La Siria tra rivoluzione e controrivoluzioni

people_want-achcarGilbert Achcar, autore del nuovo libro The People Want, è stato intervistato da Terry Conway per Socialist Resistance [Traduzione di Maria Chiara Starace per ZNET Italy]

TC: Potrebbe valutare l’attuale stato delle insurrezioni arabe in generale prima di concentrarci specificamente sulla Siria?

GA: Ciò che sta accadendo ora è la conferma di quello si poteva dire fin dall’inizio, il fatto che ciò che è cominciato nel dicembre del 2010 in Tunisia. non era una ‘Primavera’ come i media la hanno definita, un breve periodo di cambiamento politico durante il quale vengono destituiti questo o quell’altro despota, aprendo la strada a una bella democrazia parlamentare, e basta.   Le insurrezioni sono state descritte come una ‘rivoluzione di Facebook’, un’altra di quelle ‘rivoluzioni  colorate’.   Io, per cominciare, ho insistito dall’inizio che questa era una rappresentazione errata della realtà. Quello che aveva iniziato a realizzarsi  nel 2011, era un processo rivoluzionario a lungo termine che si sarebbe  sviluppato in molti, molti anni, se non decenni, specialmente se teniamo conto della sua estensione geografica.

Da quella prospettiva, quello che ci è stata finora, è soltanto la prima fase del processo. In alcuni paesi si è riusciti ad andare oltre la prima fase del rovesciamento dei governi esistenti; è stato il caso di Egitto, Tunisia e Libia -i tre paesi dove i regimi sono stati deposti dalle insurrezioni. E potete vedere che questi paesi sono ancora in uno stato di trambusto, instabilità che è normale in  periodi rivoluzionari.

Chi è desideroso di credere che l’insurrezione araba sia finita che sia nata morta, si sono concentrati sulla vittoria iniziale delle forze islamiche nelle elezioni in Tunisia e in Egitto. Contro questi profeti di sciagure, ho messo in risalto il fatto che questo era di fatto inevitabile dal momento che le elezioni svoltesi poco dopo il rovesciamento del regime dispotico, potevano soltanto riflettere l’equilibrio delle forze organizzate che esistevano in questi paesi. Sostenevo che il periodo dei fondamentalisti islamici al potere non sarebbe durato a lungo, se consideralo le vere radici del processo rivoluzionario.

Il processo rivoluzionario a lungo termine è radicato nella realtà sociale della regione, caratterizzata da molti decenni di sviluppo bloccato – una percentuale di disoccupazione – specialmente quella giovanile, più alta che in qualsiasi altra regione del mondo, da diversi decenni. Queste sono stare le vere cause dell’esplosione, e fino a quando non ci si occupa di queste cause, il processo continuerà. Qualsiasi nuovo governo che non avrà soluzioni per questi problemi fondamentali, fallirà. Era prevedibile che la Fratellanza Musulmana avrebbe fallito: nel mio libro The People Want (La gente vuole] che naturalmente è stato scritto prima della deposizione di Morsi in Egitto, sostenevo che la Fratellanza Musulmana avrebbe fallito inevitabilmente. Ho scritto la stessa cosa a proposito  di Ennahda in Tunisia, che deve ora affrontare  un movimento di protesta molto forte che mette in dubbio il futuro del governo.

C’è quindi in corso  un processo in tutta la regione che, come qualsiasi altro processo rivoluzionario nella storia, ha i suoi alti e bassi, periodi di progressi e periodi di arretramenti – talvolta periodi ambigui. L’evento più ambiguo dell’intero processo finora, è stata la recente esperienza in Egitto dove abbiamo visto questa immensa mobilitazione di massa contro Morsi del 30 giugno, che è stata un’esperienza molto avanzata di democrazia da parte di un movimento di massa che chiedeva le dimissioni di un presidente eletto che aveva tradito le promesse che aveva fatto al popolo. Allo stesso tempo, però, e in questo sta, naturalmente,  l’ambiguità, si è avuto il colpo di stato militare e le diffuse illusioni che l’esercito potesse avere un ruolo progressista, compreso quello tra sezioni dominanti della ampia sinistra e anche tra i liberali.

TC: E quindi come si colloca la sua analisi della Siria in questo quadro generale di ciò che accade nella regione?

GA: Non può esserci alcun dubbio che quello che è cominciato in Siria nel 2011 fa parte dello stesso processo rivoluzionario che avviene in  altre nazioni. E’ parte dello stesso fenomeno ed è guidato dalle stesse cause fondamentali- di sviluppo in stallo, di disoccupazione e specialmente di disoccupazione giovanile. La Siria non fa certamente eccezione – infatti è uno dei casi più seri di crisi sociale ed economica della ragione. Questa situazione è stata provocata dalle politiche neo-liberali degli  Assad – padre e figlio – ma specialmente dal figlio da quando è arrivato al potere circa dodici anni fa, dopo al morte del padre.

La Siria è un paese che ha visto un massiccio impoverimento nello scorso decennio, specialmente nelle aree rurali; il livello di povertà è continuato ad aumentare e ha raggiunto un livello in cui quasi un terzo della popolazione era al di sotto della soglia nazionale di povertà e la disoccupazione era in aumento. Alla vigilia dell’insurrezione, le cifre ufficiali attenuate della disoccupazione erano il 15% totale e più di un terzo riguardava i giovani dell’età compresa tra i 15 e i 24 anni.

Tutto questo accadeva sullo sfondo di un’immensa disuguaglianza sociale, un regime molto corrotto in cui il cugino di Bashar Assad è diventato l’uomo più ricco del paese che controlla, come è opinione di molti – oltre metà dell’economia. E questo è soltanto un membro del clan al potere – in cui tutti i membri ottenevano enormi vantaggi materiali. Il clan funziona come una vera mafia, e  governa il paese da diversi decenni.

Questo costituisce la radice profonda  dell’esplosione, insieme al fatto che il regime siriano è uno dei più autoritari della regione. Paragonato alla Siria di Assad, l’Egitto di Mubarak  era un faro di democrazia e di libertà politica!

Non è stata quindi una sorpresa che dopo la Tunisia e l’Egitto, la Libia, lo Yemen, ecc., anche la Siria si sia unita al movimento. E, analogamente, non è stata una sorpresa, per quelli come me che conoscevano le caratteristiche del regime siriano, che il movimento non ottenesse quello che aveva  ottenuto in Tunisia e in Egitto grazie alle manifestazioni di massa.

Quello che è specifico di questo regime, è che il padre di Assad aveva rimodellato e ricostruito l’apparato statale, specialmente il suo nucleo duro – le forze armate – allo scopo di creare una guardia Pretoria per se stesso. L’esercito, specialmente le sue forze scelte, è legato al regime in vari modi, in maniera molto rilevante, per mezzo dell’uso del settarismo. Perfino le persone che non hanno mai sentito parlare prima della Siria, adesso sanno che il regime si basa su una minoranza nel paese – circa il 10% della popolazione: gli Alauiti.

Con un esercito  che è completamente leale nei confronti del regime, qualsiasi illusione (e all’inizio ci sono stare molte illusioni nel movimento) che questo potesse essere rovesciato soltanto per mezzo di dimostrazioni di massa, era falsa. In un certo senso era inevitabile che l’insurrezione si sarebbe trasformata in una guerra civile perché non c’è modo di rovesciare un regime di questa natura senza una guerra civile.

Nella storia delle rivoluzioni, quelle pacifiche sono realmente un’eccezione, non la regola. La maggior parte delle rivoluzioni, se non sono cominciate con una guerra civile, come la rivoluzione cinese, hanno provocato rapidamente guerre civili come quella francese, quella russa, ecc.

Detto questo, il regime siriano è soltanto una delle controrivoluzioni che affronta l’insurrezione siriana, anche se è di gran lunga la più letale. Una seconda controrivoluzione è costituita dalle monarchie del Golfo, il principale bastione reazionario nell’intera regione. Queste monarchie hanno reagito all’insurrezione araba nell’unico modo possibile per loro, specialmente dato che il loro padrino, l’imperialismo statunitense, non era nella posizione di intervenire come forza controrivoluzionaria contro le insurrezioni. Hanno perciò tentato di cooptarli, di recuperare il movimento. E per le monarchie del Golfo questo significava battersi per trasformare le rivoluzioni sociali e democratiche in movimenti guidati da forze che non sono una minaccia per loro dal punto di vista ideologico. Questo si può dire  per la Fratellanza Musulmana che è stata pesantemente appoggiata dell’Emirato del Qatar e anche per tutti i tipi di Salafiti – dai ‘moderati’ ai jihadisti – sostenuti dal regno saudita o per le varie reti Wahhbite- Salafite nei paesi del Golfo.

Queste monarchie hanno fatto del loro meglio  per aiutare e promuovere il risultato che è nei loro interessi  all’interno dell’insurrezione siriana, cioè trasformare la rivoluzione democratica – sarebbe una minaccia per loro – in una guerra tra sette. In questo caso si ha una vera convergenza tra loro e la prima controrivoluzione, cioè il regime.

All’inizio quello che si è avuto in Siria sono state le dimostrazioni, come in qualsiasi altra parte nella regione;  erano organizzate e guidate da giovani che che usavano i media sociali tramite la rete; erano mobilitazioni molte coraggiose con chiare richieste sociali, democratiche e antisettarie. Dal primo giorno, però, il regime ha sostenuto che erano guidati da Al Qaida, esattamente quello che immaginava Gheddafi in Libia; in entrambi i casi questo era un messaggio diretto all’Occidente. il regime diceva a Washington: “Non fate errori – siamo vostri amici,   combattiamo lo stesso nemico, combattiamo Al Qaida, quindi non dovreste prendere posizione contro di noi, ma invece appoggiarci.”

Il regime siriano ha fatto di più che intraprendere una guerra di propaganda – ha fatto uscire i jihadisti dalle carceri per sostenere lo sviluppo di questa corrente all’interno dell’insurrezione. Nell’opposizione siriana c’è una convinzione diffusa che il regime si infiltri e nei  gruppi di Al Qaida e che li manipoli. In effetti non è un’opinione inverosimile – certamente c’è un certo livello di coinvolgimento, anche se nessuno può quantificarlo.

C’è poi una terza forza controrivoluzionaria che opera contro l’insurrezione siriana: sono naturalmente, gli Stati Uniti, e aggiungerei anche Israele. Gli Stati Uniti sono controrivoluzionari nel pieno senso del termine per quanto riguardo la Siria e anche in relazione a tutte le altre nazioni nella regione. Washington non vuole che alcuno stato sia smantellato. Vuole quella che si chiama ‘una transizione ordinata’; il potere che cambia mani, ma nell’ambito di una continuità della struttura dello stato. A Washington e a Londra si continua a parlare delle ‘lezioni dell’Iraq’  e a spiegare che avevano sbagliato a smantellare lo stato Baathista. ‘Avremmo dovuto mantenere quello stato e avremmo dovuto soltanto rimuovere Saddam Hussein, e se lo avessimo fatto, non avremmo dovuto affrontare così tante difficoltà. ‘

Potreste chiedervi: e la Libia? Ebbene, prima della caduta di Gheddafi ho scritto un lungo articolo spiegando che l’intervento della NATO in Libia era un tentativo di cooptare l’insurrezione, di guidarla  e di gestirla mentre erano impegnati nei negoziati con Saif al-Islam, il figlio di Gheddafi che era considerato dall’Occidente il membro buono della famiglia governante. Volevano che suo padre si dimettesse in suo favore, cosa che sarebbe andata molto bene a Washington, Londra, Parigi e agli altri. Naturalmente, però, l’insurrezione libica è andata oltre questo quando l’insurrezione a Tripoli ha portato al crollo dell’intero regime.

Riguardo alla Siria, Washington dice molto chiaramente – anche durante la recente crisi per le armi chimiche – “Non vogliamo che il regime venga abbattuto, vogliamo una soluzione politica,” quella che anche Obama un anno fa chiamava una ‘soluzione come quella per lo Yemen’. Che cosa era accaduto in Yemen? Il presidente, Ali Abdullah Saleh, dopo un anno di insurrezione, ha ceduto il potere con un grande sorriso sulla faccia, al vice presidente e da allora è rimasto nel paese dove regge ancora molte fila. E’ soltanto una presa in giro, una vera frustrazione per le forze estremiste di quel paese. Questo è anche  il motivo per cui in Yemen le cose sono lontane dall’essere risolte, anche se non se ne sente parlare nei notiziari qui in Occidente.  Il movimento continua in Yemen così come in Bahrein e in tutta la regione.

Questo è il tipo di soluzione che gli Stati Uniti vogliono per la Siria. Non vogliono intervenire militarmente come hanno fatto in Libia. La recente ‘esplosione’ è avvenuta perché Washington si sentiva sotto pressione, ed vedeva la sua ‘credibilità’ a rischio dopo che Obama aveva abbozzato la sua ‘linea rossa’ per l’uso  delle armi chimiche. Anche quando pensavano agli attacchi, però, spiegavano che sarebbero stati attacchi molto limitati che non avrebbero avuto influenza sull’equilibrio delle forze. Il New York Times  ha pubblicato un lungo articolo in cui si fa sapere che Israele desiderava esattamente la stessa cosa: attacchi contenuti che non avrebbero alterato l’equilibrio delle forze all’interno della Siria.

Le potenze occidentali non presterebbero alcun appoggio considerevole- specialmente di tipo militare – a nessuno, perché non hanno alcuna fiducia in nessuna forza dell’opposizione. Come ha messo per iscritto  il presidente statunitense dello Stato Maggiore congiunto, Martin Dempsey, per la Siria, oggi, non si tratta di scegliere tra due parti, ma piuttosto di scegliere una tra molte parti. E’ mia convinzione che la parte che scegliamo deve essere pronta a promuovere i loro interessi e i nostri quando l’equilibrio si sposta in loro favore. Oggi non sono  pronti.”

TC: Non ha citato la Russia quando ha parlato delle forze controrivoluzionarie. Sarebbe corretto descriverle come la quarta colonna in questo caso?

GA: Non le ho citate perché sono ovviamente una forza chiave che sostiene il regime di Assad. In quel senso, la Russia di Putin fa parte della prima colonna, non è la quarta.

TC: Non è vero che il loro coinvolgimento non ha soltanto un importante effetto materiale per mezzo della loro fornitura di armi ad Assad, ma anche un importante effetto ideologico in quanto disorientano qualcuno che ci si aspetterebbe appoggiasse l’insurrezione?

GA: In ultima analisi, l’insurrezione siriana pochissimi amici. Perfino tra le persone che ci si aspetterebbe fossero amici delle rivoluzioni, si possono vedere degli atteggiamenti ostili, gente     abbindolata dalla propaganda del regime siriano che rappresenta l’intera insurrezione come jihadista come anche quella di Mosca. E della gente guarda ancora alla Russia come se fosse ancora l’Unione Sovietica, sebbene in termini del loro carattere politico e sociale, gli Stati Uniti appaiono come piuttosto progressisti in paragone a quella che è la Russia di Putin: un governo autoritario, capitalismo selvaggio,  aliquota unica sull’ imposta sui redditi al 13% , baroni briganti, e così via. Ci sono molti più basi  per considerare la Russia come un paese  imperialista piuttosto che un paese antimperialista.

In quanto a coloro che credono che il regime siriano sia ‘antimperialista’, ignorano semplicemente la storia di questo regime e il puro opportunismo sul quale basa la sua politica estera. La Siria di Assad è intervenuta nel 1976 per schiacciare la resistenza palestinese e la sinistra libanese in i Libano ed evitare la loro vittoria sull’estrema destra libanese. nel 1983-85, ha fatto o appoggiato guerre contro i campi dei profughi palestinesi in Libano. Nel 1991, il regime siriano ha combattuto la guerra contro l’Iraq sotto il comando statunitense; faceva parte della coalizione guidata dagli Stati Uniti; dagli anni ’90 fino al 2004, il regime siriano è stato il protettore del governo neo-liberale di Hariri in Libano; durante tutti questi anni il confine siriano è stato il più tranquillo e sicuro di tutti i confini con Israele. Non c’è quindi alcun senso in cui il regime siriano possa essere descritto come ‘antimperialista’: è un regime molto opportunista che non esista a cambiare fazioni e alleanze per promuovere i propri interessi.

TC: Potrebbe dirci qualche cosa sull’equilibrio di forze all’interno dell’opposizione siriana?

GA: Da relazioni di amici di cui mi fido e che hanno visitato tutte le aree controllate dall’opposizione, i due gruppi di al-Qaida rappresentano non più del 10% dei combattenti, mentre i Salafiti probabilmente rappresentano circa il 30%.  Il resto è una maggioranza di forze che agiscono sotto il vessillo del Libero esercito siriano (FSA), sebbene parte di abbiano una propensione per l’Islamismo. Questo è il risultato del fatto che le principali fonti di finanziamento per le forze sirime contrarie al regime sono state islamiche e con sede nel Golfo, dalle monarchie alle varie reti religiose.

Si parla dei gruppi armati – in quanto per la resistenza popolare, nella vasta maggioranza la gente non è interessata a nessun tipo di stato islamico, ma nelle aspirazioni democratiche e sociali che sono state gli obiettivi dell’insurrezione da quando è iniziata.

TC: Potrebbe dirci qualche cosa sul modo in cui la resistenza si organizza e su quali sono le sue principali richieste?

GA: La resistenza è molto eterogenea. Durante i primi mesi dell’insurrezione, i leader originari erano, come in realtà in tutte i luoghi  della regione, per lo più giovani che si collegavano in rete usando internet. Si sono organizzati per mezzo di Comitati locali di coordinamento (LCCs) e hanno elaborato un programma progressista: democratico, anti-settario, e di orientamento laico. In generale una serie di richieste chiaramente progressiste che non si può mancare di sostenere se si è di sinistra.

La seconda fase era la costituzione del Consiglio Nazionale Siriano all’estero. Questo elemento era una differenza importante con la Libia dove il Consiglio Nazionale Transnazionale si era formato all’interno del paese ed era riconosciuto come legittimo dalla maggior parte dell’insurrezione libica, sebbene anche là ci fossero dei problemi. L’SNC è stato formato all’estero da persone che non avevano un vero ruolo nella leadership dell’insurrezione stessa, ma avevano dei collegamenti. E’ stato creato con l’interferenza della Turchia e quella del Qatar. L’Emirato ha finanziato l’SNC, specialmente la Fratellanza Musulmana che erano e  sono ancora un’importante componente di questa opposizione ufficiale che è in esilio.

Nello stesso SNC, però, si potrebbero trovare persone che appartengono alla sinistra siriana, come il Partito Democratico del Popolo, che ha avuto origine da una frattura del Partito Comunista Siriano. e gli stessi LCC sono rappresentati nell’SNC e ne hanno riconosciuto il ruolo di dirigenti dell’opposizione. Anche in questo caso si può essere d’accordo sulla maggior parte del programma dell’SNC dal punto di vista della sinistra – è democratico, anti-settario e largamente di orientamento laico. Naturalmente potremmo dire che non è abbastanza sociale ma questo non è  una dirigenza della sinistra radicale, sicuramente.

L’SNC è stato ora sostituito dalla Coalizione Nazionale Siriana. Rimane fondamentalmente una coalizione di forze il cui campo è simile a quello delle forze che erano coinvolte nelle insurrezioni egiziana e tunisina. Non si dovrebbe dimenticare che anche in Egitto la Fratellanza Musulmana e i Salafiti, durante l’insurrezione erano insieme ai liberali e alla sinistra.

Poi, con la militarizzazione della lotta, la trasformazione della rivolta in guerra civile che è avvenuta progressivamente dall’autunno del 2011 in poi, abbiamo visto la comparsa di  gruppi islamici jihadisti inflessibili che comprendono  due gruppi che operano sotto il vessillo di al-Qaida  con differenze tra di loro, e i gruppi salafiti. Dei due affiliati ad al-Qaida, uno ha per principalmente combattenti che arrivano località fuori dalla Siria, e l’altro è soprattutto siriano, e ci sono tensioni tra di loro. Ci sono stati crescenti scontri tra il Libero esercito siriano, cioè l’ala armata dell’opposizione ufficiale e i gruppi di al-Qaida.

E’rassicurante vedere che i gruppi jihadisti inflessibili sono sempre più rifiutati dall’opposizione convenzionale, ma si capisce anche che quest’ultimo non può fare una guerra su due fronti – hanno già abbastanza problemi per l’equilibrio sproporzionato di forze tra loro e il regime. Sfortunatamente nella lotta armata non c’è alcuna presenza della sinistra. La sinistra radicale in Siria è comunque molto marginale. E la sinistra più ampia non ha tentato di organizzarsi separatamente nell’ambito del Libero esercito siriano.

TC: Come ha replicato l’opposizione al tentativo del regime di rappresentarli come settari?

GA: Hanno risposto in vari modi – con dichiarazioni e annunci, striscioni nelle manifestazioni, usando i nomi di personaggi storici alauiti o cristiani o drusi per le loro mobilitazioni del venerdì, ecc.

Il fatto è che non c’è alcun paragone possibile tra le uccisioni settarie eseguite dal regime e dalle sue shabbihas – le sue milizie – che hanno perpetrato la maggior parte delle uccisioni settarie, e le uccisioni settarie perpetrate dalle forze contrarie al regime. Queste ultime sono perpetrate per lo più dai jihadisti che io considero un’altra forza controrivoluzionaria.

Naturalmente ci sono reazioni sfrenate da parte delle persone con scarsa consapevolezza politica che hanno reagito in modo settario alla brutalità del regime. Ebbene, che cosa vi aspettate? Non è un esercito di intellettuali marxisti che affrontano un regime; è un’insurrezione popolare e senza una dirigenza politica in grado di educare la gente. Ci sono quindi azioni settarie da parte dell’opposizione in reazione al massiccio settarismo del regime. Abbiamo avuto la stessa cosa nella guerra civile libanese con molta maggiore simmetria nelle uccisioni settarie tra le due parti – se questi fossero i criteri, ognuno avrebbe dovuto rifiutare entrambe le parti nella guerra civile libanese.

Naturalmente dovremmo denunciare tutti gli atti settari ogni volta che accadono – essi sono in effetti denunciati dall’opposizione e dal Libero esercito siriano. Non dovremmo però cadere nella trappola di ignorare la differenza di portata tra le uccisioni  settarie di  massa del regime e quelle perpetrate dalle forze contrarie al regime.

TC: Quale è la relazione con la lotta curda?

GA: Sia il regime che l’opposizione all’inizio hanno corteggiato i Curdi. Il regime lo ha fatto perché non voleva che i Curdi si unissero all’insurrezione, e gli insorti lo hanno fatto perché volevano che si unissero a loro. L’SNC includeva nel suo programma il riconoscimento di diritti minori – non fino alla misura di riconoscere loro il diritto di autodeterminazione – ma questa non è neanche una richiesta unanime dei Curdi in Siria, sebbene io sarei fortemente a favore della difesa di questo diritto.

Il movimento curdo siriano ha preso l’occasione e ha preso il controllo delle zone curde. La forza dominante tra i Curdi siriani è legata al PKK, (Partito dei lavoratori del Kurdistan) che è predominante nella parte  del Kurdistan  controllata dai Turchi e ha coltivato legami con il regime siriano nel corso degli anni. I Curdi, però non interferiscono direttamente nella guerra civile; sono occupati a controllare la loro area, stabilendo di fatto un’autonomia come è accaduto in Iraq. Potrei a malapena immaginare che in futuro la perderebbero – quindi questo per loro è un risultato. Mantengono una certa distanza dalla guerra civile, a parte scontri con i jihadisti di tanto in tanto.

TC: Come descriverebbe la situazione nelle aree controllate dal FSA? Chiaramente la situazione umanitaria è un disastro, ma come la descriverebbe dal punto di vista politico?

GA: Sì, la situazione umanitaria è assolutamente pessima. In molte delle aree dove l’opposizione è subentrata e si è liberata dello stato Bahatista,  abbiamo visto la creazione di comitati democratici locali, con  qualche forma di elezioni. Questo è un fatto assolutamente positivo, ma è in un certo modo normale quando sparisce l’autorità in un luogo, tentare di organizzare qualcosa per rimpiazzarla. Non si dovrebbero dipingere questi comitati come ‘sovietici’ o niente altro del genere . sarebbe completamente fuori luogo. Queste strutture possono rappresentare un interessante potenziale per il futuro, ma per il momento sono soltanto misure di auto-organizzazione allo scopo di porre fine al vuoto di potere creato dal crollo delle locali organizzazioni statali.

TC: Come riassumerebbe quello che la sinistra dovrebbe fare riguardo alla Siria?

GA: E’ veramente importante dichiararsi solidali con l’insurrezione siriana e non essere timorosi al riguardo. Se crediamo nel diritto delle persone all’autodeterminazione, se crediamo nel diritto delle persone a eleggere liberamente chiunque vogliano, allora perfino se avessimo un’insurrezione guidata da forze islamiche, questo non dovrebbe cambiare la nostra posizione – come per esempio è successo con Gaza e Hamas, o con la resistenza irachena che, vorrei ricordare alla gente, è stata molto di più sotto il controllo islamico di qualsiasi altra cosa ci sia stato in Siria.

Per tutte queste ragioni penso che sia molto importante esprimere solidarietà alla rivoluzione siriana, costruire collegamenti con i progressisti dell’opposizione siriana, reagire alla propaganda del regime anche a quella di Mosca e denunciare la complicità di Washington e dell’Occidente nel crimine contro l’umanità che viene perpetrato in Siria.