XVII Congresso Cgil: presentato il documento alternativo

Il documento alternativo e tutti i materiali per il congresso Cgil possono essere scaricati dal sito internet sindacatounaltracosa.org

23112013-_DSC5107di Chiara Carratù

Tra poche settimane si apre il congresso Cgil, un congresso diverso da tutti i precedenti; esso infatti si colloca nella più grave crisi dal dopoguerra ad oggi, mentre tutte le conquiste e i diritti sociali sono in discussione quando la Cgil ha smarrito quel ruolo che nel passato ha fatto sì che proprio nei momenti più duri essa fosse il riferimento di sia chi lavora, sia di chi perde il lavoro, sia di chi lotta per il lavoro.  Questo congresso potrebbe essere definito “storico” perché, data la fase, un aggregazione di compagni e compagni, di lavoratori e lavoratrici ha deciso di raccogliersi attorno ad un documento di alternativa niente affatto scontato che vuole dare battaglia al modello del sindacato che firma tutto e non lotta mai davvero.

Questo documento raccoglie e fa proprio l’appello “riprendiamoci la Cgil”, sottoscritto da centinaia di delegate e delegati, pensionate e pensionati, che vengono da diversi punti di vista, esperienze, lotte e che hanno chiesto assieme un documento alternativo nel congresso ed è messo a disposizione di tutte e tutti coloro che credono indispensabile un sindacato ben diverso da quello di oggi.

La necessità di provare a costruire un sindacato di questo genere viene da lontano e arriva direttamente dagli accordi confederali del 1993 fino all’ultimo del 31 maggio 2013 che da vent’anni costruiscono intorno alla classe lavoratrice una gabbia che si fa sempre più stretta e che schiaccia il salario, i diritti e la libertà, compreso il diritto di sciopero.

Un altro sindacato è necessario per diversi motivi: soprattutto negli ultimi anni abbiamo assistito al percorso che ha portato la CGIL ad allontanarsi sempre di più dalla classe lavoratrice e dai pensionati e le pensionate per incrociare la strada dei padroni: oggi la CGIL con CISL, UIL, Confindustria e persino con l’ associazione delle banche fa parte delle cosiddette “parti sociali”, cioè di coloro che nel teatrino della politica dovrebbero rappresentare tutti assieme gli interessi dell’economia e della società rispetto ai partiti e al governo.

Per le parti sociali operai e padroni, bancari e banchieri, dipendenti e manager sono tutti nella stessa barca mentre vediamo che nella realtà non è esattamente così: in un anno i 2000 italiani più ricchi hanno visto crescere del 7% la loro ricchezza, mentre la grande maggioranza della popolazione vedeva sprofondare il proprio reddito. Una volta l’amministratore delegato della Fiat guadagnava 30 volte un operaio, oggi Marchionne guadagna da solo come più di 1000 operai, come una fabbrica intera. E non è certo il solo. Gli 860.000 pensionati più ricchi incassano quasi quanto i 7 milioni di pensionati più poveri. Oggi metà di tutta la ricchezza del paese appartiene solo al 10% della popolazione.

CGIL CISL e UIL se chiedono qualcosa al governo, lo fanno assieme alle imprese, chiedono le stesse cose che chiede Squinzi! Da sole non chiedono più niente! Nel frattempo i vari governi, da Berlusconi, passando per Monti fino ad arrivare a Letta continuano a portare avanti con ferocia le famigerate politiche di austerità, imposte dall’Europa a tutti gli stati dell’Unione.

In questi ultimi anni sono passate la riforma delle pensioni e la cancellazione dell’articolo 18 senza che la Cgil abbia fatto tutto il possibile per impedirlo: contro la legge Fornero sulle pensioni, che è quella che ha creato l’odiosa categoria degli esodati, sono state proclamate solo 3 ore di sciopero mentre si è consentito di far approvare al Parlamento la cancellazione di fatto dell’art.18 e il peggioramento degli ammortizzatori sociali proprio nel pieno di una crisi economica che taglia milioni di posti di lavoro. Anche i tagli alla sanità, alla scuola e ai servizi pubblici sono passati senza una opposizione chiara e durevole della CGIL.

Tutti i contratti nazionali e molti accordi aziendali, in questi ultimi anni, hanno peggiorato gli accordi e le condizioni precedenti. Quando hanno conservato qualche diritto per chi era già al lavoro, hanno cancellato quello stesso diritto per chi veniva assunto. Così si è creato un doppio regime contrattuale: i nuovi assunti che entrano già sottopagati e senza diritti e i vecchi assunti che i diritti li perdono un contratto dopo l’altro. Tutto questo capita non soltanto negli accordi separati che le organizzazioni della Cgil non hanno firmato come quelli dei metalmeccanici, della scuola e del commercio, ma anche per quelli firmati da tutti, dai ferrovieri ai chimici ai telefonici ai bancari. I lavoratori pubblici invece hanno i contratti bloccati anche per i prossimi anni.

Il no della FIOM alla FIAT aveva suscitato grandi speranze e voglia di lottare nel mondo del lavoro e tra tanta gente stanca dell’arroganza delle caste politiche e finanziarie. Era un no a tutti i soprusi e alle ingiustizie, ma anche un no alla complicità sindacale con essi. Il gruppo dirigente della CGIL non ha voluto partire da quel no per costruire un grande movimento di lotta, mentre ha sostenuto che quello della FIAT era un caso isolato. Il risultato è che il modello Marchionne è dilagato nei luoghi di lavoro ed è diventato parte del programma dei governi dell’austerità. La maggioranza della CGIL non ha voluto cambiare niente e alla fine anche il gruppo dirigente della FIOM si è adeguato proprio quando molti operai e molte operaie erano disposti a lottare.
La situazione nella quale siamo immersi non era inevitabile e nemmeno è ineluttabile: ci sono stati dei momenti in cui bastava fare scelte politiche e sindacali diverse da quelle che sono state fatte e per il futuro bisognerà impegnarsi nella costruzione dell’opposizione in CGIL in modo che in futuro  si possano fare scelte diverse.  Innanzitutto è necessario che la Cgil rompa il sodalizio con CISL e UIL. Solo se si parte da qui si potrà  costruire un sindacato indipendente dai padroni, dai governi e dai partiti che rompa con l’Europa delle banche e della finanza, che stracci subito il fiscal compact e tutti i trattati europei che ci impongono l’austerità e che ricostruisca finalmente la democrazia nei luoghi di lavoro e una contrattazione nazionale e aziendale che parta dai bisogni della classe lavoratrice.