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Le barbarie

di Gippò Mukendi

Gli attentati di Parigi del 13 novembre non possono che suscitare sgomento e indignazione. Questi attentati fanno seguito ad una scia di terrore che ha investito la Francia, così come il Libano solo tre giorni prima, la Turchia, la Tunisia così come ai massacri che colpiscono le popolazioni musulmane che che non vogliono soccombere ad un modello di dominio che si basa su strutture politiche ed economiche medioevali.

Preoccupa, tuttavia, la reazione crescente di gran parte dell’opinione pubblica europea. Da più parti, e non solo all’interno delle forze di estrema destra, si alzano grida di “guerra”. C’è chi invoca “vendetta”; chi evoca l’inevitabile scontro tra civiltà a cui l’ Europa, fino ad ora impreparata, “non può sottrarsi”; chi invita alla “crociata” contro “i barbari musulmani”.

Ci troviamo così ora in una delle fasi più drammatiche dello “scontro tra barbarie”, quella imperialista e neocoloniale, sempre più votata alla “guerra permanente” e quella terrorista che non fanno altro che alimentarsi a vicenda.

La barbarie della “guerra permanente”

Siamo da anni in guerra. Una “guerra permanente” che oramai dura da più di vent’anni. Una guerra combattuta in nome della “sicurezza mondiale”, della “lotta al terrorismo”, a “difesa dei diritti umani”. In realtà, questa guerra non fa altro che alimentare il terrorismo, non a caso diffusosi e radicato in Iraq. Ci troviamo, infatti, di fronte ad un concatenarsi di conflitti e guerre che non fanno altro che accumularsi in seguito all’intervento delle potenze imperialiste, ma anche alle forti mire di un alleato Nato come la Turchia o di altre potenze regionali come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi, l’Iran o di potenze come la Russia. In Palestina continua la politica aggressiva di Israele il cui governo si fa interprete e promuove al contempo la radicalizzazione a destra della società israeliana.

La situazione in Medio Oriente è, quindi, sempre più drammatica. L’Iraq è, oramai, in una situazione di perenne instabilità. In Siria Assad, colui che ha schiacciato la rivoluzione siriana, devastato politicamente, socialmente, culturalmente e umanamente il proprio popolo, favorendo così il rafforzamento di Daesh, sta ricevendo l’appoggio militare e finanziario dell’Iran e della Russia di Putin, che bombarda anche le postazioni controllate dall’Esl (Esercito siriano di liberazione). Ora Hollande invoca alla lotta comune contro il nuovo “Hitler”, ossia Daesh, l’organizzazione che si è autoproclamata stato islamico – Isis.

Gli Usa, al contrario, si mostrano più cauti rispetto ad un’azione militare, consapevoli del caos seminato dal loro intervento nel 2003 in Iraq. Per queste ragioni stanno cercando un accordo con la stessa Russia e l’Iran per giungere ad una stabilizzazione della regione attraverso un processo di morbida transizione.

Inoltre, gli interventi militari si sommano alle politiche commerciali ed economiche estere delle grandi potenze nei confronti dei Paesi del Sud del mondo, ai muri ed ai CIE della Fortezza Europa, ai modelli di integrazione razziale per assimilazione ed esclusione e alle politiche di austerità foriere di miseria e povertà. Questo è il brodo di cui si alimentano i fanatismi religiosi.

Questo modello spiega come Daesh riesca a reclutare nelle banlieue delle grandi metropoli, in cui l’anomia, la disgregazione sociale, il venir sempre meno delle risorse sociali sono sempre di più la norma. Il fanatismo religioso, d’altro canto, si diffonde sotto diverse forme, anche cristiane ed investe forze reazionarie legate all’estrema destra. A molti risulteranno vecchie e obsolete, ma mai come oggi sono attuali nella loro complessità dialettica le parole del giovane Marx sulla religione come oppio del popolo secondo cui la miseria religiosa è in un senso l’espressione della miseria reale, e in un altro senso la protesta contro la miseria reale. La religione è il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, lo spirito di situazioni in cui lo spirito è assente .

La barbarie di Daesh

Chi non cede ai ricatti della guerra cerca, del resto, di interrogarsi sull’altra barbarie, quella di Daesh, forza crescente dell’integralismo politico islamico che si è posta l’obiettivo di realizzare uno stato confessionale e oscurantista fondato sul terrore e la repressione delle popolazioni musulmane che vi si oppongono. Nei territori da esso controllato, Daesh si oppone a qualsiasi forma di libera espressione, uccide sulla base di discriminazioni religiose e conduce una guerra generale contro le donne. Non a caso questa forza riceve cospicui finanziamenti dalla monarchie reazionarie dell’Arabia Saudita e del Qatar .Il Qatar è, inoltre, un sostenitore chiave di Jabhat al-Nosra (sezione siriana di Al-Qa’ida). Tra i principali finanziatori troviamo, inoltre, la Turchia di Erdogan, baluardo della Nato, che ha sostenuto direttamente ed indirettamente numerosi gruppi fondamentalisti islamici come Jaysh al-Fatah e la stessa Daesh dandogli per un lungo periodo la totale libertà di movimento su entrambi i lati del confine settentrionale per combattere le forze democratiche dell’Esl e soprattutto per distruggere qualsiasi forma di autonomia delle regioni curde in Siria e le formazioni legate al Pkk.

Le monarchie reazionarie del Golfo svolgono nella regione un ruolo reazionario e controrivoluzionario. In questa fase il loro scopo è di trasformare la rivoluzione popolare in una guerra settaria “di religione”. Daesh, tuttavia, nel suo obiettivo di conquista di nuovi territori, da cui spera di poter ricavare nuove risorse materiali, punta ad avere una maggiore autonomia e a diventare così punto di riferimento delle diverse realtà dell’integralismo politico islamico. La costruzione del “Califfato” sta diventando un punto di attrazione per questi settori. Il carattere fortemente militare di Daesh, d’altro canto, fa si che stia emergendo una sorta di burocrazia gerarchica reclutata per cooptazione fondata sulla discriminazione delle donne e sulla spartizione arbitraria delle risorse che essa controlla.

La compresenza di diversi fattori ha prodotto questa miscela esplosiva della versione più virulenta dell’integralismo islamico, che non può essere considerato solo semplice reazione alla “barbarie” esercitata dalle potenze imperialiste. Certo, in una fase, l’ascesa dell’integralismo islamico è stata ben oliata da Washington e dal suo alleato di Riyad, ma ad essa ha anche contribuito il discredito mondiale degli ideali socialisti causato dall’implosione del sistema staliniano, il fallimento particolare o la marginalità dell’insieme delle correnti di sinistra nel mondo musulmano, l’ascesa, il contesto di crisi economica e di insicurezza sociale crescente sullo sfondo della deregolamentazione neoliberista a livello mondiale, il tutto aggravato dall’umiliazione subita quotidianamente dai popoli musulmani.

L’integralismo islamico, d’altro canto, non è un fenomeno nuovo, apparso all’improvviso. Sbaglia chi vede in esso una realtà semplicemente anti-occidentale o anti-imperialista, o addirittura un ideale politico connaturato al mondo musulmano. Esso, non a caso, è riemerso con forza a partire dagli anni 70 con l’inizio del declino del nazionalismo radicale molto forte in alcuni settori popolari e della piccola borghesia. Il colpo mortale portato al nasserismo dalla vittoria israeliana nella guerra dei sei giorni nel giugno 1967, sancito con la morte dello stesso Nasser nel 1970, nonché la fiammata dei prezzi del petrolio in seguito alla guerra arabo-israeliana dell’ottobre 1973, hanno rafforzato considerevolmente l’influenza della dinastia wahhabita del regno saudita nel mondo arabo e musulmano, che ha giocato la carta dell’integralismo islamico come strumento di battaglia contro il comunismo e il nazionalismo radicale progressista e per infliggere loro il colpo finale.

Questa è una delle ragioni per cui l’Arabia Saudita ha goduto sempre dell’appoggio degli Stati Uniti d’America che sono stati direttamente responsabili della rinascita dell’integralismo islamico, contribuendo in un primo tempo alla sua diffusione, nonché alla sconfitta della sinistra e del nazionalismo progressista, spianando la strada all’Islam politico come unica sponda ideologica e organizzativa popolare.

Inoltre il declino della sinistra ha contribuito a rendere le forze integraliste islamiche punto di riferimento dell’opposizione al dominio occidentale come è avvenuto con la “Rivoluzione islamica” del 1979 in Iran che combinò radicalismo antioccidentale e integralismo islamico nella sua versione sciita. I comunisti del Tudeh pagarono un duro colpo per l’appoggio incondizionato alla politica di Khomeini. Dopo essere stato messo subito fuorilegge, nel giro di pochi anni il regime falcidiò l’intero gruppo dirigente.

Il successo dell’integralismo islamico non è la forma culturalmente inevitabile della radicalizzazione dei popoli musulmani, ma fa seguito alla sconfitta delle sinistre e al fallimento del nazionalismo islamico. Va, quindi, rifiutata con forza l’idea secondo cui l’islam politico sia un elemento connaturato al mondo musulmano, idea che alberga non solo in settori dell’estrema destra, ma anche in alcuni settori della sinistra che proprio per questo hanno guardato con diffidenza se non in alcuni casi osteggiato le rivoluzioni del mondo arabo del 2011. Questa sinistra non a caso ora si erge a difesa di Assad ed esalta il militarismo russo, come se si potesse definire un’azione antimperialista il massacro del proprio popolo e considerare il mondo musulmano “non maturo” se non addirittura impossibilitato per sua natura alla democrazia.

Tra l’Iran e l’Arabia Saudita, l’una rappresentante dell’estremismo di ispirazione sciita, l’altra di quello sunnita, è in corso una guerra di egemonia sulla regione che vede i due stati contrapposti in Siria e Iraq: l’Iran a difesa di Assad e degli sciiti iracheni, mentre l’Arabia Saudita finanzia Daesh che si vuole interprete del riscatto dei sunniti.

Non va sottovalutato, comunque, il carattere prettamente religioso, non solo esclusivamente politico dei diversi integralisti islamici ed in particolare quello di Daesh. Essi hanno in comune l’ “utopia reazionaria” di restaurare un dominio di classe medioevale, sociale e politico, mitizzando attraverso il desiderio di ricostituire il “califfato” il modello fondato poco meno di 14 secoli fa dal Profeta. Per questo vogliono la soppressione di tutte quelle istituzioni che si frappongono a questo progetto. A tal fine viene incoraggiato un approccio letterale dei testi sacri, in particolare del Corano, considerato il verbo divino definitivo.
(Su questo pone l’accento Gilber Achcar nel suo ultimo libro, Marxime, orientalisme, cosmopolitisme – purtroppo non ancora tradotto in italiano).

Le incomprensioni delle rivoluzioni del 2011

In uno scenario di forte crisi economica e politica le rivolte e le rivoluzioni del 2011, che avevano visto una forte partecipazione di giovani senza futuro, settori popolari e proletari, si erano poste come concreta alternativa ai regimi autocratici e liberisti, così come al terrore dell’islamismo politico radicale nelle sue diverse varianti. Sarebbe completamente errato giudicare col senno di poi questi processi. Nella storia le rivoluzioni non sono state sempre vincenti. Spesso è la reazione che ha preso il sopravvento. Ciò sta avvenendo per ora nel mondo arabo, non per questo lo sarà ad aeterno.

Le ragioni sono tante. Dietro vi è anche senza dubbio la debolezza delle forze di sinistra e progressiste che pagano ancora oggi gli errori del passato e che spesso, se non in rari casi come in Tunisia e in una certa misura in Egitto, sono rimaste ai margini del processo rivoluzionario. Ha pesato anche la persistente forza delle formazioni islamiste, più strutturate, anche perché agevolate dalla rete di aiuti proveniente dall’Arabia Saudita. Così come l’indifferenza dei governi delle potenze capitaliste più propense a stabilire rapporti coi regimi o a favorire processi di transizione che non mettano in discussione i propri interessi così come quello di una quella parte delle sinistre.

Buona fetta della sinistra europea non ha compreso le rivoluzioni arabe. Ha spesso ripreso in forma indiretta l’idea fortemente ancorata in gran parte dei gruppi dirigenti di diversi e paesi imperialisti secondo cui è giustificabile un’alleanza con alcuni regimi arabi autoritari e antidemocratici come il Regno Saudita come segno di rispetto della “loro cultura”.

Si tratta di una visione superficiale che ignora, tra l’altro la storia del mondo musulmano. Come si può ignorare che negli anni ’50 e ’60 del secolo scorso uno dei più grandi partiti comunisti si trovava in uno dei più grandi paesi musulmani: l’Indonesia, fino a quando non fu schiacciato in un bagno di sangue dopo il colpo di stato militare del 1965 sostenuto dagli Stati Uniti. Come si può ignorare, inoltre, che negli stessi anni, la principale organizzazione politica in Iraq era il Partito comunista. Esso riuscì a sopravvivere nonostante la dura e brutale repressione dei Baathsti arrivati nel 1963 al potere a seguito di un colpo di stato. Una seconda purga fu compiuta da Saddam Hussein, deciso ad estirpare all’interno del Baath chiunque avesse potuto costituire una minaccia alla sua ascesa così come a liquidare il Partito comunista iracheno, che era entrato nel governo Baathista a seguito di un accordo tra baathisti e Unione sovietica. Finito questo rapporto, Saddam Hussein fece, infatti, giustiziare trentuno membri del Partito comunista. Sulle storie, gli errori e la tragedia dei Partiti comunisti, così come sul fallimento del nazionalismo radicale arabo, che tutt’ora influiscono sulla debolezza delle formazioni di sinistra, occorrerebbe poi, fare un ragionamento a parte.

L’ alternativa alle barbarie

La barbarie della guerra comporta drammaticamente una morale a geometria variabile. La “guerra permanente” che vede coinvolte le potenze imperialiste sembrano lontane ad una buona fetta dell’opinione pubblica europea, che esprime la giusta rabbia e la compassione per gli attentati che avvengono nel cuore delle capitali della modernità: fu così per New York nel 2001, come lo è oggi per Parigi; ma la stessa opinione pubblica spesso ignora le stragi lontane, quasi come se il destino degli altri popoli fosse di per sé votato a subire la violenza. Bisogna avere la forza di rifiutare questa morale asimmetrica, a geometria variabile, “tremare di di indignazione ogni qualvolta si commetta un’ingiustizia nel mondo”, per citare un noto rivoluzionario e internazionalista.

Occorre combattere lo stato di emergenza, ora in Francia, ma che rischia di contagiare tutta l’Europa. A molti risulta un concetto vuoto, astratto, ma in concreto lo stato di emergenza significa restrizione delle libertà, controllo e censura sui giornali, possibilità di proibire film e rappresentazioni teatrali, ricorso ai tribunali militari, proibizione di riunioni pubbliche e di manifestazioni. In Francia Hollande si propone, tra l’altro, la revisione della costituzione, riprendendo alcune proposte della destra e dell’estrema destra. Propone la possibilità di far decadere la nazionalità, espulsioni facili e arresti arbitrari. Ricordiamo che in Francia lo stato di emergenza è stato proclamato l’ultima volta durante la guerra d’indipendenza algerina, e, nella sola regione di Parigi, nel 2005 nei giorni della “rivolta” delle banlieue.

Senza dubbio occorre denunciare con forza e ricordare sempre la responsabilità storica degli imperialismi e del colonialismo, dell’intervento in Iraq del 2003, condannare l’azione attuale delle potenze imperialiste che hanno come obiettivo di ripristinare un ordine che possa tutelare i propri interessi strategici. La nostra solidarietà tuttavia, deve andare in primo luogo a tutte le popolazioni vittime delle diverse barbarie e a quei movimenti che, pur a fatica, lottano per ottenere libertà, democrazia e giustizia sociale, quegli stessi obiettivi che a fatica cerchiamo di difendere nelle nostre società lottando contro le politiche di austerità e che lo stato di emergenza e l’unione sacra rischiano di rimettere ulteriormente in discussione.

Occorre, d’altro canto, sostenere con ancora più vigore la battaglia contro l’Europa fortezza, rifiutare la criminalizzazione dei migranti e dei rifugiati, trovare una serie di misure di urgenza che rompano la divisione tra migranti e lavoratori autoctoni per affermare assieme la possibilità di un mondo solidale ed egualitario fondato sulla convivenza tra i popoli.