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USA, il messaggio radicale dello Iowa

Dopo le primarie nel New Hampshire, che confermano e amplificano l’andamento di quelle del Iowa di due settimane fa, pubblichiamo un articolo che ne analizza i risultati.

di Danny Katch e Alan Masses (2 febbraio 2016)

Hillary Clinton e Bernie Sanders hanno finito con una parità di voti le primarie nello Iowa, ma il vincitore della prima competizione elettorale alle primarie è stato il socialista venuto dal Vermont.

Sanders ha rinunciato alla nobile, ma irrilevante candidatura di protesta in gran parte dell’ultimo anno e quindi è stato accusato di eccessivo radicalismo non appena è salito nei sondaggi d’opinione, ma l’erede di una dinastia politica e candidata designata dell’establishment del partito democratico, che solo sino a un anno fa si era creduto avrebbe potuto scolpire nel marmo la propria vittoria, non lo ha potuto sconfiggere.

L’affermazione di Sanders in uno Stato chiave, e contro le aspettative più diffuse, mette ancora una volta in evidenza il malcontento di massa nei confronti dello status quo politico negli Stati Uniti – ed è la prova che il mito dell’America come società essenzialmente di destra non appunto è che un mito.

I risultati delle primarie repubblicane nello Iowa mostrano un’altra faccia del malcontento per lo status quo. Il senatore del Texas, nonché favorito del Tea Party, Ted Cruz ha rovesciato i risultati del candidato vincente nei sondaggi d’opinione Donald Trump e ha vinto la battaglia all’interno del great old party; e il senatore della Florida Marco Rubio incalza da vicino il terzo posto di Trump. Sia Trump che Cruz rivendicano il ruolo di outsider nel campo della destra e si oppongono all’establishment tradizionale del Partito Repubblicano.

La vittoria di Cruz è di certo l’inizio di quella che sarà una durissima battaglia per conquistare la nomination repubblicana.

Ma l’esito più inatteso è che la corsa democratica [alla nomination, ndt] si dilaterà sin troppo nei tempi. Sanders vincerà quasi sicuramente le primarie della prossima settimana in New Hampshire. Ha ancora scarsissime probabilità di ottenere la nomination in un partito i cui leader si sono saldamente coalizzati contro di lui. Ma la sua campagna – fondata su una fortissima attenzione alla crescente ineguaglianza e sull’aumento della povertà e dell’ingiustizia sociale – sta cambiando la forma delle elezioni presidenziali del 2016.

Ieri si è supposto che sarebbe stato il giorno in cui Hillary Clinton e Jeb Bush -ve lo ricordate? – avessero salito il primo gradino verso l’incoronazione come eredi designati a sedere sul trono americano.

Qualche tempo dopo la rielezione di Barack Obama nel 2012, Politico riferì che sia Obama che Bush disponevano di una conventicola di sostenitori, che vennero puntualmente consultati prima della registrazione dei voti nell’Election Day.

Due anni dopo sempre Politico rilevò che importanti esponenti di Wall Street si leccavano i baffi nella prospettiva di una elezione di Clinton – Bush. “Se alla fine si trattasse di uno scontro tra Hillary e Jeb a noi piacerebbe che entrambe conseguissero un buon esito elettorale”, ha confidato un avvocato di Wall Street sostenitore del partito repubblicano a Politico report, durante la pausa per il pranzo.

Ma gli influenti burocrati di partito e i signori di Wall Street hanno perduto il loro tranquillo potere di condizionamento su queste elezioni.

Dal lato del partito repubblicano, il primo e il secondo piazzato in finale alle primarie dello Iowa, Ted Cruz e Donald Trump sono cordialmente odiati dai leader del partito. Non perché l’establishment del great old party sia disgustato dal loro estremismo di destra con il vomitevole razzismo e il disgustoso sessismo che ne derivano, ma perché il loro bigottismo conclamato danneggia l’immagine del primo partito della borghesia capitalista americana – e cosa probabilmente di gran lunga più importante. Poiché essi sono preparati a sbarazzarsi di qualsiasi altro candidato repubblicano che chiedesse loro sostegno .

Marco Rubio è andato molto meglio del previsto alle primarie dello Iowa, minacciando da vicino il terzo posto di Trump. Il che potrebbe essere sufficiente per farne il candidato unitario alla direzione del partito [repubblicano].

C’è un lungo tragitto da percorrere per arrivare alla convention repubblicane e un mucchio di tempo per Rubio o per qualche altro candidato conforme per sconfiggere Cruz e Trump. Ma per adesso la cifra narrativa dell’odierna politica statunitense sta nel fatto che due fanatici, disprezzati dai leader del loro partito corrono per la nomination repubblicana alle prossime presidenziali negli Stati Uniti.

Ma per strano che possa sembrare, il quadro della battaglia in casa democratica dopo le primarie dello Iowa è per certi aspetti ancora più sorprendente. In uno Stato in cui era convinta di avere un’organizzazione di qualità superiore e risorse illimitate, Hillary Clinton, la favorita di Wall Street e la candidata di gran lunga favorita, non ha potuto fermare un senatore del Vermont precedentemente poco conosciuto, che si era qualificato come democratico socialista.

Quando Sanders, la scorsa primavera, aveva annunciato che avrebbe corso per la nomination alle presidenziali, è diventato chiaro che si trattava di un positivo segnale di ripulsa del bipartitismo e della internità, in particolare da parte dei democratici, al campo neoliberista. Sanders ha radunato enormi folle ai suoi meeting e ha reclutato centinaia di volontari a favore della sua campagna elettorale.

Ma praticamente nessuno, nemmeno Socialist Worker, aveva indovinato che l’onda del malcontento lo avrebbe portato bel più in alto di quanto promettesse forse una singola vittoria

Ma nessuno avrebbe potuto immaginare che l’onda del malcontento avrebbe potuto spingere Bernie Sanders a qualcosa di più che una probabile singola vittoria nel New Hampshire, vicino al suo stato natale del Vermont.

Ora Sanders è vicino alla vittoria nello Iowa – e l’impressionante cifra di 20 milioni di dollari che la sua campagna ha acquisito nel mese di gennaio, per lo più da piccole donazioni, gli dà la possibilità di imporsi sul blocco elettorale che dominerà il super martedì delle primarie del 1° marzo, nelle quali Hillary Clinton si aspetta di ottenere la candidatura democratica alle presidenziali.

Così come per la competizione in casa repubblicana, non è possibile dare questo esito per scontato. Quando Sanders per primo riconobbe che la signora Clinton godeva di basi di gran lunga più solide e meglio organizzate, essa gli diede il benvenuto nella competizione per le presidenziali – con la pregiudiziale che egli avrebbe assunto le sue convinzioni di base sull’ineguaglianza economica e che avrebbe contribuito alla rinascita dell’anima liberal della base elettorale del Democratic Party, che sarebbe inevitabilmente rientrata in linea dietro all’”inevitabile” candidatura alla presidenza. Dopo tutto lo stesso Sanders ha assicurato il suo sostegno a qualsiasi candidato scelto per la presidenza e si è opposto a qualsiasi sfida da parte di un terzo partito indipendente.

Tuttavia le masse che seguono Sanders stanno crescendo. Quando il Comitato Nazionale del Partito Democratico sembrava sul punto di sanzionare ingiustamente la campagna di Sanders per una controversia su una mailing-list, i suoi sostenitori si sono indignati per il chiaro esempio di come la direzione del partito faccia pendere la bilancia a favore del suo candidato predesignato.

Nel mese di gennaio, mentre Sanders continuava a salire nei sondaggi sia nello Iowa che a livello nazionale, si è diffuso il panico. Vi fu un’ondata di attacchi contro il socialista del Vermont da parte dei leader liberisti del partito democratico e dei commentatori dei media.

Sanders venne criticato per la generalità delle sue posizioni, per l’attenzione alla salute in funzione della lotta antirazzista, ma l’attacco era contro la sua identità socialista, contro il suo identificarsi con una “rivoluzione politica” che non lo rendeva adatto a una elezione presidenziale.

Questi articoli costituiscono la prima “batteria” di quel che sarà il messaggio rivolto agli elettori di sinistra, che chiederà loro di essere “realisti” e di votare quindi il candidato democratico più forte possibile per scongiurare il male radicale di una vittoria repubblicana.

L’applicazione più diretta e meglio conosciuta della logica del “meno peggio” si riproduce sulle elezioni generali contrapponendo i democratici ai repubblicani. Ma l’establishment democratico esige che i suoi elettori si collochino in una posizione corretta rispetto alle primarie; invece il più consistente argomento in base al quale essi dovrebbero votare per l’opzione “pragmatica” presuppone sempre che Hillary Clinton rappresenti il tipo di compromesso che la base del partito non sopporta.

Questi pretestuosi appelli al “realismo” sono la rimarchevole espressione di quanto il sistema politico sia attrezzato a preservare lo stato presente delle cose.

“Nella vita reale”, afferma su Bloomberg Jonathan Bernstein in un suo tipico articolo, “tutti gli uomini politici nel sistema di potere negli Stati uniti tradiscono le loro promesse elettorali, non perché siano corrotti, ma poiché il sistema li obbliga a favorire lo status quo. Un’alternativa quantitativa è tutto ciò che è possibile.”

Questo senso comune convenzionale spiega perfettamente le ragioni che che hanno generato tanto entusiasmo per la candidatura Sanders: la sua campagna rappresenta una speranza per l’opposizione [di sinistra].

Nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, qualche sostenitore di Sanders potrebbe essere persuaso ad entrare nella “vita reale” appoggiando la candidatura di Hillary Clinton – ma molti altri rafforzeranno la loro convinzione che un sistema creato per favorire corruzione e ineguaglianza non ha davvero bisogno della “rivoluzione politica” a cui Sanders si appella.

La vittoria di Sanders è la dimostrazione di una profonda disaffezione nei confronti dello stato delle cose presenti – e un sincero appello per una narrazione rivoluzionaria e socialista, persino quando queste sono usate per descrivere la lontananza da un orientamento politico rivoluzionario, che richiama fortemente il passato liberal del partito democratico. Per non parlare delle questioni di politica estera, nelle quali Sanders è indistinguibile dall’usuale orientamento dei democratici e di pochi repubblicani “moderati”.

Tuttavia la performance di Sanders nello Iowa demistifica la menzogna che l’America sia sostanzialmente un paese conservatore – come ancora accadrà se Sanders vincerà, come ci si aspetta la primarie di martedì in New Hampshire.

Anche con una larga vittoria in New Hampshire, Sanders sarà ancora perdente. Il primo test sul programma sarà dato dalle primarie negli Stati del Sud, dove Sanders partirà da una posizione di vantaggio anche maggiore di quella conseguita nello Iowa.

Il fatto più grave è che uno dei sette voti per nominare il candidato alle presidenziali nella convention democratica va ai superdelegati, membri non eletti dell’apparato, molti dei quali sono pronti a sostenere la signora Clinton.

Sanders sarà sempre più esposto a furibondi attacchi da parte dell’establishment democratico, con un mucchio di ben conosciute voci progressiste arruolate per questa causa. Sdi moltiplicheranno le calunnie e le palesi falsità – ma soprattutto si intensificherà l’argomento del male minore.

La maggior parte ci coloro che attaccano Sanders e la maggior parte di quanti confidano nei loro seguaci per dare un vantaggio a Mrs. Clinton potranno dimostrare che non c’è nulla di democratico nel partito democratico.

La leader del gruppo di minoranza Nancy Pelosi potrebbe non averlo messo in chiaro quando ha dichiarato che “non ha sensi discutere su ciò che non avverrà”. Si riferiva alla proposta popolare di Sanders a favore di un unico contributo per la salute, un sistema ben più avanzato della fallimentare legge sanitaria di Obama.

Ma Pelosi and company hanno chiarito che il “partito del popolo” non ha alcuna intenzione di lottare per una reale trasformazione del sistema sanitario statunitense.

“Dio benedica tutte le persone che si appassionano” , ha abbozzato accondiscendente la signora Pelosi rivolgendosi ai sostenitori di Sanders. “Il fatto è che Bernie Sanders ha allargato la platea di quanti prestano attenzione alle elezioni, e noi speriamo che a novembre li porti a votare a sostegno della candidatura democratica”.

Pelosi pretende che Sanders per dimostrare la sua lealtà a un partito i cui leader e ideologi stanno gridando dappertutto che non appoggeranno i suoi programmi politici se questi diventasse in qualche modo il candidato democratico alle presidenziali.

Sfortunatamente, Sanders ha reso chiaro questo fatto sin dall’inizio della sua campagna elettorale. Se dovesse perdere la nomination, il che è proprio quello che succederà, appoggerà il candidato democratico, piuttosto che trasformare la sua campagna in una corsa da indipendente o sostenere un candidato genuinamente di sinistra come Jill Stein dei Verdi.

Nelle più imprevedibili elezioni presidenziali da almeno una generazione sono sicuramente necessari più passaggi analitici da compiere. Sanders può continuare ad agitare cambiamenti radicali e a provocare aspri conflitti all’interno del partito democratico, così come i repubblicani potrebbero coalizzarsi dietro a una candidatura condivisa.

O Mrs. Clinton si assicurerà un saldo controllo sulla corsa presidenziale dopo il “Super Martedì” di primarie e caucus, obbligando i sostenitori di Sanders a chiedersi se siano disposti a seguire il loro candidato nel sostegno alla sua candidatura, oppure cercheranno di proseguire la lotta per quella rivoluzione politica che ha promesso.

Ma per ora la più grande notizia della notte, più grande di un’inattesa sconfitta di Ted Cruz, o di una cocente caduta di Donald Trump o di resurrezione di Marco Rubio, è che un candidato democratico socialista ha lottato contro la prematura presunzione di una candidatura democratica fondata su un pareggio.