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Roma dice no alle Olimpiadi ma Raggi è senza classe

di Armando Morgia

I cinque stelle giunti al governo della Capitale, spinti dal loro slogan di “ritorno alla legalità”, hanno trovato un forte consenso nelle urne della città del “sacco” di Roma e di mafia capitale dove i governi di centro destra e di centro sinistra hanno con agiatezza navigato. Pensare o solo ipotizzare che rivendicare la legalità fosse sufficiente a rompere quei legami tentacolari con i quali parte del potere politico ed economico si autoalimenta attraverso sistemi clientelari e corruttivi, da cui non erano immuni molte cooperative rosse e bianche, capaci di assoldare anche livelli di criminalità di estrema destra è e sarebbe assolutamente illusorio, o per meglio dire un madornale errore politico.

Una città sempre più sotto la pressione di interessi privati, in un contesto nazionale di politiche di austerità che trasforma gli enti locali da governi di prossimità e di partecipazione ed erogazione di servizi a strumento di privatizzazione per dare spazio ai capitali privati. Quella Roma dove Acea viene privatizzata ai tempi di Rutelli, non scalfita dal referendum per la difesa dell’acqua pubblica, la cui partecipazione azionaria di Suez Environnement è interessata a quanto dal ciclo dei rifiuti si potrebbe mettere a profitto. Una città dove le aziende partecipate, strumento fondamentale per garantire a tutti e tutte un accesso a servizi fondamentali come trasporti, rifiuti, energia e acqua sono divenute spesso strumento di clientela tra potere politico ed interessi privati con la complicità di alcune segreterie sindacali a danno della collettività.

Solo alcuni esempi di quel coacervo di potere oppressivo al servizio dei grandi interessi di cui questa città è intrisa, un potere che nonostante la sconfitta elettorale non vuole arrendersi, reagendo immediatamente all’insediamento della sindaca Raggi, dove quella stessa stampa di regime, mai accortasi di mafia capitale, tranne rarissime eccezioni, riscopre miracolosamente il giornalismo di inchiesta. Uno scontro che a Roma assume una valenza nazionale che spinge ogni forza politica a puntare il dito sull’incapacità del M5s a governare il paese, considerato anche l’approssimarsi della data referendaria per la controriforma costituzionale sulla quale Renzi si gioca tutto.

Di fronte a questo scontro politico, il limite reale della giunta Raggi è non aver compreso, o voluto comprendere, che, senza una scelta di campo che vada al di là della semplice applicazione della legge che fa della tutela del mercato e dei capitali il vero caposaldo e lontani da qualunque idea di giustizia sociale, si procede verso la capitolazione. Un limite nell’affrontare lo scontro che si ritrova nella scelta praticata di non aver costruito, pur avendone avuto la forza, quel radicamento sociale di cui si ha necessità per sostenere la collisione con una struttura economica sempre molto attenta a fare profitti nelle grandi aree metropolitane. In più, la composizione interclassista del M5s, elemento di forza in campagna elettorale, rappresenta ora l’elemento di debolezza, che si riverbera sull’assenza di una classe dirigente all’altezza che, parallelamente alla carenza di professionalità amministrative disponibili ad un reale sostegno, li spinge alla ricerca di soggetti interessati solo ad una lauta remunerazione, costruendo un quadro tanto sconfortante quanto incapace di affrontare l’impatto.

E’ l’interclassimo che ha bloccato ogni possibile rafforzamento di carattere sociale e perfino il dibattito interno al “non-partito”, dove il conflitto non è gestito attraverso la valorizzazione di tendenze, ma con una repressione del dissenso che si trasforma spesso in guerra intestina, con gravi conseguenze esterne. Il tutto si tramuta in una palese inerzia anche di fronte a quelle proposte che avevano caratterizzato la campagna elettorale dei cinque stelle che si erano dichiarati contro la speculazione che si cela dietro la costruzione dello stadio della Roma, a favore di un audit pubblico sul debito e per la difesa dell’esito referendario per i servizi pubblici che di fronte alle pressioni interne ed esterne sembrano vacillare.

E’ evidente quindi che l’inerzia non sia dettata semplicemente dallo scontro che nasce dal tentativo di ripristinare la legalità contro i tradizionali poteri di questa città, ma soprattutto dall’assenza di una scelta politica che fa invece perno sul tentativo di tenere insieme gli interessi della borghesia e del suo opposto sociale, una posizione che non può che avere vita breve.

La scelta del no alle Olimpiadi 2024 è un primo importante segnale che questa giunta consegna alla città e soprattutto a coloro che hanno da sempre fatto della logica dei grandi eventi lo strumento di profitto per pochi e la socializzazione di costi e debiti per la collettività.

Al di là delle scelte dei cinque stelle noi abbiamo un compito: mettere in campo la reazione di quella parte di città fino ad oggi emarginata nelle periferie, dei precari e dei disoccupati, insieme ai giovani proletari costretti alla fuga dalla città, con i lavoratori, i movimenti in difesa dei servizi pubblici e degli spazi sociali, con i quali costruire un fronte comune di classe che costringa questa giunta a scegliere definitivamente, tra la continuità al servizio dei poteri forti o scontrarsi anche con il Governo Renzi, affermando l’esito referendario, non privatizzando quelle aziende che erogano servizi pubblici ai cittadini, difendendo i salari, garantendo la tutela del territorio contro le speculazioni.