescita condividono: l’approccio dualistico, in ultima analisi riflesso della separazione dei lavoratori e delle lavoratrici dai mezzi di produzione e dalle condizioni generali della riproduzione sociale.

Il rigetto di questo approccio, e la centralità del materialismo dialettico, costituiscono la spina dorsale della nostra proposta ecosocialista.

Il materialismo dialettico, che non è nella maniera più assoluta un dogma né un precetto pseudoreligioso (come lo stalinismo trionfante lo aveva trasformato) ma fondamentalmente un metodo scientifico, non è di facile fruizione poiché il suo nucleo è largamente controintuitivo e non è derivabile dall’esperienza sensoriale immediata dei fenomeni del mondo, ma si basa sulla indagine della totalità dinamica della realtà. In buona sostanza, tutti i fenomeni sono interdipendenti, inscindibili l’uno dall’altro come momenti (mediazioni) della stessa totalità in movimento. Non si può afferrare in un solo momento la totalità in quanto tale ma se ne possono studiare le mediazioni, ciascuna delle quali agisce sulle altre, che a loro volta retroagiscono in una catena non lineare ma piuttosto a spirale di cause ed effetti. Per quello che è l’oggetto della nostra relazione, ogni sfera di attività umana agisce e plasma l’ambiente circostante così come l’ambiente circostante agisce e plasma ogni sfera di attività umana. Dal che, sia detto di sfuggita, meglio si comprende la celebre asserzione marxiana, scevra da qualunque intento produttivistico, della completa umanizzazione della natura e della completa naturalizzazione dell’umanità.

È questa la ragione per la quale proponiamo di chiamare ecologia sociale l’ambientalismo di cui ci facciamo portatori. Perché diversamente da altri approcci, assumiamo la centralità della trasformazione sociale per la riparazione della rottura metabolica intervenuta con il capitalismo e per il ristabilimento di un equilibrio dinamico che consenta una vita dignitosa per tutti gli esseri umani e, contemporaneamente, la conservazione di un ambiente naturale atto ad ospitare le condizioni di riproduzione della specie umana e delle altre specie animali e vegetali. Senza una rivoluzione sociale che spezzi le catene del Capitale, non è possibile alcuna salvezza dell’umanità e della natura, di cui essa è parte integrante.

Sono queste le radici dell’ecosocialismo: nel rigetto di soluzioni riformiste, che considerano la parte senza il tutto, o di soluzioni massimaliste, che considerano il tutto senza le sue necessarie mediazioni, proponiamo la ricerca di obiettivi transitori verso la rivoluzione ecosocialista, le cui premesse nascono dalle mobilitazioni di massa contro gli effetti deleteri sull’ambiente del modo di produzione capitalistico su scala planetaria.

In queste mobilitazioni, l’intervento politico soggettivo dovrà occuparsi di stimolare la comprensione della necessità del superamento del regime della concorrenza, a sua volta espressione della proprietà privata dei mezzi di produzione e di scambio e dell’alienazione del lavoro salariato, verso la mediazione necessaria per la ricomposizione della rottura metabolica tra essere umano e natura: la pianificazione democratica della produzione e della distribuzione, a sua volta conseguenza della disalienazione del lavoro umano e della riappropriazione cosciente del processo di riproduzione sociale.

Ciò consentirà di ristabilire un metabolismo (relazione, rapporto) virtuoso tra essere umano e natura dal momento che la crescita quantitativa compulsiva, sarà sostituita da una crescita qualitativa: un mondo liberato dal dominio del lavoro astratto (dalla misura del suo tempo, cristallizzata in denaro) e dal profitto consentirà anche di gestire le risorse naturali secondo il principio della migliore ricostituzione e conservazione. L’ecologia sociale è peraltro la dimostrazione più lampante della necessità dell’estensione internazionale della rivoluzione ecosocialista. Non si ha pianificazione efficace ed effettiva in un solo Paese. La natura non ha confini. La rivoluzione, neanche.