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Diritti delle donne e scelte reali di cui dispongono – L’influenza della religione sullo statuto della donna.

*Jacqueline Heinen è professoressa emerita dell’Università Versailles Saint Quentin. Il 21 gennaio scorso, ha animato una conferenza dell’ACTISCE su religione e diritti delle donne, alla casa della laicità Jules Vallès a Parigi. da: http://www.50-50magazine.fr/2015/02/04/linfluence-de-la-religion-sur-le-statut-des-femmes/

Il posto della religione nella vita politica non ha smesso di consolidarsi durante questi ultimi decenni. Certo, le pratiche religiose sono regredite in più di un paese (particolarmente in Europa occidentale), ma tendono ad amplificarsi su scala mondiale, in collegamento diretto con la vittoria del modello liberista. In effetti, se l’uscita dalla guerra fredda ha suscitato più attenzione nei confronti della democrazia, dei diritti umani e dei diritti delle donne in particolare, abbiamo assistito nello stesso tempo ad un incremento delle disuguaglianze economiche e sociali, che si tratti di divaricazioni fra i redditi o di tassi di povertà. In tale quadro e mentre il ricorso ad argomenti religiosi rimaneva una pratica corrente per gli attori politici di ogni colore, numerosi movimenti religiosi – in parte grazie al sostegno di reti transnazionali della finanza e di varie diaspore – hanno visto consolidarsi le loro basi e la loro influenza.

L’uguaglianza dei sessi in rapporto alle religioni

L’argomento di questa conferenza era chiedersi fin dove è giunta l’uguaglianza dei sessi, in tale contesto, e fino a che punto l’intrusione della religione ha avuto un peso nell’arena politica – appoggiando la dinamica della laicità o invece aprendo nuovi spazi alla religiosità. Prendeva spunto da due ricerche recenti: la prima, condotta dal 2004 al 2009 dall’UNRISD (Istituto di Ricerca delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Sociale) aveva per scopo il peso delle religioni sullo statuto delle donne 1. Si svolgeva in undici paesi che si trovano in varie regioni del mondo, dall’Asia (India, Pakistan) all’Africa (Nigeria), passando dal Medio Oriente (Iran, Israele, Turchia), le Americhe (Messico, Cile, Stati Uniti) e l’Europa centrale (Polonia, Serbia). Altrettanti paesi che conoscono varie tradizioni religiose: cristianesimo, induismo, giudaismo, islam.
La seconda ricerca era basata sui diritti riproduttivi e in primis sull’interruzione volontaria di gravidanza (IVG). Si svolgeva in una decina di paesi situati in Europa Orientale ed Occidentale, in America del Nord e del Sud, dove abbiamo assistito di recente a una valanga di rimesse in discussione di un diritto spesso – e molto a torto – considerato come acquisito 2
Questa conferenza ha trattato due punti centrali:
le ricadute dell’intreccio tra religione e politica per le donne;
l’impatto della società civile in questo processo e i dilemmi a cui sono confrontate le femministe.

Questi interrogativi sono apparsi pertinenti in tutte le società studiate, sia quelle che si usa chiamare democratiche che quelle sotto influenza islamista. In effetti, le due ricerche hanno evidenziato quanto pesano le autorità religiose sul destino delle donne, pretendendo di dominare la loro esistenza e negando loro qualsiasi autonomia. Colpisce particolarmente in Europa Orientale dove, fino a poco tempo fa, le Chiese ricoprivano una parte trascurabile dello spazio pubblico, sia in Serbia, in Russia o in Ungheria.
Nella quasi totalità dei paesi osservati, vengono alla luce parecchi elementi sorprendenti. Uno riguarda, oltre l’impatto delle prescrizioni religiose sulle identità di genere, il modo in cui questi ukase sono integrati da una miriade di dispositivi statali che plasmano il posto conferito alle donne nella sfera sociale e politica, come in Turchia. L’altro si riferisce alla strumentalizzazione del fatto religioso da parte dei partiti politici – come si può notare in Messico o in Pakistan. E’ così quando operano apertamente a favore di orientamenti religiosi e conservatori, come nel caso di partiti di destra, in Israele particolarmente. Ma è anche il caso di numerosi partiti di sinistra i quali, quando sollecitano seggi, cercano di guadagnare voti con dichiarazioni progressiste, per poi rinnegare le loro promesse quando ottengono il potere, preoccupandosi di conciliarsi i favori delle autorità religiose esistenti.

L’esempio caricaturale della Polonia

A tale titolo, la Polonia, uno stato che si dice formalmente laico, costituisce un esempio caricaturale. Perché, se è vero che il Concordato, che conferisce alla Chiesa cattolica lo statuto di attore politico e vari privilegi economici, fu firmato da un governo di destra nel 1993, l’anno stesso del divieto di aborto, è stato un governo di “sinistra”, in nome di una “eccezione culturale”, a concludere un compromesso con la Chiesa per evitare che fosse rimesso in discussione tale divieto quando la Polonia fece il suo ingresso nell’Unione europea, nel 2004. Ora, come in tutti gli altri casi studiati, le concessioni fatte alle istituzioni religiose hanno l’effetto molto diretto di diminuire il ruolo delle donne in politica, di zittire le loro voci e di confermare la loro destinazione all’universo privato, quali che siano, del resto, le leggi vigenti sulla parità dei sessi.
Inoltre le indagini sul terreno condotte in questi paesi dai contesti politico, economico e sociale molto diversi, hanno dimostrato che alcuni dei cambiamenti più insidiosi e più durevoli introdotti dagli attori religiosi riguardano le pratiche e la portata di tutto ciò che, nel tempo, si è mutato in norme sociali intangibili – il “senso comune” di Gramsci. Lo si constata in India e Nigeria. Ma è valido anche per gli USA. Di conseguenza, non basta interessarsi ai cambiamenti intervenuti nello spazio pubblico: ciò che succede nella sfera sociale e nella vita privata, il modo in cui le norme sono interiorizzate quotidianamente dagli attori interessati, pesa altrettanto, e forse di più, sui diritti delle donne e le scelte reali di cui dispongono. Inoltre, e in tutti i paesi studiati, le divisioni di classe accentuano il fenomeno: secondo il loro statuto sociale ed economico, le donne si dimostrano più o meno in grado di resistere all’imposizione delle norme sessuate vigenti.

Una sfida per le femministe

Da parte sua, la vita associativa, che costituisce spesso un luogo di mobilitazione e di organizzazione che permette di fare pressione sui poteri costituiti, non è necessariamente un’area portatrice di progetti egualitari: i gruppi che la compongono riproducono le gerarchie sociali e le esclusioni tanto spesso quanto le contestano. In parecchi paesi, certo si ha a che fare con un universo di dibattito pubblico che favorisce la critica delle idee dominanti, permettendo di distruggere i tabù – sui ruoli sessuati, le relazioni familiari o la sessualità, in particolare – anche se le voci contestatrici sono a volte soffocate dalle forze conservatrici che dominano meglio l’accesso alle risorse dello Stato e possono contare sul suo aiuto. Ma altrove, laddove le correnti tradizionaliste occupano una posizione sociale elevata, come in Iran, senz’altro le associazioni esistenti servono loro da cinghie di trasmissione.
La sfida per le femministe è tanto più forte in quanto, se la lotta per la parità dei sessi si combina spesso ad altre lotte contro le discriminazioni economiche, etniche o razziali, i sostenitori della giustizia sociale, dal canto loro, non appoggiano necessariamente i diritti delle donne. Donde l’importanza, oltre le divergenze, di tessere legami tra femministe su scala internazionale, sull’esempio di varie reti, che siano laiche, come la MMF (Marcia mondiale delle donne) e lo WLUML (Donne sotto legge musulmana), o che si sforzino di promuovere un’altra lettura dei testi sacri, come Catholics for Free Choice o i gruppi di donne musulmane in Turchia e in Iran.

Jacqueline Heinen. Professoressa emerita dell’Università Versailles- Saint Quentin

* http://www.50-50magazine.fr/2015/02/04/linfluence-de-la-religion-sur-le-statut-des-femmes/

ACTISCE, è un’associazione di educazione popolare.

Traduzione: Anne Marie Mouni