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Un 8 marzo di austerità tra disoccupazione e diritti negati

di Chiara Carratù

Povertà donnaLa giornata dell’8 marzo per i diritti delle donne resta più che mai di attualità perché inserita in un contesto politico inquietante dove i diritti delle donne vengono costantemente rimessi in discussione: in Europa ma anche nel resto del mondo tanti sono gli attacchi alle donne sia sul piano pubblico che privato.

Con le politiche di austerità, frutto delle scelte della borghesia per governare la crisi economica, le condizioni materiali delle donne sono decisamente peggiorate. Anche gli attacchi contro i servizi pubblici e in particolar modo contro la sanità pubblica, la scuola, i nidi possono essere considerati attacchi diretti alle donne.

Un rapporto di “Save the Children” di qualche tempo fa ha analizzato il ripercuotersi della crisi economica sulle donne nel corso degli anni: nella prima fase della crisi, le donne sono state relativamente meno colpite degli uomini: l’aumento della disoccupazione ha interessato in misura maggiore gli occupati maschi; tuttavia la flessione dell’occupazione femminile, anche se minore rispetto a quella maschile ha determinato l’interruzione della tendenza alla crescita della partecipazione delle donne al mercato del lavoro, un dato che solo successivamente è stato analizzato. La crisi ha poi ampliato il divario tra l’Italia e l’Unione Europea nella partecipazione delle donne al mercato del lavoro: il tasso di occupazione delle donne italiane, già inferiore alla media europea tra quelle senza figli, è ancora più contenuto per le madri, segno che i percorsi lavorativi delle donne, soprattutto quelle più giovani, sono segnati dalla difficoltà di conciliare l’attività lavorativa con l’impegno familiare.

Purtroppo anche i dati Istat del 2013 confermano un aumento netto della disoccupazione che colpisce le donne: l’occupazione femminile è scesa ancora dell’1,4% e i posti di lavoro persi sono 128.000 su un totale di 478.000.

A questo bisogna aggiungere che le donne europee lavorano in media 59 giorni a salario zero (questo vuol dire che il divario retributivo di genere, cioè la differenza media tra la retribuzione oraria di uomini e donne sull’intera economia, è ancora del 16% circa ed è rimasto quasi immutato negli ultimi anni) e che secondo gli ultimi dati forniti dall’Istat le donne invalide per infortunio sul lavoro o una malattia professionale in Italia superano ampiamente quota 100 mila.

Non serve aspettare tempi migliori perché, a guardare i programmi portati avanti dai diversi governi europei la situazione non è destinata a migliorare: la compressione dei diritti, il taglio dei salari, l’aumento della disoccupazione e le privatizzazioni rientrano in un piano più generale che mira a cancellare welfare e tutele a livello europeo per continuare a garantire profitti alla borghesia europea. Le tutele, il welfare e diritti così come li conosciamo sono un’eccezione nella storia del capitalismo: essi sono il frutto (peraltro circoscritto alla sola Europa Occidentale) di quella straordinaria stagione di lotte che ha visto protagonista la classe operaia e il movimento femminista tra la fine degli anni ’60 e la fine degli anni ’70. Queste garanzie non sono compatibili con l’attuale fase del capitalismo e all’interno di una ristrutturazione generale che riguarda tutta la classe operaia nel suo insieme, portata avanti con determinazione dalla borghesia europea attraverso le sue istituzioni politiche, le donne sono tra le più colpite.

I numeri rispecchiano la durezza della crisi economica anche se non ci dicono come questa incide nella vita materiale e nelle scelte a cui sempre più necessariamente le donne sono costrette.

In particolare le politiche di austerità hanno delle conseguenze molto concrete sulla libertà delle donne di disporre dei loro corpi nel momento in cui i centri per l’interruzione volontaria della gravidanza, i consultori e i centri che accolgono le donne vittime di violenza vedono drasticamente ridotte le loro risorse quando non sono semplicemente chiusi. A questo bisogna aggiungere i tagli generalizzati della sanità pubblica e delle pensioni (vedi legge Fornero in Italia) che riportano sulle spalle delle donne la crescita dei figli, la cura dei malati e degli anziani, limitando ancora di più le loro possibilità di lavorare e di acquisire un’autonomia finanziaria.

Il primo febbraio migliaia di donne si sono mobilitate contro il progetto di legge Rajoy che, in Spagna, limita gravemente il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza mentre in Francia 40.000 persone sono scese in piazza per difendere il diritto all’aborto e per il diritto di disporre liberamente del proprio corpo.

Anche in Italia il diritto all’aborto è costantemente sotto attacco: di volta in volta i diversi governi che si sono succeduti negli ultimi anni sono passati da dichiarazioni più o meno velate di voler abolire tout court la legge 194 ad azioni concrete che, soprattutto attraverso l’azione dei medici obiettori, hanno depotenziato il diritto all’aborto.

Altri dati sconcertanti provengono statistiche che indagano la violenza sulle donne: il Sole24Ore on – line ci fornisce un quadro abbastanza agghiacciante: In Italia si stima che 6.743.000 donne, tra i 16 e i 70 anni, siano vittime di abusi fisici o sessuali e circa un milione abbia subito stupri o tentati stupri. Secondo l’Oms, inoltre, il 33,9% delle donne che ha subito violenza per mano del proprio compagno e il 24% di quante l’hanno subita da un conoscente o da un estraneo non ne parla. Il 14,3% delle donne, secondo il rapporto, è stata vittima di atti di violenza da parte del partner, ma solo il 7% lo ha denunciato. Altrettanto allarmante è il dato secondo cui il 33,9% di coloro che subiscono violenza per mano del proprio compagno e il 24% di coloro che l’hanno subita da parte di un conoscente o di un estraneo, non parla con nessuno dell’accaduto. La violenza domestica, inoltre, è la seconda causa di morte per le donne in gravidanza.

La violenza sulle donne passa anche attraverso la disparità nel lavoro: nella classifica mondiale sulle disparità uomo-donna l’Italia è all’80/o posto, dopo Perù e Cipro e la situazione non migliora se aumenta il grado di istruzione visto che la mancanza cronica di lavoro tra i giovani laureati colpisce sempre di più le donne nonostante la percentuale di laureate sia di gran lunga maggiore a quella dei laureati (24,2% contro il 15,5% ) e il posto stabile è una prerogativa soprattutto maschile.

L’elenco dei diritti negati potrebbe continuare a lungo ma credo valga sviluppare una riflessione circa il ruolo della politica, del sindacato e del movimento femminista rispetto al quadro appena descritto.

Certamente non si supera questa realtà fino a quando continueremo ad avere governi che, in nome della difesa delle donne, approvano leggi liberticide e fino a quando continueremo ad avere governi e rappresentanti che si riempiono la bocca di parole costernate contro la violenza sulle donne mentre con freddezza chirurgica tagliano i fondi proprio ai centri antiviolenza. Ma non avremo governi migliori fino a quando le donne non torneranno collettivamente protagoniste della piazza all’interno di una mobilitazione complessiva contro le politiche di austerità e contro le privatizzazioni, spingendo anche il sindacato ad assumere un ruolo diverso da quello che oggi ha. È significativo che in Italia contro l’aumento dell’età pensionabile la CGIL di Susanna Camusso abbia convocato solo tre inutili ore di sciopero!

Serve un altro orientamento e un altro percorso: riapriamo una nuova stagione di lotta contro le politiche delle classi dominanti, contro il patriarcato per l’unità delle classi lavoratrici, per i diritti delle donne, l’occupazione, il salario, i servizi pubblici per tutte e tutti