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Luciano Gallino, un rispettoso e rumoroso silenzio

di Diego Giachetti
La commemorazione di Luciano Gallino, il sociologo torinese morto l’8 novembre, avvenuta presso il Senato Accademico dell’Università torinese, ha messo in evidenza ciò che c’era da aspettarsi. Molti i non detti, tranne poche eccezioni, molti gli elogi generici allo studioso bravo e capace, pochi i riferimenti alle sue ricerche, ricavabili soprattutto dalle opere prodotte nell’ultimo quindicennio della sua intensa attività. Chi conosce i temi delle ricerche di Gallino non si stupirà di questi sorvolamenti. Gallino, malgrado l’età, non è mai andato in pensione, nel senso che non si è mai ritirato dalla ricerca e dalla conseguente necessaria denuncia sociale.
Già solo alcuni titoli dei suoi libri, nominati nel corso della commemorazione, evocano l’ingiustizia di questa società: Se tre milioni vi sembran pochi, titolo di un libro sulla disoccupazione in Italia, Il lavoro non è una merce, scritto preventivamente prima del jobs act, quel provvedimento secondo il quale se si facilitano i licenziamenti aumentano i posti di lavoro. Gallino, è stato ripetutamente osservato, è stato un grande studioso dei processi industriali, della formazione, della teoria sociale e della globalizzazione. E basta? Con ironia sottilmente piemontese, tipica anche del nostro sociologo, si potrebbe dire che alla commemorazione mancava solo un esponente del sistema bancario a “elogiare” l’analisi di Gallino sul Colpo di stato di banche e governi e il conseguente attacco alla democrazia in Europa, messo in atto anche nel nostro paese nel 2011; oppure un politico di area governativa a “magnificare” la sua corretta analisi di come l’oligarchia politica si è data il potere, dopo Berlusconi, con Monti, Letta, Renzi, senza tanti disturbi e con l’avvallo del garante supremo della Costituzione.  Così come era anche assente un grande esponente della finanza a condividere l’analisi di Gallino sul finanzapitalismo, cioè sul passaggio dal “capitalismo reale” a quello “cartaceo” della finanza. Infine, dulcis in fundo, si coglieva l’assenza di un industriale rampante a ricordare gli studi sull’odierna Impresa irresponsabile verso la società e il sistema ecologico.
La maggioranza degli intervenuti ha sostenuto, e non poteva essere diversamente, che Gallino è stato un sociologo autentico, serio, rigoroso, sempre ben documentato ogni qual volta esprimeva la sua interpretazione. Pochi sono andati oltre questo dovuto riconoscimento, rompendo il rispettoso e rumoroso silenzio accademico e degli intellettuali, che lo ha circondato in quest’ultimo decennio. Chi lo ha fatto ha svelato ciò che tutti sanno: Gallino si è posto come severo pensatore critico del presente; ha esaminato le contraddizioni di questo sistema che ostinatamente ha preferito chiamare ancora col vecchio” termine: “capitalistico”. Ha svelato le sue contraddizioni, i suoi effetti devastanti sul lavoro, sulla dignità umana, sulla democrazia. Ha criticato l’ideologia liberista oggi dominante nei media e nelle università, chiamando in causa il ruolo degli intellettuali e degli opinion makers (creatori di opinioni), quasi tutti disposti a suonare il piffero del liberismo e del nuovo e laico “dio mercato”. Qua e là si sono sentiti  riferimenti alla sua ultima opera, pubblicata pochi giorni prima della sua scomparsa, nella quale afferma che il neoliberismo dominante può vantarsi di aver sconfitto l’idea di eguaglianza e di pensiero critico. Qualcuno poi ha osato andare oltre questa frase, tratta dall’introduzione al suo libro, e ha citato anche quella seguente:  a tutto ciò, scriveva, occorre aggiungere la vittoria della «stupidità».
Quando nel lontano 1962 morì il sociologo americano Charles Wright Mills, il suo amico Ralph Miliband scelse come epitaffio da porre sulla tomba una frase tratta dall’ultimo suo libro, I marxisti: «Ho cercato di essere obiettivo. Non pretendo di essere distaccato». Mi sembra condivisibile anche per Luciano Gallino.