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Grecia, l’impossibile «compromesso onorevole»

di Stathis Kouvelakis, da LCR/La Gauche, traduzione di Gigi Viglino

I riferimenti a un «compromesso onorevole», con connotazioni positive o negative, sono molto in voga in Grecia in questo periodo. Nel discorso dei media e, cosa più preoccupante, dello stesso governo, raggiungere un «compromesso onorevole» con le «Istituzioni», come è stata ribattezzata la troika, è diventato l’obiettivo strategico del periodo [1]. Nel migliore dei casi, bisognerebbe aggiungere, poiché negli ultimi giorni il registro del «compromesso»sembra avere ceduto il posto alla ricerca di un puro e semplice «accordo», sottinteso: anche al prezzo di condizioni che sarebbero state giudicate inaccettabili fino a poco tempo fa.

Va da sé che per Syriza, lo slittamento discorsivo verso il discorso del «compromesso» e anche la rassegnazione a un accordo «chiaro ma doloroso» secondo le parole del ministro degli interni Nico Voutsis [2] equivale all’abbandono dell’obiettivo della rottura con i memorandum e le regole della troika, sulla base del quale erano state vinte le elezioni. Ma che cosa può significare nel contesto attuale, questo invadente riferimento a qualche cosa di così opaco come un «compromesso onorevole»?

Cominciamo da primo termine, il «compromesso». Sia in greco che in latino, il termine comporta una forte connotazione di reciprocità. «Symvivasmos» è la congiunzione di «syn» (insieme) e di «vaino» (andare), simile a «compromissus» che collega «com» (con) e «promittere» (promettere). Compromesso significa dunque che concessioni sono fatte dalle due parti, forse in misura ineguale, ma almeno a un livello che permette il confronto. Perché lo scambio abbia un senso, le concessioni di ciascuna parte devono essere, se non esattamente equilibrate, almeno suscettibili di una stessa misura. Di conseguenza, se una delle due parti, la più forte evidentemente, non offre la minima concessione, allora ciò di cui si tratta non si può chiamare compromesso. La parola non è altro che una foglia di fico destinata a mascherare la ricerca di una capitolazione totale della parte più debole.

Ma c’è un altro aspetto di questa formulazione. L’aspetto etico. «Onorevole» fa riferimento alla nozione di «onore». In altri termini, un compromesso di questo tipo presuppone l’esistenza di un «codice d’onore » condiviso dalle due parti – precisiamo che in greco non si può dedurre «onorare» (nel senso di «onorare un debito») dal termine «onore». Un compromesso «onorevole» è dunque quello che permette di tenere conto dell’onore delle due parti. In questo senso, qualsiasi compromesso reale è «onorevole». Parlare di «compromesso disonorevole » è una contraddizione in termini.

Qui appare una reale ambiguità: anche se non è evidente a prima vista, la parola contiene in sé stessa una dimensione normativa che rimane latente nel discorso ordinario. In senso generale «compromesso» indica un atteggiamento «non ideologico». Come obiettivo, è considerato orientato alle richieste di un approccio «pragmatico».

Al contrario, l’«ideologia» è l’attributo di quanti rifiutano il compromesso, che sono incorreggibili «massimalisti», pericolosi sostenitori della «linea dura» o inoffensivi «sognatori». Il riferimento al compromesso ha dunque una funzione etica e politica, che però rimane implicita, che opera in maniera coperta. In questo senso si può parlare di un uso ideologico della nozione di compromesso.

Il primato della politica

Ciò significa che il concetto di compromesso deve essere respinto, o che il compromesso, in generale, è impossibile? Evidentemente no. Quale deve dunque essere il criterio in base al quale giudicare del suo carattere desiderabile o della sua possibilità? Ce n’è uno solo: la politica, come arte di intervenire in una congiuntura particolare. Questo è il significato del famoso testo di Lenin «sul compromesso» [3] che, purtroppo, è stato usato in molte occasioni in modo abusivo. Lenin mette in ridicolo quanti rifiutano il compromesso per principio, in nome di una qualche purezza morale, per avere sempre le mani pulite. Ma, allo stesso tempo, respinge ugualmente la nozione che il compromesso debba essere uno scopo in sé e per sé. Tutto dipende dall’analisi concreta della situazione concreta. In quel momento preciso, sottolinea Lenin, all’inizio di settembre 1917, e per un momento molto breve, il compromesso è possibile e desiderabile «per approfittare di questa possibilità storica estremamente rara ed estremamente preziosa» che è «lo sviluppo pacifico della rivoluzione».

Ma la congiuntura evolve molto rapidamente, e non è più possibile parlare di «compromesso», non perché questa idea sia moralmente condannabile, ma perché è politicamente irrealistica. La rivoluzione non può più svilupparsi in maniera pacifica. La scelta non è più tra un «compromesso» e una «rottura». La rottura è inevitabile in ogni caso, e la scelta è tra una rottura tipo Kornilov e una rottura tipo Lenin. In altri termini, tra un colpo di Stato controrivoluzionario e la radicalizzazione del processo rivoluzionario. In tali circostanze, la ricerca di un compromesso porterebbe all’impotenza politica, cosa che, in una situazione così polarizzata, significherebbe la catastrofe.

Il confronto in corso in Syriza e nella società greca,sulla capacità di raggiungere un compromesso e sulla sua fattibilità (normalmente senza fare la distinzione tra i due termini) non è un conflitto tra i «realisti» che lo desidererebbero e i «sostenitori della linea dura», i «massimalisti», o gli «ideologi» che lo rifiuterebbero e spingerebbero alla «rottura». Condurre il dibattito in questi termini non può che portare in una trappola, quella di un’azione politica subordinata a norme morali astratte, a una politica moralistica. Questa concezione riproduce il discorso dominante che «naturalizza» la politica, assimilandola alla gestione di un ordine che, per natura, non può essere superato.

Per dirlo un po’ diversamente: proprio perché il «compromesso», nella situazione attuale è impossibile, la sua evocazione compulsiva oscura le vere questioni, spoliticizzandole e presentandole come uno scontro tra preferenze etiche: «realisti» contro «duri», «pragmatici» contro «utopisti», ecc. Ciò che emerge nella lotta discorsiva attuale è semplicemente che il «compromesso onorevole»non è possibile perché ne mancano le premesse. La parte più forte, l’Unione Europea, non è interessata a un compromesso, ma solamente a impartire una lezione di umiliazione a Syriza, lezione che, per definizione, comporta il disonore. Non le basta ottenere da Syriza che «congeli» l’applicazione dell’essenziale del suo programma, si tratta di costringerla a mettere in atto una politica di austerità in continuazione diretta di quella dei governi precedenti. In altri termini, di ottenere, con il ricatto della liquidità e con lo strangolamento graduale delle finanze della Grecia, l’annullamento puro e semplice del verdetto elettorale del 25 gennaio.

L’impossibilità del compromesso ha certo a che fare con l’equilibrio asimmetrico delle forze, che rende tale compromesso, in un certo senso, facoltativo, e quindi, dal punto di vista del più forte, inutile. Ma non si riduce solo a questo.

Storicizzare il compromesso

Durante l’unico periodo storico nel quale il capitalismo, nei paesi del «centro mondiale», ha funzionato sulla base di un vero compromesso di classe, vale a dire i decenni che hanno seguito immediatamente la Seconda Guerra Mondiale, una parte essenziale è stata svolta dal fatto che almeno un settore della borghesia occidentale aveva partecipato alla guerra contro il fascismo e, in questo contesto, si era trovata, per un momento breve ma decisivo, dallo stesso lato delle forze organizzate delle classi dominate. Questo terreno comune, minimo ma in nessun caso trascurabile, è persistito durante i primi anni della Guerra Fredda, almeno in Europa. La Grecia ha conosciuto un’esperienza analoga durante la lotta contro la dittatura militare (1967 – 74) che ha preparato il terreno per il compromesso politico che è seguito e ha posto fine al regime repressivo al potere dopo la fine della guerra civile (1949).

Tutto questo è andato in frantumi con la controrivoluzione neoliberista che, come Naomi Klein e David Harvey hanno ampiamente dimostrato, comincia nel momento in cui i carri armati di Pinochet hanno posto fine all’esperienza di Unidad Popular in Cile. L’equilibrio di forze che garantiva il compromesso di classe del dopoguerra è stravolto in modo schiacciante a favore del capitale. I riferimenti condivisi ai valori della lotta antifascista, d’importanza fondamentale per la creazione e la legittimazione dello «Stato sociale» del dopoguerra sono svaniti. Sono stati sostituiti da un ritrito anticomunismo sotto il nome di «antitotalitarismo», mescolato all’esaltazione dei valori del mercato, del profitto e della «libera concorrenza».

Il mondo borghese e l’ordine stabilito, in Europa, non sono più rappresentati dai De Gaulle, Mac Millan, o anche Jean Monnet, ma da* Merkel, Dijsselbloem e Draghi. La terapia d’urto applicata alla Grecia, nel corso degli ultimi cinque anni, non è nient’altro che una versione radicale di questa controrivoluzione neoliberista, applicata per la prima volta a un paese dell’Europa Occidentale. Quelli che l’hanno realizzata, all’interno e all’esterno del paese, sono gli esecutori di una politica di saccheggio e assoggettamento. Sono insieme violenti e volgari, all’opposto di qualsiasi ricerca di compromesso. In queste condizioni, l’azione degli oppressi è la sola che può aprire una prospettiva di rigenerazione politica, sociale e morale.

Ciò implica di rianimare in modo decisivo quello che Gramsci, citando il marxista francese Georges Sorel, chiama «lo spirito di scissione» delle classi oppresse, la loro capacità di rompere l’egemonia ideologica ed etica dei gruppi dominanti, per mettere in luce l’antagonismo latente nei rapporti sociali e fare valere la loro propria concezione del mondo e la loro propria «riforma etica».

Questo atto di rottura è il solo, qui ed ora, che è «onorevole», precisamente perché è, insieme, la condizione e il segno annunciatore di scelte politiche ed etiche radicalmente innovatrici nella lotta per l’emancipazione popolare.

Note

[1] Cfr. ad esempio la dichiarazione di Alexis Tsipras del 16 aprile scorso all’agenzia Reuters

[2] Cfr. le sue dichiarazioni del 30 maggio (in greco)

[3] Cfr. L’Unità, 6 settembre 1924