Palestina, negare nei fatti l’insieme dei diritti di un popolo

da A l’Encontre, traduzione di Gigi Viglino

Verso la metà degli anni 1960, quando l’ampiezza del dramma storico era ancora – malgrado la Naqba del 1948 – poco colta dalla sinistra nei paesi imperialisti, l’espressione sintetica «il sionismo contro Israele» traduceva già una dinamica d’insieme che appare oggi in tutta la sua evidenza. In un vicolo della «Città Vecchia» di Gerusalemme, la giornalista Florence Beaugé raccoglie la parola di «due giovani donne in abayas nere (una veste portata sopra le altre) che si esprimono con una rabbia contenuta: “Gli israeliani parlano sempre di pace, ma uccidono i nostri bambini! Tutte le sere guardiamo la televisione in famiglia. I miei bambini capiscono tutto e già provano odio per Israele”, dice una mostrando la sua bambina di 5 anni. “Gli israeliani trattano meglio gli animali che i palestinesi. Ma noi valiamo più di questo!” aggiunge la sua amica con amarezza ».

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Lunedì 21 luglio, l’ospedale di Al-aqsa, situato nel sud della striscia di Gaza, è stato colpito. È stato colpito anche un vicino edificio residenziale. Anal Sharwan, medico dell’ospedale Al–Shifa di Gaza, riferisce: «Domenica sono arrivate molte persone da Al –Shuja’iyeh, dove erano in corso attacchi di missili israeliani. C’erano molti morti, molti feriti. Le case sono state distrutte, tutti erano nell’ospedale, camminavano, si sedevano sul marciapiedi senza fare nulla. Non c’è neanche posto per accogliere i morti. Nell’ospedale di Al – Aqsa, che è stato colpito, si faceva chirurgia, rianimazione, anche ginecologia. Ma tutti questi servizi sono stati distrutti».

Islam Adhair vive a Rafah e testimonia: «È orribile qui, perché siamo sempre in attesa della nostra bomba. La bomba che distruggerà la nostra casa. Ci sono sempre problemi nei servizi d’infrastrutture, ad esempio l’acqua, l’elettricità, e anche le acque reflue. Ci sono appena quattro ore di elettricità al giorno, che si utilizzano per ricaricare i cellulari, vedere le informazioni su internet e alla televisione».

L’UNRWA, l’Agenzia dell’ONU per i profughi palestinesi ha annunciato che più di 100.000 persone erano ormai profughe e avevano trovato rifugio in 69 scuole gestite dall’Agenzia. Ma Islam Adair non pensa di fuggire: «Lasciare la mia casa, per andare dove? Non c’è nessun posto. Non abbiamo riparo». Monther, 27 anni, nell’ospedale centrale Al–Shifa, il viso insanguinato dallo scoppio di una granata, rivive l’inferno che ha subito a Sajaya, sobborgo di Gaza, domenica 20 luglio. Questo sobborgo ha subito l’aggressione più sanguinosa, fino ad ora, dell’esercito israeliano: «Poco dopo il primo pasto del ramadan, i droni hanno cominciato a bombardarci, poi i carri armati e gli elicotteri. Non si vedeva più nulla, solo i lampi delle bombe. C’erano morti e feriti – Monther si districava tra le macerie – ma non potevo fermarmi per aiutarli. Le case erano diventate cimiteri». Nicolas Palarus, coordinatore del progetto di Medici senza frontiere (MSF), spiega al giornalista di Libération (22 luglio 2014): «Israele avverte gli abitanti con volantini gettati dagli aerei, o con chiamate telefoniche. Hanno chiesto alla popolazione di lasciare la zona. Ma Sajaya è molto densamente popolata. I suoi abitanti non sanno dove andare, né come, poiché è tutto bloccato. E poi, molti di loro non vogliono lasciare le loro case dove alcuni vivono da sempre. Noi (MSF) siamo bloccati dagli attacchi, non possiamo spostarci o lavorare, ma almeno abbiamo la possibilità di aver un altrove, un fuori, mentre gli abitanti non hanno nessun posto dove fuggire. Una notte mi sono accorto che qualche cosa stava per succedere quando sono stato svegliato da un rumore che non avevo più sentito da settimane: il rumore delle auto, di tutte le persone che si spostavano [temendo l’offensiva]. Dopo sono venute le persone a piedi, poi gli animali …. L’attacco è stato terribile, interi quartieri sono stati rasi al suolo. La maggior parte delle vittime sono civili. Ho visto arrivare bambini morti, decapitati, loro non sono terroristi …. Il vero problema è la massa degli sfollati, da 50.000 a 80.000. Questo è spaventoso: le loro condizioni di vita e di igiene. I rifugi dell’ONU sono sopraffatti. Per descrivere la situazione, ci sono due scuole vicino alla nostra sede: la prima ha 600 posti, dentro ci sono 1340 persone; nella seconda c’è  posto per 200 ma vi sono ora 660 persone. C’è una toilette per 100 persone circa. I rifiuti non vengono raccolti. Non c’è sapone, non c’è niente. Ci sono molti tagli dell’elettricità, il che rende pericolosi gli interventi medici. Le persone sono stanche, hanno paura, da due settimane sono sotto gli attacchi, sono esauste».

Nella Cisgiordania occupata cresce la rivolta. Il 21 luglio a Ramallah, Adil, una studentessa palestinese, così esprime una profonda delusione verso l’Autorità palestinese (AP): «La sola cosa che si può fare è resistere. Bisogna resistere contro questa vita, è semplicemente questo! Dobbiamo fare qualche cosa, dobbiamo cambiare le cose qui. Abbiamo il diritto di vivere e tutte le leggi in vigore debbono essere abrogate». Fa riferimento all’«ordine» imposto dall’AP. Saleh Amra, un giovane che è venuto a manifestare, giudica che bisogna lanciare la terza intifada: «Spero che avvenga. È ora, ne abbiamo abbastanza di quel che succede. Non abbiamo più niente da perdere: le frontiere sono chiuse, la popolazione non ha abbastanza soldi per vivere, la gente muore di fame dappertutto, non solo a Gaza. E quel che succede deve essere denunciato …» Aldilà della questione di una terza intifada o no, che appartiene alla popolazione, questa reazione traduce un fatto elementare: la guerra condotta dallo Stato sionista non si limita ad «Hamas» o a «Gaza», ma prende di mira il popolo palestinese, con la sua profonda componente di resistenza a una politica colonialista con i suoi tratti storici che tendono a negare l’esistenza stessa di una popolazione su un territorio.

Un sostegno duraturo – in Svizzera e nei paesi occidentali – ai legittimi diritti del popolo palestinese richiede una comprensione costante della politica e delle azioni dello Stato sionista e delle lotte degli oppressi e de/i/lle sfruttat/i/e in tutta la regione. Non si può tacere l’inferno vissuto dai palestinesi del campo di Yarmuk, nella Siria del dittatore Bashar al–Assad. È quello che ci ricorda la tragica testimonianza che segue. Walid Habib, un profugo di Sajaya racconta: «Qualche giorno fa abbiamo ricevuto dei volantini per andare via, ma non mi aspettavo una simile carneficina. È come se fossimo ad Aleppo. Non ho più speranza – Walid cerca il fratello scomparso – , andrò direttamente all’obitorio». (Le Monde, 22 luglio 2014). Aleppo – la città più storica della Siria, che non è una capitale né politica né religiosa – è sottoposta ancora oggi a una pioggia di barili di TNT che la riduce a una rovina. È un crimine contro l’umanità in tutte le sue dimensioni (vedere sull’argomento l’articolo pubblicato il 20 luglio).

Bisogna stroncare questa impunità

Dal 1991, per gli abitanti di Gaza il diritto di circolare liberamente è stato soppresso, mentre era «affermato» negli accordi cosiddetti di Oslo, in corso. L’evacuazione di Gaza da parte dei coloni israeliani e dell’esercito nel settembre 2005 è un inganno. Gaza resta occupata: acqua, elettricità, materiali da costruzione, medicinali, accesso al mare, ecc., tutto rimane sotto il controllo dello Stato israeliano e delle sue cosiddette forze di sicurezza. Mads Gilbert, medico norvegese – ex relatore per l’UNRWA e chirurgo che attualmente opera a Gaza – scriveva prima di questa nuova aggressione che «i bambini palestinesi di Gaza sono colpiti in maggioranza dal regime di denutrizione imposto dal blocco di Israele». Constatava bambini sottopeso, nanismo, sindromi di tubercolosi.

Karen Koning Abu Zaid, ex direttore dell’UNRWA, scriveva nel 2008: «Gaza sta diventando il primo territorio ridotto allo stato di miseria, con l’accordo, o almeno la conoscenza – e qualcuno potrebbe dire l’incoraggiamento – della comunità internazionale». L’impunità delle peggiori politiche dello Stato sionista è assicurata.

Bisogna sviluppare una campagna che punti a delegittimare gli atti del governo israeliano e faccia apparire lo Stato per quello che è. Questa campagna può appoggiarsi sul rapporto di Richard Goldstone, richiesto dal Consiglio dei diritti dell’uomo dell’ONU, sull’operazione «Piombo fuso» (dicembre 2008-gennaio 209), sui numerosi rapporti di Amnesty International e di Human Rights Watch. Può trovare collegamenti in un settore, oggi certo minoritario, della società israeliana, nelle sue diverse componenti.

Tale campagna può concretizzarsi nei termini di richiesta di sanzioni, boicottaggio e disinvestimento (BDS). Può iscriversi nella difesa dei diritti specifici dei profughi in tutta la regione: profughi palestinesi, profughi siriani, iracheni, del Bahrein ….. Allo stesso titolo di una campagna contro il razzismo dal colore religioso che colpisce milioni di abitanti nel Magreb e nel Mashrek. In questo senso la difesa internazionalista dei diritti del popolo palestinese (compresi quanti sono stati esiliati con la forza) può affermare i suoi valori universalisti, dunque in opposizione a ogni razzismo, di qualunque specie.