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L’austerità e la sanità greca

e articolo di Louise Irvine, da Open Deocracy, traduzione di Gigi Viglino. L’articolo è stato pubblicato da Open Democracy giusto il 26 gennaio 2015, il giorno successivo alle elezioni vite da Syriza

Nel mese di ottobre 2014 [sotto il governo di coalizione tra Nuova Democrazia e il PASOK] ho visitato la Grecia per osservare l’impatto dell’austerità sul popolo greco e in particolare sulla salute e sul sistema sanitario. Mi sono unita ad altri lavoratori del settore della sanità e alla Campagna di solidarietà con la Grecia per visitare ospedali, cliniche e mercati alimentari. Ho parlato con sanitari, volontari, politici e membri di governi locali.

Ciò che ho osservato mi ha costernata e fatto piangere.

Nell’ospedale più importante della Grecia, l’Evangelismos di Atene, le condizioni erano peggiori di quelle che ho riscontrato in paesi in via di sviluppo.

Appena le porte dell’ospedale di aprono nei giorni di «urgenza», la gente si affolla. Il collasso dei servizi pubblici e collettivi di sanità primaria fa sì che tutte le persone che hanno bisogno di cure devono andare ai servizi di pronto soccorso dei grandi ospedali, per un incidente grave, per medicinali per malattie croniche o per fare vaccinare i bambini. Membri del personale mi hanno detto che vittime di gravi traumi devono spesso attendere ore per una radiografia o un trattamento a causa della mancanza di personale [in seguito ai numerosissimi licenziamenti]. Quando arrivano troppi casi insieme, succede che le persone muoiono prima di essere prese in cura.

Le condizioni di «austerità» imposte alla Grecia dalla troika (la Commissione europea, la Banca centrale europea e l’FMI) per assicurare il pagamento del debito ai creditori, [con priorità alle banche], hanno comportato la chiusura di numerosi ospedali (compresi tre ospedali psichiatrici) e cliniche di cure primarie [1]. Quelli che sono rimasti aperti hanno subito drastici tagli di personale. Migliaia di lavoratori della sanità sono stati licenziati.

Il trenta per cento della popolazione greca vive in povertà, senza accesso a cure mediche a prezzi abbordabili [nel febbraio 2014 The Lancet stimava che il 47% dei greci non aveva accesso a cure adeguate]. L’assistenza sanitaria è finanziata dall’assicurazione pagata dai datori di lavoro, e quando una persona perde il lavoro nello stesso tempo perde l’assicurazione medica. Il governo pretende di avere ristabilito l’assistenza sanitaria per i più poveri, ma medici e infermiere mi hanno assicurato che è falso. Le commissioni d’inchiesta promesse per valutare e finanziare le richieste di quanti non hanno i mezzi per avere accesso alle cure non sono ancora state create.

A Evangelismos ho visto 50 pazienti psichiatrici ammassati in un reparto di 25 letti, con due toilette e una sola infermiera psichiatrica. Pazienti psichiatrici di età e sesso diversi erano distesi, apatici, su barelle ai due lati di un lungo corridoio. Voltato l’angolo, ho visto un altro corridoio sistemato allo stesso modo. Queste barelle, strette e scomode, strette una contro l’altra, erano il solo spazio personale dei pazienti. Le infermiere e i medici mi hanno detto che era impossibile fare un lavoro terapeutico in tali condizioni.

Malgrado la sua sovrappopolazione, la sala era sinistramente silenziosa. Ho avuto l’impressione che la maggioranza dei pazienti fosse sedata, o che si fosse lasciata andare, cedendo alla disperazione.

L’«austerità» e i tagli di bilancio hanno determinato un forte aumento dei casi di depressione. I suicidi sono aumentati del 45%. I pazienti di Evangelismos sono ancora fortunati, molti altri pazienti che avrebbero bisogno di letti sono stati abbandonati sulla strada, senza alcun sostegno da parte della collettività. Mentre lasciavo l’ospedale, un medico mi ha chiesto di riferire alla gente in Inghilterra ciò che avevo visto e udito. Ha aggiunto che volevano «non carità ma solidarietà».

La gente si sta organizzando per resistere e difendere i loro quartieri contro gli impatti più disastrosi dell’austerità. La moltiplicazione delle strutture di solidarietà nei quartieri, per venire in aiuto alle persone che mancano di cibo o di cure sanitarie è un’espressione di questa organizzazione sociale. In tutta la Grecia sono state allestite cliniche solidali, con personale volontario, che cerca di fornire assistenza di base a quanti non hanno accesso alle strutture sanitarie. Medici, infermiere e farmacisti operano da volontari in queste cliniche, ma questo è molto lontano dal soddisfare i bisogni.

Ho visitato la clinica di solidarietà sociale a Peristeri, un distretto di Atene con una popolazione di circa 400.000 persone. Il personale volontario, composto da medici e infermiere, che opera nella struttura, mi ha spiegato che la maggior parte delle cliniche locali gestite dallo Stato era stata chiusa. Il governo aveva chiuso anche tutti i policlinici, prima di riaprirne recentemente alcuni, ma con solo il 30% dei medici necessari. Là dove prima c’erano 150 medici per fornire i servizi sanitari nel distretto, ora ce ne sono solo 50. Un policlinico per una popolazione di 400.000 persone non aveva né ginecologo né dermatologo, e solo due cardiologi.

«Vogliamo che ci rendano i nostri medici!» diceva uno dei volontari con i quali ho parlato. Migliaia di medici hanno lasciato il paese [a fine 2014 più di 3500 medici greci lavoravano in Germania]. Quelli che restano – compresi medici ospedalieri di livello superiore – guadagnano circa 12.000 euro all’anno.

La clinica di solidarietà sociale di Peristeri funziona da un anno e mezzo grazie a 60 volontari, 25 dei quali medici che offrono i loro servizi gratuitamente. La clinica è fornita di una semplice sala di consultazione e di una piccola farmacia con medicinali donati. I volontari della clinica dicevano che le persone che soffrono di malattie croniche come il diabete o i malati di cancro avevano enormi problemi per ottenere le cure delle quali avrebbero bisogno. I malati di cancro non assicurati non possono pagare una chemioterapia. Le organizzazioni di solidarietà chiedono alle persone che seguono una chemioterapia di donare l’equivalente di una giornata di medicinali per i pazienti che non possono pagare tali prodotti.

Nel gennaio 2015, il governo greco ha approvato una legge che permette di confiscare i beni immobili delle persone indebitate verso istituzioni statali. Ci sono persone che rinunciano a proseguire un trattamento per evitare di contrarre debiti che potrebbero comportare la perdita della casa per la loro famiglia.

Attualmente, le madri greche devono sborsare 600 euro per un parto e 1.200 euro se ci sono un cesareo o complicazioni. Per le straniere che vivono in Grecia [essenzialmente migranti costrette], il prezzo è il doppio. La madre deve pagare il conto quando lascia l’ospedale. All’inizio, quando sono stati introdotti questi prezzi, se la madre non poteva pagare l’ospedale tratteneva il bambino fino al pagamento del conto. Questa pratica è stata condannata su scala internazionale e quindi interrotta, e ora il denaro viene recuperato con una tassa supplementare. Ma se la famiglia non ha i mezzi per pagare, il suo alloggio o la sua proprietà possono essere confiscati. E se ancora non può pagare può essere incarcerata [questa legge deve essere soppressa]. Un numero crescente di neonati è abbandonato all’ospedale. Un ostetrico con cui ho parlato lo ha definito «la criminalizzazione del parto». La contraccezione è inaccessibile per molte donne: l’assicurazione malattia non copre il suo acquisto. Ci sono molti più aborti – 30.000 all’anno – e per la prima volta in Grecia, il numero dei decessi sta superando quello delle nascite. La gente non può più permettersi di avere bambini. È già abbastanza duro nutrire e curare i bambini esistenti.

Secondo un rapporto steso dall’UNICEF e dall’Università di Atene, il 34% [cifre del 2012] dei bambini greci [1–17 anni] conosce la povertà o ne è a rischio. Un articolo in The Lancet del 22 febbraio 2014 intitolato «La crisi del sistema sanitario greco: dall’austerità al rifiuto» ha valutato che il tasso di nati morti era aumentato del 21% e quello della mortalità infantile del 40% tra il 2008 e il 2011. Molte famiglie sopravvivono unicamente grazie alla magra pensione di un nonno – in genere di circa 500 euro al mese. Il collasso del sistema di cure primarie significa che migliaia di bambini non sono vaccinati. Un ciclo di vaccinazioni infantili costa circa 80 euro, e molte famiglie non possono pagarli.

Il collasso del sistema della sanità pubblica ha portato a un raddoppio dei casi di tubercolosi, la ricomparsa della malaria che era scomparsa da 40 anni e un aumento del 700% delle infezioni da HIV. Anche la povertà dell’alimentazione comporta un peggioramento della salute della popolazione. Secondo l’OCSE 1,7 milioni di greci, ossia circa uno su cinque, non hanno abbastanza da mangiare [questa macabra cifra è aumentata]. Ad Atene abbiamo visitato un mercato alimentare organizzato dal movimento di solidarietà sociale, che organizza la distribuzione di generi alimentari direttamente dai contadini alla popolazione. Eliminando gli intermediari, i mercati di solidarietà sociale fanno sì che il cibo sia meno caro che nei supermercati, pur permettendo ai contadini di essere pagati adeguatamente. In contropartita, i contadini regalano una percentuale della loro produzione che viene distribuita alle famiglie bisognose. Uno striscione steso sul mercato afferma: «Mettere in pratica la speranza». Riassumeva lo spirito che ho riscontrato ovunque sono andata: la speranza di un cambiamento combinata con un approccio molto pragmatico per creare strutture di sostegno. Per le persone con le quali ho parlato era evidente che tali strutture non erano destinate a sostituire strutture dello Stato – che non può essere – ma costituivano un mezzo per sostenere la vita e la resilienza, per impedire che le persone affoghino nella miseria e nella disperazione. Dicevano che quello che occorreva era un’azione a livello di governo.

Il successo del partito Syriza non è una sorpresa. Abbiamo incontrato Tsipras, il dirigente di Syriza, che ha detto che la ricostruzione del sistema sanitario sarà una priorità per il suo governo se sarà eletto.

[1] Nel 1978, nella sua dichiarazione di Alma Ata, l’OMS dava questa definizione delle «cure di sanità primarie»: «Le cure di sanità primarie sono cure di sanità essenziali basate su metodi e una tecnologia pratici, scientificamente validi e socialmente accettabili, rese universalmente accessibili agli individui e alle famiglie nella comunità, per la loro piena partecipazione e a un costo che la comunità e il paese possono assumere a ogni stadio del loro sviluppo in uno spirito di auto-responsabilità e autodeterminazione». Questa definizione suscita molte discussioni, ma permette ai non specialisti di comprendere il senso generale del termine. (Red. A l’Encontre)