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Grecia, l’accordo e le sue conseguenze

di Andrea Martini

L’accordo raggiunto nella mattinata del 13 luglio all’Eurosummit, nonostante tutti i tentativi di difesa d’ufficio, costituisce una vera e propria capitolazione del governo Tsipras nei confronti dell’aggressore europeo. Tutta la vicenda conferma, se mai ce ne fosse stata la necessità, il grado di violenza e di protervia di cui sono capaci le classi dominanti europee. L’umiliazione è ancora maggiore proprio perché giunge a una sola settimana di distanza dalla esaltante vittoria del referendum nel quale il No al memorandum aveva trionfato con il 62% dei consensi. Un successo cancellato e oltraggiato da un diktat perfino peggiore dell’ipotesi respinta dal referendum.

E questo accordo non raggiunge neanche l’obiettivo (che Tsipras aveva utilizzato per convincere il parlamento a affidargli il mandato di un ulteriore negoziato) di allentare la morsa del debito sulla Grecia. Debito che non viene tagliato, né ristrutturato, né diluito nel tempo.

Il taglio alle pensioni, l’aumento della tassazione indiretta (che grava in modo inversamente proporzionale ai redditi), il pesante programma di privatizzazioni, il via libera ai licenziamenti collettivi, la controriforma della contrattazione, le vessatorie “clausole di salvaguardia” che, in caso di sforamento degli obiettivi di avanzo primario, imporranno “in automatico” misure ancora più socialmente draconiane, rischiano di porre la parola fine alle speranze accese in Grecia e in Europa dalla vittoria di Syriza del 25 gennaio.

Questo accordo costituisce un’ulteriore cocente sconfitta della lotta  contro l’austerità e della lotta per la democrazia. Era possibile una soluzione diversa, una piano B di rottura con le imposizioni inaccettabili della Troika e con il quadro reazionario delle istituzioni politiche, economiche e monetarie europee, una soluzione certo molto difficile, piena di incognite, ma che corrispondeva alle speranze e alla lotta di questi anni del popolo greco e  al risultato del referendum, una alternativa che è stata chiaramente delineata nel programma della sinistra di Syriza.

L’unica esile possibilità che questa sconfitta non si realizzi è nella ipotesi che la mobilitazione della sinistra di Syriza e di qualche federazione sindacale critica (in particolare della Adedy che organizza i pubblici dipendenti e che ha proclamato sciopero generale per domani) riesca ad impedire l’approvazione parlamentare del pacchetto prevista per domani 15 luglio.

Ma l’ipotesi più probabile è quella negativa, e cioè che, nonostante l’opposizione di una parte importante di Syriza (e perfino dei nazionalisti dell’ANEL), domani al Parlamento di Atene debutti una nuova maggioranza, quella desiderata e perseguita dalle istituzioni europee (ma anche dal PD italiano) già all’indomani del 25 gennaio, una maggioranza che riconsegni un ruolo determinante ai partiti più affidabili per la Troika, Nuova Democrazia e il Pasok (con la ruota di scorta di To Potami), estromettendo la sinistra di Syriza.

E’ importantissima (e va seguita con spirito di sostegno) la battaglia che larga parte della “piattaforma di sinistra” di Syriza ha avviato, sia per impedire la ratifica dell’accordo sia per delineare una alternativa complessiva.

Perché, al di là delle conseguenze devastanti sul piano sociale del nuovo “memorandum”, esiste anche il drammatico pericolo che i neonazisti di “Alba dorata” (che, come è noto, hanno sostenuto strumentalmente il No al referendum) si accreditino come gli unici difensori intransigenti degli interessi del popolo greco soffocato dai diktat delle “plutodemocrazie” europee.

La sconfitta inferta alle speranze suscitate dalle elezioni del 25 gennaio e dal referendum del 5 luglio avrà peraltro conseguenze politiche anche al di là delle frontiere elleniche.

L’accordo costituisce per le classi popolari europee una formidabile testimonianza della presunta ineluttabilità della politica di austerità, dell’inutilità di opporsi.

La sinistra, diffusamente screditata in tanta parte del continente, per gli errori degli ultimi decenni e per le conseguenze del crollo del “socialismo reale”, aveva trovato nel successo di Syriza una possibilità nuova, la verifica concreta di poter riconquistare un ruolo reale nella lotta contro l’austerità e per la democrazia. Il fatto che quella esperienza stia andando nella direzione di un nuovo pesante fallimento, al di là degli impotenti tentativi di minimizzarne la portata da parte di alcuni dei commentatori di sinistra, rischia di riprecipitare l’immagine di questa parte politica nella omologazione con tutte le altre opzioni in campo o, nella migliore delle ipotesi, nella irrilevanza.

Il fallimento greco costituisce una sanzione sull’unico tentativo concreto di lotta contro le istituzioni europee fatto con uno spirito solidale, internazionalista e antirazzista e, dunque, stimola ovunque il rilancio delle proposte di estrema destra nazionalista e razzista.

Agisce in senso estremamente negativo sul dibattito interno e sull’evoluzione di formazioni come il Movimento 5 stelle italiano o della stessa Podemos spagnola che, pur nelle loro grandi differenze, sono sempre state orientate a presentarsi come “né di destra né di sinistra”.

La vicenda greca, inoltre, costituisce la dimostrazione pratica della estrema debolezza della sinistra a livello continentale. Nel corso di questi mesi, cruciali per lo sviluppo della lotta di classe in Europa, non è riuscita a costruire nessuna iniziativa se non simbolica per spezzare l’isolamento della lotta del popolo greco e forse non lo ha neanche tentato. Non manifestazioni né momenti di coordinamento reale. In Italia, in particolare, abbiamo solo assistito ad un tentativo di utilizzare la credibilità di Syriza e di Tsipras per una asfittica esperienza elettoralistica che sta andando ad arenarsi in una confluenza con la pattuglia scissionista dal PD, confluenza che voleva essere fatta all’insegna dell’esperienza greca e che ora rischia di essere segnata fin dalla nascita dal naufragio del gruppo dirigente centrale di Syriza.

E nessun velo pietoso deve essere steso sulla vergognosa totale assenza di iniziativa sindacale europea in solidarietà con la Grecia nel suo scontro con i poteri europei. Non uno sciopero (tantomeno il necessario sciopero generale europeo che uno scontro di quelle dimensioni avrebbe richiesto), ma neanche manifestazioni internazionali. E questo non solo da parte della CES (che è ormai parte delle “istituzioni”dell’austerità), o dei sindacati confederali italiani, pienamente convinti della ineluttabilità della austerità e della primazia del debito, ma anche da parte di confederazioni ritenute più radicali, come la CGT francese o la FGTB belga.

Ma la esperienza greca impone anche una riflessione più generale sulle prospettive.

Della crisi politica e degli errori della sinistra abbiamo tante volte parlato. Negli ultimi anni, in particolare dopo l’esplodere della crisi economica del 2008, la brutalità dell’offensiva padronale metteva ancora di più ai margini una sinistra tutta ancorata alla proposizione di un lontano e sommamente incerto “sole dell’avvenire”. E la sinistra veniva vista perciò come ininfluente per invertire o almeno attenuare la macelleria sociale dell’austerità.

La percezione di questo fenomeno ha provocato nella sinistra due reazioni opposte e che noi abbiamo ritenuto entrambe sbagliate: da un lato la smania di presentarsi come una “sinistra di governo”, capace di entrare nella “stanza dei bottoni” e di immaginare di gestire le scelte politiche; dall’altro una rimozione del problema della risposta politica, arroccandosi in una costruzione autorefenziale, o sviluppando una iniziativa movimentista e mutualistica con l’illusione di una conquista di “territori liberati”.

Noi, al contrario, abbiamo ritenuto che la necessità di una risposta capace di raccogliere credibilità tra le masse popolari, richiedesse la combinazione di una risoluta opposizione all’austerità con una spinta costante verso la costruzione della più ampia unità possibile a livello dei movimenti sociali come a livello della proposta politica.

Abbiamo cercato di perseguire questa ispirazione nella ricerca della convergenza delle esperienze sindacali conflittuali, nel confronto trasversale tra i movimenti, al di là dei diversi terreni su cui agiscono, nella ricerca della più ampia unità politica, pur nella salvaguardia dei diversi percorsi di provenienza.

Proprio per questo noi (e con noi tutte e tutti coloro che condividevano la nostra impostazione radicale e unitaria) abbiamo guardato con simpatia all’esperienza di Syriza fin dall’inizio, anche quando era ampiamente snobbata da parte della sinistra italiana, che la riteneva poco politica, poco attenta ad incunearsi nelle presunte contraddizioni del sistema.

Ma quella esperienza oggi si avvia al tramonto, perlomeno per come l’abbiamo conosciuta, come una alleanza composita, tra settori di provenienza riformista, seppur radicalmente opposti alla politica dei socialiberisti del Pasok, e settori di provenienza anticapitalista e rivoluzionaria.

Non sappiamo quale sarà l’esito del duro scontro in corso in queste ore all’interno di Syriza. Sosteniamo con convinzione la battaglia che i nostri compagni della Sinistra operaia internazionalista (DEA) stanno sviluppando in alleanza con la Piattaforma di sinistra e anche con settori della ex maggioranza. Così come sosteniamo l’azione comune con le altre componenti della sinistra radicale e delle forze sindacali di classe per mantenere e sviluppare più che mai un movimento di resistenza alle brutali politiche dell’austerità.

Più che mai oggi la classe lavoratrice greca ha bisogno della nostra solidarietà e di un impegno militante comune contro la violenza dell’Europa capitalista, dei suoi governi e delle sue istituzioni. La battaglia e la lotta diventano ancor più difficili, ma esse possono e debbono continuare.