A proposito di Barilla, omologazione composta o affermazione della diversità lgbitq

di Simona e Ketty (Bari)

Bandiera lgbitqOggi gli omosessuali, i gay friendly e i buonisti di tutta Italia si sono svegliati sotto una nuova bandiera, quella del disprezzo nei confronti della Barilla.
Non che fosse poi una novità il progetto di marketing portato avanti dalla Barilla da oltre vent’anni a questa parte. Direi anzi che la Barilla è stata una delle imprese che più di tutte ha contribuito alla costruzione socio-culturale dell’ideale di famiglia italiana perfetta, quell’ideale/stereotipo che ci si è attaccato addosso durante la nostra infanzia e che abbiamo lavorato tanto per decostruire dai nostri immaginari e autodeterminarci in un’ottica di favolosità non normativa.
Mi sembra strano, dunque, che molti singoli e molte associazione di genere oggi si sentano indignate, legittimate ad esprimere incazzosamente il loro dissenso e spinte dal nobile ideale politico del boicottaggio di un piatto di pasta.
Forse, tutto questo, per non guardare il fatto che la Barilla ha espresso un pensiero che con molta probabilità è stato assunto dal marketing di tutte le aziende italiane e non solo; o, per lo meno, io non ne ho quasi mai viste di pubblicità che fossero queer o semplicemente non sessiste.
Qualche tempo fa a Bari è apparso un manifesto dichiaratamente omofobo; eppure invece di ribattere a questo sessismo in modo concreto e immediato, sono volati comunicati stampa, denunce ad autorità più o meno autoritarie in materia (come si può pensare di resistere ad un così forte radicamento sociale dell’ideale sessista con una denuncia?), discutibili analisi economiche sul concetto di imprenditoria e chi più ne ha più ne metta.
L’ Italia non è un paese per ricchioni, e chi ve lo fa credere (o meglio, chi usa il marketing per comprarci invece che indignarci) ci sta prendendo in giro.
Perché se c’è chi agli omosessuali dice “no, grazie”, c’è pure chi ai soggetti lgbitq strizza l’occhio e promette riconoscimenti e diritti in cambio di una omologazione composta, silenziosa e indubbiamente normativa.
A mio parare è quello che è successo nell’ultimo mese in Parlamento, dove PD e limitrofi hanno approvato un ddl sul femminicidio bastato sulla repressione e sulla riaffermazione del potere maschile e istituzionale (oltre al fatto che ad essere fintamente tutelate sono le donne sposate o con figli, e non le donne che scendono in piazza e che resistono) e una legge contro l’omofobia che nuovamente riafferma il potere etero-normativo delle istituzioni, sotto forma di partiti politici e di opinioni e pensieri organizzati.
È la spaccatura del movimento lgbitq tra coloro che credono che dalle istituzioni otterranno qualcosa e coloro che invece stanno fuori a contrastarlo questo potere, che ci ha indebolit* tutt* e che non permette alle nostre istanze di potersi affermare.
Il problema è che ci siamo allontanat* dal concetto e dalla pratica della lotta di classe e loro, l’altra classe, avanzano compatti senza curarsi delle nostre vertenze (dato che nemmeno noi, soggetti oppressi, riusciamo a creare una strategia per liberarci dalle nostre oppressioni e anzi ce ne mettiamo addosso altre in cambio di promesse di matrimoni felici e leggi che eliminino l’omofobia dalla faccia della Terra).

Dobbiamo essere noi, favolose, autonome ed autorganizzate a dover ricostruire il concetto di classe che abbiamo dimenticato (o meglio, trasposto nelle sfilate di alta moda frocia) per avanzare compatte verso l’affermazione della nostra diversità, della volontà di non omologarci e di avere diritti non cuciti addosso a noi ma riconquistati in quanto singoli ed individui.
Quindi, per favore, mangiatevi sto piatto di pasta e poi, a pancia piena e a mente lucida, torniamo a resistere!