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Grecia, l’ora della verità per SYRIZA

di Antonis Ntavanellos, da A l’Encontre, traduzione di Gigi Viglino

L’articolo è stato pubblicato sul quindicinale Ergatikí Aristerá (Sinistra Operaia), il 13 maggio 2015

Eravamo in molti a non condividere la «leggerezza corretta» della narrazione preelettorale della direzione di SYRIZA, narrazione che ha facilitato l’afflusso alle urne, ma che in seguito ci poneva di fronte a una domanda: è possibile sviluppare un programma antiausterità radicale senza oltrepassare i limiti di tolleranza dell’eurozona e accettando i metodi di negoziato delle «istituzioni», cioè della troika?

Oggi conosciamo la risposta: è No. L’Unione Europea (UE) e il FMI cercano di schiacciare SYRIZA ponendola davanti al seguente dilemma: integrazione assoluta al sistema o rovesciamento immediato di questo governo. Lo fanno per ragioni economiche, poiché una politica antiausterità è incompatibile con l’attuale politica dei dominanti. Lo fanno anche per ragioni politiche, poiché l’Europa deve proteggersi contro il pericolo di «trasmissione» del virus SYRIZA – Podemos.

L’accordo del 20 febbraio 2015, firmato dal governo di  Alexis Tsipras, è stato un grave errore commesso come conseguenza della trappola che la «narrazione» preelettorale poteva costituire («si può fare senza grosse difficoltà»). L’accordo implicava il rimborso del debito «al completo e puntualmente». Noi abbiamo rinunciato all’ «azione unilaterale» sulla base del nostro programma, cosa che avrebbe permesso di costruire una solida alleanza popolare, un blocco sociale, attorno al governo della sinistra. Non abbiamo ottenuto niente. L’«ambiguità creativa», la formula di Varoufakis, ha lavorato e lavora a favore dei potenti.

Dopo il 20 febbraio abbiamo cercato di difendere delle «linee rosse» (che non potevamo superare). Erano meno marcate e più ridotte degli impegni presi e presentati alla Fiera Internazionale di Salonicco a settembre del 2014. Questi, a loro volta, erano già inferiori al programma della Conferenza di SYRIZA del 2013.

Oggi le «linee rosse» sbiadiscono. A proposito delle privatizzazioni (bandiera emblematica del neoliberismo), discutiamo delle cifre richieste, delle modalità di vendita delle imprese pubbliche, della scelta di quelle che saranno o non saranno vendute. E non della questione stessa della loro vendita. Attualmente, sul tema delle imposte, consideriamo che l’ENFIA[1] e l’aumento dell’IVA costituiscono «zone di concessioni» possibili per i creditori  e non misure in legame diretto con il miglioramento della vita delle classi popolari, per il quale ci eravamo impegnati prima delle elezioni. Sulla previdenza sociale e sulle pensioni, garantiamo le conquiste degli «attuali pensionati», lasciando aperta la possibilità di una controriforma in questi due settori per quanto riguarda le generazioni future delle/i salariate/i. Riguardo al «mercato del lavoro», passiamo dall’impegno a ristabilire il potere delle contrattazioni collettive alla formulazione nebulosa delle «migliori pratiche in Europa», come le intende l’OIL. Questo con il rischio di scoprire che parliamo, di fatto, di adottare un corporativismo neoliberista che incorpora come criteri per i contratti collettivi: la stabilità finanziaria e la competitività nell’economia, ecc.

È evidente, per chiunque voglia esaminare oggettivamente la situazione, che siamo stati presi in una spirale discendente: in un negoziato nel quale, in ogni fase, siamo obbligati a difendere il nostro mondo, quello della maggioranza della popolazione, ogni volta scendendo di un gradino.

È altrettanto evidente dove ci porta la china sulla quale ci siamo avviati: obbligarci a firmare il terzo memorandum che i creditori si preparavano a firmare assieme ad Antonis Samaras, il primo ministro dal 20 giugno 2012 al 26 gennaio 2015, ed Evangelos Venizelos del PASOK. Peraltro, il momento in cui sarà tentato il salto qualitativo del contrattacco dei creditori è evidente: quando il governo sarà costretto a chiedere un prestito per pagare i salari e le pensioni e non le rate del debito, poiché allora – essi valutano – il governo non disporrà più del potere politico per sollevare la minima obiezione.

La decisione di pagare fino ad oggi regolarmente le somme pretese dai creditori (decisione derivata dall’accordo del 20 febbraio) – benché essi non diano un centesimo dei prestiti promessi e dovuti in base agli accordi precedenti – ha pericolosamente esaurito le finanze pubbliche, cosicché il momento critico è molto, molto vicino a noi.

Le conseguenze politiche di una tale ritirata strategica (poiché non è più possibile parlare di «compromesso») saranno immediate. SYRIZA non può essere trasformata in un partito pro austerità. I creditori non saranno d’accordo, sul medio termine, di restare garanti di un accordo con il governo attuale. Esigeranno che sia pagato il costo politico dell’ «avventura» del dopo elezioni del 25 gennaio. Sarà esercitato il ricatto per ottenere un «allargamento» del governo Tsipras e trasformarlo poco a poco in un governo di unione nazionale o addirittura per rovesciarlo. L’attivismo politico di Yannis Stournaras, l’attuale capo della Banca nazionale di Grecia ed ex ministro delle finanze di Samaras, che accarezza il sogno di un governo «tecnico» alla Lucas Papademos, il primo ministro 2011-2012, che si collochi nel quadro dell’UE, deve essere preso come un avvertimento.

C’è un mezzo per uscire da questo circolo vizioso, anche se diventa più difficile ogni settimana che passa nella quale si effettua il pagamento del debito, e assieme c’è l’inazione: è lo stop al pagamento del debito agli usurai (difendere la nostra «libertà» e sfuggire al capitale); è l’applicazione delle decisioni della Conferenza di SYRIZA per quanto riguarda le banche (imposte sul capitale e sui ricchi per finanziare le misure anti austerità); è sostenere una tale politica con tutti i mezzi necessari, compreso un conflitto con l’UE e sull’euro.

Una tale «rottura», che sarebbe stata normale dopo il 25 gennaio, dovrebbe oggi lasciare aperta la possibilità di un rafforzamento del mandato popolare. Dunque, verso elezioni, a condizione che queste opzioni siano presentate in maniera chiara e netta dal governo ed dispongano del sostegno del partito SYRIZA.

In ogni caso, le decisioni cruciali che si profilano non possono essere prese nel cerchio chiuso della sede centrale di un partito, neanche con le migliori intenzioni. Il partito (dal Comitato centrale alle sezioni locali) deve essere chiamato a pronunciarsi. Il partito deve affrontare venti contrari che si fanno sempre più minacciosi.

[1] ENFIA, imposta immobiliare imposta dal governo Samaras. Doveva essere temporanea ma è diventata permanente. Colpisce anche gli alloggi e le case vuote. Non è legata alle imposte comunali.