Per il salario sociale, la scala mobile e le 32 ore

di Francesco Locantore

L’Istat ha diffuso lo scorso 29 novembre i dati aggiornati sulla disoccupazione in Italia. Ad ottobre 2013 i disoccupati sono 3 milioni e 189 mila, 287 mila in più rispetto allo stesso mese del 2012. Il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 12,5%, la disoccupazione giovanile è al 41,2%. Circa 1.900.000 persone sfiduciate hanno rinunciato a cercare un lavoro. Per completare il quadro dell’emergenza sociale si aggiungano i dati diffusi a luglio sulla povertà: nel 2012 le persone che vivono con un reddito al di sotto della soglia di povertà relativa sono 9 milioni e mezzo, circa il 16% della popolazione, quasi cinque milioni sono sotto la soglia di povertà assoluta. Sono al di sotto della soglia di povertà relativa quasi un operaio occupato su cinque e il 35,6% dei disoccupati in cerca di lavoro. Anche in questo caso i dati sono in netto peggioramento rispetto all’anno precedente, ed è quasi certo che peggioreranno ulteriormente nel 2013.

In questo contesto si è riacceso negli ultimi tempi il dibattito intorno ad un salario minimo fissato per legge e ad un reddito universale come misure per contrastare la povertà. Il governo Letta ha inserito nella legge di stabilità un “reddito minimo di inserimento” per i più poveri in dodici aree metropolitane. Lo stanziamento per questo provvedimento è ridicolo (circa 40 milioni di euro all’anno), neanche sufficiente a configurare un sussidio di povertà minimamente decente. In realtà è solo un cambiamento di nome per la social card berlusconiana, tant’è che quei fondi sono destinati allo stesso capitolo di spesa.

Le proposte in campo sul reddito di cittadinanza (o reddito garantito, reddito universale ecc.) non si differenziano dalla filosofia del provvedimento del governo, cioè quella di un sussidio di povertà. Già nel 2011 il PD aveva depositato una proposta di legge in questo senso, che prevedeva l’erogazione di un sussidio di circa 600 euro mensili alle persone con redditi sotto la soglia di povertà.

Più recentemente SEL, il PRC e altri soggetti hanno raccolto le firme per una proposta di legge di iniziativa popolare che prevede lo stesso sussidio di 600 euro mensili, oltre ad una serie di altre prestazioni sociali gratuite per le persone con redditi al di sotto di 8.000 €/anno, delegando il governo alla introduzione di un salario minimo intercategoriale, unico punto in cui questa proposta si distingue sostanzialmente dalle altre.

La stessa impostazione è contenuta nella proposta del Movimento 5 Stelle depositata in parlamento a metà novembre. Un sussidio di 600 euro mensili per le persone con reddito al di sotto della soglia di povertà relativa (circa 7.200 euro all’anno). L’erogazione del sussidio è condizionata, come per tutte le altre proposte citate, all’accettazione di proposte del centro per l’impiego, oltre alla partecipazione coatta a progetti di volontariato sociale promossi dai Comuni di residenza. Fa discutere il questa proposta la condizione ulteriore stabilita per i migranti residenti in Italia da almeno due anni, di aver lavorato almeno 1000 ore nel biennio precedente alla richiesta.

Più radicale è l’impostazione di chi propone il reddito incondizionato di base (alcune aree dei centri sociali). Questa proposta prevede l’erogazione di un reddito indipendentemente dalla condizione di povertà, di disoccupazione, di cittadinanza, insomma senza condizioni. Questo reddito si cumulerebbe quindi ai redditi da lavoro (dipendente o autonomo) e alla pensione, consentendo in questo modo una esistenza dignitosa. La proposta fu avanzata nel 1992 dall’economista belga Philippe Van Parijs, che la considerava una liberazione dal bisogno e dal ricatto di dover accettare di lavorare per vivere. Considerata in questi termini, la proposta è evidentemente utopistica, nel senso che non fa i conti con le caratteristiche fondamentali della società in cui viviamo, in cui il lavoro è ancora il fondamento per la produzione delle merci, nonché della loro valorizzazione. Non è pensabile oggi fare una proposta di liberazione del (e dal) lavoro salariato, senza aggredire i rapporti sociali di produzione tra lavoratori e capitalisti.

E’ così che il reddito incondizionato si trasforma da una visione utopica di una società futura in cui non ci sarà bisogno di lavorare, in una più modesta richiesta di un sussidio di povertà e/o di disoccupazione. Per quanto possa sembrare radicale, la proposta di reddito di base non è una proposta incompatibile con le politiche economiche neoliberiste. Dimostrazione ne è il fatto che la proposta di basic income (reddito di base) fu avanzata proprio da Milton Friedman, fondatore della Scuola di Chicago, sotto forma di una tassa negativa sul reddito. Se il sussidio si tiene al di sotto del reddito necessario alla sussistenza media di una persona in una determinata società, questo potrebbe non disincentivare ad accettare di lavorare, anzi se tale reddito fosse cumulabile con quello da lavoro, potrebbe produrre una dinamica al ribasso dei salari.

Potrebbero tuttavia queste proposte avere una qualche efficacia nella lotta contro la povertà assoluta e relativa e contro la disoccupazione? Crediamo proprio di no. Il livello dei salari nel capitalismo oscilla intorno al valore dei mezzi di sussistenza dei lavoratori, come hanno spiegato bene Marx e gli economisti classici, cioè al valore socialmente necessario alla riproduzione della forza-lavoro. Si tratta quindi di un valore non assoluto, ma determinato storicamente di volta in volta dal rapporto di forza tra le classi. Stabilire per legge un salario nominale minimo o garantire a tutte/i un reddito monetario di base, il ché è quasi la stessa cosa, di per sé non farebbe che creare una illusione monetaria, per cui si finirebbe per trovarsi con un pugno di mosche in mano una volta che i prezzi delle merci si adeguassero alla nuova situazione ristabilendo il salario reale e la quota salariale sul valore prodotto ad un livello corrispondente ai reali rapporti di forza tra le classi sociali. Sarebbe dunque necessario un meccanismo di rivalutazione automatica dei salari minimi (diretti e indiretti, comprendendo quindi le pensioni e i sussidi di disoccupazione) al livello dei prezzi delle merci che compongono il paniere di consumo dei lavoratori. Questo tuttavia ancora non sarebbe sufficiente a garantire che la forbice tra la quota dei salari e quella dei profitti non si allarghi ulteriormente, precipitando i lavoratori in una condizione di povertà relativa. Per invertire questa tendenza alla diminuzione del salario in termini relativi sarebbe necessario erodere il plusvalore di cui si appropriano i capitalisti, finanziando i provvedimenti per il salario sociale con una forte tassazione dei redditi da capitale, con l’introduzione di una patrimoniale pesante e con la imposizione progressiva dei redditi, che ad oggi in Italia è solo su carta. Infine attraverso la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, per redistribuire il lavoro eliminando l’esercito di riserva dei disoccupati (la cui massa condiziona al ribasso la dinamica salariale) e per erodere quella parte di giornata lavorativa di cui i capitalisti si appropriano gratuitamente, da cui hanno origine i profitti.

La proposta che avanziamo dunque deve fare i conti con il fatto che il valore è prodotto dal lavoro umano (checché ne pensino con Negri coloro che ritengono la legge del valore superata dalle proprie fantasie teoriche di ipercapitalismo cognitivo) e che esso si ripartisce tra chi lavora e chi si appropria del lavoro altrui. Il salario è un fatto sociale di per sé, essendo l’espressione monetaria della relazione di sfruttamento tra i capitalisti e i lavoratori, ed essendo collegato in una relazione inversa con i profitti dei capitalisti, tanto maggiore la loro quota nel valore aggiunto, tanto minore quella destinata ai salari.

Riprendiamo la proposta avanzata da una legge di iniziativa popolare depositata in Parlamento, lanciata da Sinistra Critica nel 2009, e suffragata da oltre 70.000 firme. Questo disegno di legge è ancora utilizzabile per la discussione in Parlamento da qualsiasi parlamentare o gruppo che voglia farlo (atto Senato n. 2, assegnato il 23 maggio scorso alla XI commissione permanente: lavoro e previdenza sociale). Tuttavia la sua discussione non è mai cominciata. Alla luce dell’inflazione intervenuta gli importi definiti in quella proposta vanno ridefiniti. Chiediamo innanzitutto che sia fissato per legge un salario minimo intercategoriale di 1.500€ al mese, e ad esso siano riparametrati tutti i contratti collettivi di lavoro; che sia istituito un salario sociale di 1.200€ per i disoccupati, per gli studenti e per le pensioni minime. Chiediamo che questi importi siano rivalutati annualmente in base all’indice dei prezzi Istat per le famiglie di operai e impiegati (reintroduzione della scala mobile). Chiediamo infine che il lavoro venga redistribuito diminuendo l’orario di lavoro a parità di salario a 32 ore settimanali non derogabili, perché si possa lavorare meno per lavorare tutte/i. Queste battaglie, insieme a quelle per la difesa e il rilancio dei servizi pubblici a garanzia dei diritti sociali fondamentali, l’istruzione, la sanità, i trasporti, la casa, e per le nazionalizzazioni delle banche e delle grandi imprese, a partire dalla Fiat e dall’Ilva possono e devono essere condotte unitariamente da tutti i settori della classe lavoratrice, occupati e disoccupati, stabili e precari, nativi e migranti.

Se questa proposta può sembrare utopistica, rispondiamo che la vera utopia è aspettarsi di convincere la borghesia a liberare i lavoratori dal ricatto del lavoro, su cui si fonda il loro stesso ordine sociale ed economico. L’unità della classe nel perseguire i propri obiettivi in maniera indipendente è la sola via d’uscita alle condizioni di sfruttamento e di povertà generale in cui essa stessa versa.