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La vittoria del M5s a Torino

di Gippò Mukendi Ngandu

Il successo di Chiara Appendino del M5S, candidata a sindaco di Torino, ha suscitato maggiore scalpore rispetto alle vittorie conseguite dal movimento “grillino” nelle altre città, in particolare a Roma. Il mancato successo al primo turno di Fassino era stato un primo campanello d’allarme per il il Pd che credeva di vincere facilmente soprattutto grazie al sostegno dei poteri forti dopo 23 anni lustri di “onorati servigi”.

Chiara Appendino ha quasi raddoppiato i suoi voti ed è stata eletta con 202.000 voti, mentre Fassino è riuscito a racimolare in più solo la miseria di 8 mila rispetto al primo turno. L’astensionismo, estremamente elevato (quasi un torinese su due non è andato a votare!), è stato, tuttavia, piuttosto contenuto rispetto al primo turno: ha infatti votato il 54,41% degli aventi diritti al voto contro il 57,18 del primo turno.

E’, quindi, in parte vero, come è stato fatto notare da molti commentatori che il voto di destra si è riversato sull’Appendino, che è riuscita a conquistare anche gran parte dei voti ottenuti dalla sinistra radicale. Più difficile resta da verificare se una parte almeno degli astenuti del primo turno si è attivata per sostenere l’Appendino al secondo turno.

L’analisi del voto è infatti molto più complessa e articolata. Il voto al M5s è un voto di “classe” contro un sindaco che nel dibattito tra i due candidati organizzato dal giornale “La Stampa” è riuscito addirittura a negare la situazione di disagio sociale in cui imperversa la città, suscitando persino l’imbarazzo, seppur lieve, del nuovo direttore del quotidiano torinese che di certo non brilla per le sue idee progressiste. Fassino, dando per scontato che non esistono alternative al modello liberista e alla egemonia della borghesia torinese (il PD ne è diventato il gerente politico), pensa di aver ben amministrato per aver reso più bello il centro della città e perché avrebbe limitato i danni sociali della crisi capitalista più che in altre metropoli. Non vuole riconoscere che le sue scelte e quelle del suo partito a fianco di Marchionne e della banca Intesa San paolo, per non parlare della Associazione dei costruttori, sono pienamente responsabili delle grandi ristrutturazioni industriali operate con decine e decine di migliaia di disoccupati e cassaintegrati e della emarginazione e disperazione crescente delle periferie e della crescente cementificazione del territorio.

Fassino, infatti, è riuscito ad ottenere la maggioranza solo in una circoscrizione, quella della borghesia torinese, che ha tratto i maggiori benefici dal nuovo assetto economico e sociale impresso dalle amministrazioni del Pds, poi divenuto PD che le pare impossibile una così sonora bocciatura della “buona amministrazione Fassino, così distinta e diversa da quella romana”. L’Appendino ha stravinto, al contrario, nei quartieri popolari, laddove povertà e disoccupazione sono sempre più in crescita: nella circoscrizione 5 ( Borgo Vittoria, Madonna di Campagna, Lucento e Vallette) ha ottenuto il 64,76% dei voti; nella circoscrizione 6 (Barriera di Milano) il 62,3%. Dieci anni fa 2006 l’Ulivo per Chiamparino aveva ottenuto negli stessi quartieri il 40% dei voti e Rifondazione comunista l’8%.

Il voto riflette, tuttavia, anche lo stato della coscienza di classe e dei rapporti di forza. Sotto il peso delle sconfitte del movimento operaio l’elettorato popolare, in particolare quello giovanile, è spinto a delegare la propria voglia di cambiamento ad un movimento molto ambiguo che vede nel rilancio della piccolo impresa, piuttosto che nella mobilitazione di massa delle classi lavoratrici e popolari, l’asse strategico del suo impianto politico e la via d’uscita alla crisi. Ovviamente le colpe della sinistra radicale e degli apparati burocratici sindacali sono enormi. Proprio a Torino questa sinistra ne esce fortemente sconfitta, espressione della sua incapacità di prospettare una reale alternativa e di essere quindi credibile, provando a ricostruire un movimento operaio e sindacale di classe,

L’ambiguità dei pentastellati si può riscontrare nella composizione della nuova giunta. In essa figurano, infatti donne e uomini progressisti come Montanari, docente di Architettura che si è impegnato in battaglie storiche a difesa del paesaggio, che dovrebbe diventare il nuovo assessore all’urbanistica; l’ex presidente dell’Arcigay Marco Giusta; l’insegnante Federica Patti, presidente del Coogen (coordinamento dei genitori) protagonista di tante battaglie a difesa dell’istruzione pubblica. Sono presenti, tuttavia, anche molti personaggi legati in passato al centrodestra o provenienti dal mondo delle imprese: Sergio Rolando, l’uomo dei conti del leghista Roberto Cota, avrà la delega al Bilancio; mentre Sonia Schellino, proveniente da due centri di potere importanti come la Compagnia di San Paolo e la Fondazione Agnelli, avrà la delega alle Politiche sociali.

Certo è che queste elezioni segnano una forte polarizzazione politica che pongono tutta la sinistra anticapitalista di fronte ad una nuova sfida. Nei prossimi mesi si verificherà, se e come l’Appendino e la sua giunta proveranno a rispondere alla volontà di cambiamento e al profondo disagio sociale che si è espresso nel voto a suo favore. Se, in particolare la nuova amministrazione opererà per ripubblicizzare i beni pubblici a partire dall’acqua, entrando in conflitto con quei poteri forti che nei fatti reggono la struttura economica e sociale della città. Per fare questo, tuttavia, non basterà certo solo l’azione sul livello istituzionale. Senza una mobilitazione sociale forte ben presto potrebbe prodursi una situazione di stallo. Per noi è arrivato il “secondo turno”, quello che si svolge nei luoghi di lavoro, nelle fabbriche, nelle piazze, ossia quello della mobilitazione sociale e di massa senza la quale sarà impossibile far fronte alle resistenze della classe dominante. L’onestà amministrativa, lo slogan e il perno su cu si basa il programma grillino, senza una chiara volontà di mettere in discussione gli assi delle politiche liberiste, (il patto di stabilità interno e i giogo del debito) e senza la lotta di classe concreta e di massa risulterebbe alla fine un’arma piuttosto fragile e debole. E questo vale tanto più sulle questioni di fondo che attanagliano la società, ovverosia la disoccupazione, la precarietà, la distruzione dei diritti del lavoro, dossier su cui il programma dei cinque stelle non solo è debole, ma anche molto ambiguo e che richiedono per altro una complessa azione sindacale e politica su scala locale e nazionale.

Per questo, nel nuovo quadro prodotto dalla sconfitta del PD e del rigetto a livello di massa, se pure in forme confuse e spurie del “sistema Torino”, più che mai c’è bisogno della costruzione del conflitto e di una sinistra di classe anticapitalista più forte e radicata.