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Il silenzio attorno alle parole del papa

di Chiara Carratù

In preparazione del Giubileo della Misericordia, papa Francesco ha annunciato che le donne che hanno fatto ricorso all’aborto e quanti lo hanno procurato potranno pentirsi e ottenere il perdono per il peccato compiuto. Subito i media hanno dato ampia eco alle parole papali perché, in via eccezionale, il potere di rimettere i peccati viene esteso a tutti i sacerdoti e perché sarà possibile attraversare anche altre porte sante. Il papa ha deciso che in tutte le cattedrali, nei santuari e nelle chiese stabilite dal vescovo diocesano ci sia una porta santa.

Con questo messaggio ancora una volta si torna a parlare di aborto, un tema caro alla Chiesa che papa Bergoglio usa con abilità, ponendo sempre molta attenzione all’immagine mediatica che dà di sé.

Infatti, se da un lato il papa continua a presentare quell’immagine che in troppi, a sproposito, definiscono rivoluzionaria, dall’altro l’intento è quello di affermare con forza i principi cardine che sono alla base della dottrina cattolica. Non a caso, padre Lombardi, direttore della sala stampa della Santa Sede, specifica che la decisione di Francesco di estendere nell’Anno giubilare a tutti i preti la facoltà di perdonare l’aborto “vuole essere un segno di estensione della manifestazione di misericordia in termini più accessibili e disponibili da parte della Chiesa: non è un’attenuazione del senso di gravità del peccato. I sacerdoti che preparano la confessione devono far capire la gravità di questo crimine e aiutare a comprendere in un percorso di conversione. La decisione del Papa non vuole esse in alcun modo un minimizzare la gravità della cosa”.

Che la Chiesa consideri l’aborto un crimine non è una novità; già in altre occasioni questo Papa si era espresso in tale direzione; ad esempio in un’intervista concessa nel 2013 a “La Civiltà Cattolica” (rivista di alta divulgazione della Compagnia di Gesù), Francesco aveva chiesto misericordia per le donne che hanno abortito mentre nell’ultima enciclica “Laudato Si’” l’intero paragrafo 120, inserito nel capitolo dall’eloquente titolo “Crisi e conseguenze dell’antropocentrismo moderno”, è dedicato al tema e alla riaffermazione del peccato di aborto. In particolare si asserisce che “non è […] compatibile la difesa della natura con la giustificazione dell’aborto”. Qualche riga dopo viene anche ripresa la lettera enciclica “Caritas in Veritate” firmata da Papa Benedetto XVI nel giugno 2009, quando si sostiene che “se si perde la sensibilità personale e sociale verso l’accoglienza di una nuova vita, anche altre forme di accoglienza utili alla vita sociale si inaridiscono”. E non è perciò una novità il conservatorismo delle gerarchie cattoliche alle quali non si può chiedere di non ottemperare ad un lavoro che svolgono egregiamente da circa 2000 anni. Sono altri, invece, gli elementi sui quali dovremmo riflettere.

Quel che deve colpire non è la natura delle dichiarazioni del Papa ma il silenzio intorno alle sue parole; a parte qualche articolo o qualche nota sul web per il resto solo una canea di lodi e inchini ossequiosi. Tuttavia anche solo la denuncia delle condizioni della donna e quello che comporterebbe il ritorno all’aborto clandestino non sarebbe sufficiente; per di più le gerarchie ecclesiastiche sanno quello che questo comporta come pure sono perfettamente a conoscenza del fatto che molte donne che si ritengono cattoliche non rispettano pienamente i dettami della dottrina (si pensi alla convivenza, all’uso del preservativo, al sesso prima del matrimonio e non solo a fini di procreazione). Il punto è un altro e ha a che fare con la consapevolezza e la libera scelta di maternità che richiama ad un controllo del proprio corpo. Scegliere le modalità della maternità, decidere quando avere un figlio, esercitare delle scelte libere in materia di fecondazione e contraccezione significa sottrarre un potere ad una gerarchia fatta di uomini che basa una parte della propria autorità sul controllo delle coscienze e sulla costruzione di sensi di colpa. Se si usassero queste chiavi di lettura, si ci renderebbe conto che i discorsi di Francesco sono perfettamente in linea con quelli dei suoi predecessori e che questo Papa, così vicino alle gente e così fuori dalle etichette, altro non è che la vetrina ben addobbata e illuminata di una vecchia istituzione che nel corso della storia, in realtà, è stata sempre dalla parte dei potenti di turno. Non c’è alcun corso rivoluzionario in atto nel Vaticano e le parole sull’aborto e la condizione della donna dovrebbero ben palesarlo.

Tuttavia neanche far notare questo basterebbe a riempire il silenzio e zittire i panegirici nei suoi confronti. Il vuoto intono alle parole di Papa Francesco è purtroppo uno dei segno di questi tempi: non ci sono prese di posizioni da parte delle sindacaliste, mancano dibattiti indipendenti all’interno della sinistra radicale ma soprattutto manca una coscienza femminista che difenda le condizioni materiali di vita e di scelta e delle donne. Infatti non si è avuta neanche l’ombra di un dibattito che parli della centralità della chiesa cattolica nella costruzione del patriarcato e dell’ideologia che lo sorregge, principale causa della subordinazione della donna.

Di questi tempi la maggior parte delle donne rifiuta il femminismo relegandolo in un angolo un po’ folle della nostra storia. Manca totalmente la comprensione di quello che questo movimento ha significato e sono in troppe ad ignorare i frutti delle diverse e straordinarie stagioni di lotta che hanno visto protagoniste le donne. Con il grande movimento degli anni 70 si ottenne il diritto al divorzio, il riconoscimento del reato di stupro, la messa in discussione di tradizioni e pratiche retrograde come il delitto d’onore e l’aborto clandestino. Consultori e centri dedicati alla salute della donne furono delle conquiste che ebbero, tra gli altri, l’effetto di evitare che l’aborto fosse “un crimine di classe” (per dirla con Simone de Beauvoir) visto che a praticarlo e a subire gli effetti dati da operazioni condotte in scarsità di igiene e senza l’opportuna assistenza medica erano soprattutto donne povere, che non avevano le risorse economiche per accedere ad anticoncezionali e ad aborti effettuati in condizioni più sicure.

Oggi, per molte i sacrifici e la generosità di tutte quelle donne che si sono autodenunciate per aver ricorso all’aborto, che hanno presidiato le aule dei tribunali per fare pressione ed evitare che ad essere giudicate fossero le donne vittime di stupro e non gli stupratori, che sono scese in piazza per affermare il diritto al divorzio, all’aborto e con esso ad una sanità pubblica che tutelasse la salute di tutte a prescindere dall’estrazione sociale sono solo un lontano ricordo da documentario storico. In pochissime donne c’è la consapevolezza che tutto ciò che è stato guadagnato è frutto di una dura e intensa lotta, in cui nessun diritto è stato regalato ma, in particolare alla Chiesa e alle destre conservatrici che si erigevano a sua difesa, è stato strappato e conquistato tutto, con forza. Servizi pubblici quali i consultori e i centri antiviolenza oggi neanche si difendono ma si accettano passivamente i tagli alla sanità e al welfare pubblico. Poche sono le associazioni femministe che si spendono ancora con generosità su questi temi; tante altre sono impegnate nella difesa delle donne solo da un punto di vista istituzionale e solo partendo da ottiche moraliste e perbeniste.

I maggiori esponenti della sinistra radicale profferiscono lodi al Papa ponendolo, in loro vece, alla guida del cambiamento sociale contro la barbarie che ci sta ingoiando; si pensi alle tante dichiarazioni di Vendola e Ferrero che, nel tentativo di acquisire credibilità agli occhi delle masse, si attaccano alla figura del Papa invocandolo ogni volta che un diritto viene calpestato. In tal modo essi abdicano alla costruzione della lotta di classe che dovrebbe essere alla base di quel cambiamento sociale tanto evocano.

Infine, come sottolinea Ilvo Diamanti in un suo articolo pubblicato su “La Repubblica on line” il 31 agosto, il sindacato “sembra aver perduto il ruolo sociale che, ancora pochi anni fa, occupava […] mentre parallelamente, è cresciuto il ruolo della famiglia”. Anche questa è una vittoria di papa Francesco, che seguendo puntualmente i precetti di santa madre chiesa, continua ad affermare la centralità della famiglia nelle relazioni sociali e di genere. Di fatti il papa non ha mai speso una parola in difesa del sindacato come strumento di difesa e tutela dei diritti e della dignità di lavoratrici e lavoratori. Eppure è attraverso l’organizzazione sindacale che la classe lavoratrice ha potuto organizzarsi e migliorare la propria condizione. Per la chiesa lo spazio entro il quale ognuno di noi può trovare conforto e sostegno continua ad essere quello famiglia e non altri.

Se il clima è questo, incidono poco sulle coscienze tanto i racconti di quanto possa essere grama la vita delle donne costrette all’aborto clandestino, tanto le statistiche che continuano ad individuare la famiglia come il principale luogo entro il quale la donna subisce violenza. Dunque il silenzio intorno alle parole del Papa non è affatto casuale ma ha le sue radici nell’abbandono della lettura di genere dei processi sociali, relegata di fatto in ristretti ambiti accademici che hanno poca influenza sulle grandi masse. È con questa realtà che dobbiamo fare i conti: la perdita di diritti, il ritorno di teorie che pensavamo sorpassate, l’imbrutimento culturale e la violenza generalizzata non si arresteranno se non saremo in grado di mettere almeno un argine a questo tipo di discorsi recuperando, senza feticismi, l’insegnamento più importante che il movimento femminista ci lasciato: nessun uomo e nessuna chiesa ci concederà mai diritti e dignità.