Lotta ai cambiamenti climatici e lotta di classe

Se è vero che nessuno ha un interesse esplicito a distruggere l’ambiente, il capitale ha interesse a bloccare le misure che potrebbero proteggerlo. Riconoscere questa dimensione di classe nell’ambito delle lotte per la difesa dell’ambiente è di vitale importanza.
di Victor Wallis, direttore editoriale della rivista Socialism and Democracy
400 parti per milione di anidride carbonica nell’atmosfera possono sembrare un traguardo arbitrario*, ma dato il consenso scientifico sul fatto che 350 ppm sono il massimo compatibile con la sopravvivenza a lungo termine della specie umana, possiamo prendere la cifra aggiornata di 400 ppm come occasione per riflettere su dove è diretta la nostra società.
Ho il sospetto che in molte parti del mondo la soglia dei 400 ppm venga attraversata senza molto clamore. Siamo distratti da troppe preoccupazioni di natura più immediata, che siano esse la routine della vita quotidiana o gli eventi più spettacolari che inondano i nostri media (quasi sempre “cattive notizie”, fatta eccezione per le pagine sportive).
Questo è un peccato, perché sebbene molte di queste cose abbiano il legittimo diritto di catturare la nostra attenzione, nel frattempo, mentre noi guardiamo altrove, le condizioni per la nostra sopravvivenza collettiva vengono progressivamente distrutte.
Finché le persone sono ignare di questo pericolo, è inutile criticarle. Ciò che dobbiamo fare, piuttosto, è scoprire i legami reali che esistono tra quegli eventi quotidiani inevitabili e le forze che stanno oggi progressivamente distruggendo le condizioni base della vita. Un passo necessario per creare tali collegamenti è capire (e spiegare agli altri) che il destino dell’ambiente è una questione di classe.
È chiaro che la distruzione dell’ambiente avrà come ultima conseguenza quella di inghiottire persone appartenenti a tutte le classi, capitalisti inclusi (a dispetto del fatto che nel breve periodo questi ultimi possano riuscire ad accaparrarsi quanto necessario per le necessità vitali). Ma le questioni politiche immediate sono comunque, in vari modi, determinate all’interno di un quadro di classe.
Prima di tutto, è l’interesse di classe del capitale che produce la continua ricerca di crescita economica. Senza la spinta capitalista, un aumento dell’attività economica in alcuni settori potrebbe essere ampiamente compensato dalla ridotta attività in settori la cui produzione non aggiunge al benessere umano (ad esempio, produzioni legate all’industria militare, generi di lusso, un numero eccessivo di automobili, ecc.).
Legato a ciò è il fatto che i referenti politici del capitalismo ostacolano costantemente gli sforzi per proteggere la popolazione contro le attività distruttive per l’ambiente, come ad esempio i processi sempre più pericolosi legati all’estrazione dei combustibili fossili (ad esempio, la trivellazione in acque profonde per il petrolio, lo spianamento delle montagne per il carbone, il fracking per il gas naturale).
Più in generale, se è vero che nessuno ha un interesse esplicito a distruggere l’ambiente, il capitale ha interesse a bloccare le misure che potrebbero proteggerlo. Nei paesi in cui l’opposizione politica al capitale è ben organizzata, tale ostacolo può essere parzialmente neutralizzato. Ma, data l’estrema gravità dell’attuale rischio, è necessario fare di più che regolare e punire i peggiori abusi; dobbiamo ridefinire le priorità di produzione e consumo. Abbiamo bisogno di un minor numero di aerei e di più biciclette; di un minor numero di aree di parcheggio e di più biodiversità; di meno gadget high-tech e di maggiori opportunità di interazione diretta nello spazio pubblico.
Su scala globale, la più forte opposizione a queste diverse priorità viene dal governo che incarna più pienamente il potere del capitale, vale a dire quello degli Stati Uniti. Qui il capitale mostra la sua natura con il minimo ritegno. Ha a tal punto dominato il dibattito ambientale che il fatto stesso che i cambiamenti climatici siano un prodotto dell’uomo è ancora ampiamente considerato come un fatto non provato.
Così ogni livello della battaglia politica sulle politiche ambientali è legato ad interessi di classe. La classe capitalista, con il suo bisogno di accumulazione ed espansione, detiene ancora la maggior parte delle posizioni di forza. Riconoscere questa dimensione di classe della lotta per la difesa dell’ambiente è importante sia a livello nazionale che internazionale.
A livello nazionale, possiamo meglio renderci conto che la salvaguardia dell’ambiente è legata ad altre richieste della classe lavoratrice e comunque a richieste anti-capitaliste. Le forze che guidano l’assalto sull’ambiente sono le stesse che cercano di tenere bassi i salari e che deviano le risorse necessarie a soddisfare i bisogni umani, indirizzandole verso la concentrazione della ricchezza e il mantenimento della supremazia militare globale.
La dimensione militare ci avverte sul piano internazionale, piano sul quale dobbiamo considerare la spinta anti-ambientale del capitale. È noto che la natura non conosce confini politici. Quel che viene fatto all’ecosfera in un luogo influisce anche su tutti gli altri luoghi. Questo dà alle popolazioni di tutti i paesi il diritto ad interessarsi alle pratiche perseguite in qualsiasi altra parte del mondo poiché queste influenzano il futuro del pianeta.
L’interesse comune delle popolazioni al di là dei confini nazionali ci ricorda ancora una volta la necessità di quel tipo di internazionalismo che fu inizialmente espresso nel Manifesto del Partito Comunista, ma che in seguito subì battute d’arresto e frantumazione in tutto il mondo. Il suo principio guida è abbastanza semplice. In ogni paese la classe lavoratrice – o, più in generale, la maggioranza della popolazione – ha più in comune, in termini di interessi di base, con le sue controparti degli altri paesi di quanto non ne abbia con la classe dirigente del “proprio” paese.
Per Marx ed Engels, nel 1848, questa intuizione fu la chiave per la coscienza rivoluzionaria. Per noi, nel 21 ° secolo, è anche la chiave per la sopravvivenza.

Nota del traduttore
* La concentrazione dei gas viene espressa in parti per milione (ppm: il numero di molecole di un dato gas per milione di molecole). Il potere radiante (capacità di riscaldamento) di diversi gas serra è ricondotto al potere radiante della CO2, si parla allora di equivalente CO2 (CO2eq).

Secondo l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), perché si riesca da qui al 2100 a raggiungere una stabilizzazione della temperatura terrestre di non oltre 2°C rispetto all’era pre-industriale, ovvero la soglia di “salvezza”, la concentrazione atmosferica di gas serra prodotti dall’attività umana non dovrebbe superare 450 ppm CO2eq, obiettivo che richiede un taglio di emissioni del 40-70% entro il 2050, e l’azzeramento totale delle emissioni entro il 2100. Oggi la concentrazione della sola CO2 è di 399 ppm.