Marce per la Dignità. Riflessioni dopo il successo della mobilitazione.

Di Jesús Jaén22m

23 marzo 2014

È stata una delle più grandi manifestazioni degli ultimi tempi. Impossibile da calcolare se non con strumenti di alta tecnologia. Ci limiteremo quindi a dire che eravamo decine di migliaia, o anche centinaia di migliaia. Che fossimo mezzo milione o trecentomila non toglie un grammo al successo che ha avuto la l’appello.

Un appello boicottato apertamente dalla stragrande maggioranza dei media (da quelli contrari della destra fino ai moderati del gruppo Prisa [che pubblica in particolare El Pais]). Il silenzio assordante dei gruppi mediatici si è trasformato in critica spietata man mano che si avvicinava la data e le colonne della Dignità arrivavano a Madrid. Uno dei portavoce della caverna – Ignacio Gonzales – è arrivato a dire «sono neonazi», e altri più condiscendenti ci hanno applicato la qualifica di «pericolosi antisistema di estrema sinistra».

I motivi erano evidenti, dato che le Marce della Dignità stavano ottenendo un’eco sociale considerevole. Per il PP [Partito Popolare] era intollerabile che il manifesto parlasse della crisi del Regime del 1978 [anno in cui fu adottata la Costituzione post-franchista in vigore] e chiedesse a/lle/i cittadin/e/i di ribellarsi contro l’ingiustizia sociale della quale tutti soffriamo o esigesse l’annullamento dell’articolo 135 della Costituzione.[1] Il PSOE, meno belligerante, applica la politica dello struzzo e spera che la tempesta passi, come ha fatto altre volte. Dopo, cercherà di cavarsela con la formula di sempre: ««tutti hanno il diritto di manifestare».

Però, se il successo della Marcia ha superato gli attacchi del PP, bisogna anche dire che i vertici sindacali delle CCOO [Comisiones Obreras] e della UGT [Unión General de Trabajadores] e, come abbiamo detto, l’apparato di Rubalcaba [capo del PSOE], hanno voltato le spalle in modo flagrante. La foto di Toxo e Méndez [rispettivamente segretario generale delle CCOO e dell’UGT] che trattano con il governo e il padronato nella stessa settimana nella quale le colonne venivano a Madrid è tutto un simbolo.

È questa la situazione che hanno dovuto affrontare le persone e le organizzazioni che convocavano: dal SAT (Sindacato Andaluso dei Lavoratori) alle decine di collettivi che compongono il sindacalismo alternativo (Intersindical, Sindicato Ferroviario, CGT, CNT, CIGA, CSI, ESK, etc.) passando per i movimenti sociali e la moltitudine di gruppi di ogni genere la cui lista non avrebbe fine. Senza dimenticare le assemblee del 15M [costituitesi in seguito al movimento degli indignati – iniziato il 15 maggio 2011 con l’occupazione della Puerta del Sol a Madrid] oppure la PAH [Piattaforma contro gli sfratti]. La sfida della Dignità lanciata dai braccianti andalusi è stata seguita in massa da vari strati, con un effetto unificatore sia su scala nazionale che a livello sociale.

Quindi, il 22M, come già lo furono le grandi marce organizzate dal 15M o l’apparizione dei Mareas [2], è, in un modo o nell’altro, il prodotto di tre fattori convergenti: la crisi sociale, il rifiuto e l’incapacità dei vertici sindacali maggioritari di prendere la testa di una contestazione inflessibile, l’apertura di un nuovo ciclo di mobilitazioni dove si rafforza la tendenza a che la base le autorganizzi e decida di prendere in mano la difesa dei propri diritti tramite assemblee locali, reti sociali o altre attività dello stesso tipo.

A questo punto, la manifestazione del 22M a Madrid ci lascia alcuni spunti di riflessione piuttosto interessanti.

In primo luogo il carattere di massa e la composizione sociale della manifestazione. Abbiamo già detto che non ci proveremo a calcolare dati difficilmente calcolabili. Ma è importante sottolineare che è stata una mobilitazione con la partecipazione di decine di migliaia di lavoratori e lavoratrici in vari punti dello Stato spagnolo. La presenza di collettivi come quelli di braccianti, minatori [asturiani], metalmeccanici, lavoratori dell’alimentazione, disoccupati… si combinava con altri meno «classici» come quelli della scuola, della sanità, dei vigili del fuoco, degli statali… Bisogna aggiungerci la presenza massiccia di giovani e in misura minore – ma non meno importante – la presenza di collettivi di donne che rivendicano il diritto all’aborto oppure quella di migranti african* o latinoamerican* che rivendicano la casa o l’abrogazione della legge sugli stranieri.

Era quindi una manifestazione del popolo del suo insieme con una rappresentanza in massa dei settori che patiscono la gigantesca aggressione sferrata dalle classi dominanti e dalle caste politiche privilegiate. Popolo nel senso generico e popolo lavoratore come espressione concreta di rivendicazioni coscienti.

L’ultimo punto ci permette di introdurre un secondo aspetto che ci sembra significativo nelle marce del 22M. Se le paragoniamo ad altre marce, come quelle fatte nella scia del 15M o delle Mareas, ci dà l’impressione che è stato fatto un nuovo passo avanti nella coscienza collettiva delle lavoratrici e dei lavoratori. Durante la Marcia per la Dignità, questo soggetto (la classe lavoratrice) non è apparso indebolito, ma si è manifestato in modo cosciente con i suoi temi e una presenza rivendicativa. Il 22M è stato un urlo di protesta delle classi più colpite dalla crisi: «basta! Siamo stufe e stufi e non ne possiamo più!». Era il sentimento assolutamente più diffuso che personalmente ho potuto apprezzare.

Rimangono altre due cose da sapere. Il passo avanti fatto darà luogo alla volontà di proseguire la mobilitazione sociale ed anche andrà verso una radicalizzazione politica? Per quanto concerne il primo aspetto, non possiamo scartarlo, anche se viviamo mesi di riflusso sociale dopo le grandi mobilitazioni dal 2011 al 2013. Nei prossimi mesi, il centro di gravità si manterrà attorno alle elezioni europee e sappiamo già che non è lo scenario migliore. Nutriamo quindi seri dubbi.

Per quanto riguarda la radicalizzazione politica, benché si tratti solo di un’intuizione che per adesso si appoggia soltanto su scarsi dati oggettivi, abbiamo l’impressione che esista una tendenza verso la sinistra. Ciò spiegherebbe la numerosa presenza ieri [il 22 marzo] nei cortei di IU [Izquierda Unida] e del PCE [Partito comunista spagnolo] (con una proporzione importante di giovani). Ciò significa che, diversamente dal PSOE, dalle CCOO o dall’UGT, la direzione di IU prende le distanze dal conformismo istituzionale per mostrare la faccia «combattiva» vicino ai nuovi processi in via di sviluppo. La base volta a sinistra e la direzione negozia l’accompagnamento di un processo da cui non vuole allontanarsi anche se non è il suo.

Ciò è estremamente importante per noi tutt*, come un dato della realtà da prendere in considerazione per le nostre future strategie politiche. Ma non è l’oggetto di questo articolo, bensì del processo di riorganizzazione e di costruzione di una sinistra anticapitalista.

[1] Modificato nel 2011, l’articolo introduce nella Costituzione il concetto di «equilibrio delle spese». Red. A l’Encontre

[2] Nome dato a diversi movimenti sociali, come la Marea Blanca contro l’austerità nella sanità, che ha ottenuto una vittoria nel gennaio scorso a Madrid, o la Marea Verde contro le «riforme dell’istruzione» nelle Baleari, ecc. Red. A l’Encontre

(Articolo pubblicato il 23 marzo 2014 sul sito della rivista Viento Sur, traduzione dal castigliano al francese di A l’Encontre)

Traduzione dal francese di A.Marie Mouni e L. Viglino