Da Liberazione on line: “Roberto Rossetti, un comunista gentile”

Liberazione on line

di Giuseppe Carroccia, da Liberazione.it

Il 26 novembre è morto il compagno Roberto Rossetti.

Nell’assemblea che i compagni del suo partito, Sinistra Anticapitalista, hanno organizzato per l’ultimo saluto, tutti gli interventi che hanno raccontato la lunga cavalcata dagli anni Settanta a oggi di un militante “imprescindibile”, hanno testimoniato la durevole gentilezza con la quale Roberto affrontava la lotta politica e la vita.

Le centinaia di compagne e compagni che ascoltavano, confermavano, come un’eco, arricchendo di particolari e di altri episodi la storia di una lunga militanza cominciata all’Università di Roma e continuata come funzionario politico nella Lega Comunista Rivoluzionaria, in Democrazia Proletaria, in Rifondazione Comunista e infine in Sinistra Critica. Fino alla direzione del Centro studi Livio Maitan.

La politica come scelta di vita per portare maggiore coscienza nella propria classe di cui fino in fondo si sceglie di seguire il destino.

Studio e conflitti, libri e volantini, riunioni e occupazioni, assemblee e cortei, lavoro istituzionale e organizzazione di feste, corsi di formazione e sit in: una incessante attività organizzatrice fatta sempre con la consapevolezza di svolgere una funzione importante, contribuire a costruire la centralità del partito nel vivo delle lotte, dentro il movimento. La sua robusta formazione politica costruita sui classici del marxismo e di Trotskij messa a verifica nella lotta quotidiana per conquistare una società alternativa.

E alla fine l’omaggio migliore, risolutivo perché proveniente da una esponente della società civile, lo ha fatto la preside di una scuola di San Lorenzo in cui Roberto era stato assessore municipale all’istruzione: «Io non pensavo esistessero politici così. Un gentiluomo».

Naturalmente modesto, privo di superbia, di arroganza. Ricordo una telefonata che mi fece prima di accettare l’incarico di assessore in cui mi chiedeva se sarebbe stato all’altezza del compito e faticai non poco a rassicurarlo e convincerlo ad accettare, non risparmiandogli però qualche ironia da destro governista. Nei sei anni in cui abbiamo militato insieme nella segreteria regionale Prc del Lazio affrontando parecchi problemi di un partito allora in crescita e influente, abbiamo spesso avuto divergenze politiche, ma lui è stato l’unico con cui non ho mai litigato. Ovviamente per merito suo.

Mi stupiva la coerenza con cui riusciva a conciliare la sua doppia militanza, quella in Bandiera Rossa (di cui ho per sua colpa l’intera collezione) e quella in Rifondazione. Anche negli scontri congressuali sapeva tenere aldilà delle polemiche la capacità di ragionare, autonomia di giudizio: come fu per esempio sulla questione dell’imperialismo, categoria che considerava ancora attuale.

Al partito ci teneva molto. Quando agli inizi del 2005 insieme decidemmo di rendere pubblico con un comunicato stampa il dissenso rispetto alla politica dell’allora inattaccabile sindaco Veltroni, mi fece riscrivere il testo una infinità di volte e rimase preoccupato del metodo, cioè di portare all’esterno una critica.

Appassionato nella sconfitta quanto nei successi. Quando venimmo sgombrati poco prima di Natale 1999 dall’occupazione della Casa del Popolo di largo Spartaco fu il primo ad arrivare col suo vespone. Era costernato che non si fosse riuscito a evitare con un intervento istituzionale quella sconfitta. Ne faceva quasi un fatto personale, come fosse anche colpa sua.

Equilibrato e insieme determinato. Come quella mattina del 9 novembre 2009 in cui la Rete Romana contro la crisi organizzò davanti ai cancelli dell’Eutelia una manifestazione contro il padrone Lenzi che aveva mandato i vigilantes a sgombrare l’occupazione. Gli operai piangevano dalla rabbia, c’era molta tensione, ma riuscimmo a mantenere la calma, a fare un cordone per far uscire i vigilantes incolumi proteggendoli noi, più che la polizia, dalla giusta indignazione dei lavoratori.

Scherzosamente gli chiesi se avevamo fatto bene, in fondo qualche schiaffone se lo sarebbero meritato. Si irrigidì subito: «Ma che dici, sei matto? Su queste cose non si scherza». Tremava dal freddo e dalla tensione. Gli promisi che gli avrei regalato il giaccone in goretex da ferroviere che sapevo gli piaceva. «Grazie, in cambio ti regalo la biografia di Stalin di Isaak Deutscher», rilanciò prontamente.

A ogni corteo ci ricordavamo la promessa. Speravamo di avere più tempo davanti a noi.Difficile trovargli un difetto. Anche come tifoso della Lazio era anomalo, mai depresso o rancoroso, sembrava più un giallorosso.

Forse, come una parte della nostra generazione che aveva quindici anni quando il comunismo appariva alle porte e si vinceva dappertutto, tendeva a irrigidirsi troppo, in modo adolescenziale, a difesa delle generazioni precedenti, quelle a cui dovevamo tante vittorie. Sentiva un debito molto forte da portare che a volte arrugginiva le discussioni.
Noi sicuramente questo peso alle generazioni che verranno non glielo lasceremo visti gli scarsi nostri risultati. Roberto però un esempio di come si può combattere senza perdere la gentilezza è stato capace di realizzarlo. Aveva un centro esterno che gli dava forza (non so cosa, sicuramente la sua famiglia) e non invano gli studi e le letture avevano riempito la sua vita, si erano fatte modo d’essere, stile di vita.

Sarà difficile nei prossimi cortei che faremo evitare di guardare in giro per cercare Roberto con cui avevamo sempre qualche appuntamento da concordare, qualche lavoratore licenziato da invitare il Primo Maggio alla festa del Tufello di cui andava fierissimo. In questo senso effettivamente continua a lottare insieme a noi. Insieme a me sicuramente che cercherò nelle bancarelle il libro di Deutscher e con la fantasia lo immaginerò per sempre con la giacca da ferroviere onorario che si è conquistato con una vita di lotta per la nostra giusta causa.

Spero che dovunque egli sia, gli dia un po’ di calore.