Al referendum e poi in piazza: un No per fermare la svolta autoritaria
Votare no per difendere le norme democratiche della costituzione per costruire l’opposizione sociale alle destre e alla guerra
➽ di Franco Turigliatto
★ Il voto referendario del 22-23 marzo ha assunto una forte rilevanza politica e democratica, sia per la natura delle norme sottoposte al giudizio popolare, sia per il contesto politico complessivo che si è determinato nel paese, per non parlare di una situazione internazionale segnata da una drammatica corsa alla guerra e dal venir meno di qualsiasi tenuta delle fragili norme del diritto internazionale.
Battere il governo nel referendum sarebbe una importante vittoria democratica e anche un tassello nella costruzione della opposizione sociale alle destre e dell’indispensabile movimento di massa contro il riarmo e la guerra.
Riforma della giustizia o riforma della magistratura
Il governo Meloni che ha promosso questa controriforma costituzionale credeva di poter ottenere nel referendum confermativo un facile cammino che rafforzasse la sua egemonia politica ed il suo potere aprendo la strada al suo successivo progetto di involuzione istituzionale, il premierato. Così non è stato. Il quadro politico sociale è risultato più articolato, con un parziale indebolimento degli assetti governativi e la crescente difficoltà della Meloni di surfeggiare nei rapporti internazionali e nelle scelte che ne conseguono. Il risultato elettorale sembra essere diventato più incerto, per cui la violenta campagna delle forze governative di queste ultime settimane, particolarmente sguaiata, piena di assurde falsità e di fantasiose forzature su una presunta riforma salvifica della giustizia.
Come in tanti hanno scritto non siamo di fronte a una riforma della giustizia, ma a una riorganizzazione della Magistratura, cioè del suo ordine interno e del suo funzionamento.
Di certo la giustizia italiana conosce problemi gravissimi, da cui emerge in forme acute il suo carattere di classe, al servizio e a garanzia della borghesia che già erano ben espresse nell’articolo di Ennio Minervini di gennaio che qui riprendiamo:
- “I tempi della giustizia, sia penale che civile, che consentono ai più forti, attraverso il patrocinio di costosi avvocati, di negare giustizia procrastinando i processi e, anche in sede civile, negando diritti ai più fragili, sia nei rapporti di lavoro che nella vita civile quotidiana;
- lo stato disastroso delle carceri, il sovraffollamento e la presenza, strettamente legata al primo punto, di un numero abnorme di detenuti per reati facenti riferimento direttamente a disagio economico o sociale, spesso in attesa di giudizio per anni.
La controriforma di Nordio e Meloni interviene pesantemente su un cardine centrale dell’assetto costituzionale, quello della separazione dei poteri dello stato, e del loro equilibrio e bilanciamento, cioè tra potere esecutivo, legislativo e giudiziario, che è alla base delle moderne costituzioni democratiche, se pure interne al quadro del sistema borghese. La separazione dei poteri e l’indipendenza della magistratura dal potere esecutivo sono state particolarmente rafforzate nella Costituzione del 1948, dopo la terribile esperienza della dittatura fascista con il suo potere di governo autoritario e predeterminante tutti gli organi istituzionali.
Vedasi in proposito il video della nostra iniziativa a Torino con Alessandra Algostino e si quanto scrive l’ex magistrato Livio Pepino in
“Il referendum sulla giustizia ha poco a che fare con la fiducia nei magistrati, l’efficienza della giurisdizione e le garanzie del processo. La posta in gioco è il permanere di un potere di governo soggetto a regole che valgono per tutti (anche a tutela di chi dissente) o la sua sostituzione con un potere assoluto, legittimato dal consenso elettorale a fare quello che crede senza limiti e controlli.”
L’anello di una catena
Questa modifica costituzionale costituisce solo un anello della catena che le forze della estrema destra stanno costruendo fin dall’insediamento del governo Meloni nell’autunno del 2022, una catena funzionale alle loro concezioni autoritarie, alla totale preminenza dei poteri del governo segnata dal moltiplicarsi di misure repressive con cui si vuole affrontare le problematiche e le contraddizioni sociali. Di qui un susseguirsi di leggi (5 o 6 decreti sempre più violenti e antidemocratici che il Presidente della Repubblica ha fatto correggere lievemente ogni volta, mentre invece avrebbe dovuto tutti quanti rimandarli al Parlamento come prevede la Costituzione) che puniscono le ribellioni giovanili, le resistenze sociali, per non parlare delle lotte sindacali, con una particolare avversione, anzi di odio vero e proprio nei confronti dei migranti, dei settori più deboli della società e verso i presunti settori devianti.
Non meno grave è il fatto che nel corso di questi anni il governo Meloni abbia già trasformato il Parlamento in un semplice organismo di registrazione delle sue proposte di legge e soprattutto dei suoi decreti di leggi che sono diventati la normale prassi di attività legislativa, quando dovrebbero essere invece l’eccezione di urgenza. La stessa rapida parvenza di discussione è diventata ormai prerogativa di una sola solo delle due camere, l’altra semplicemente è chiamata ad alzare le mani per una breve conferma formale. In altri termini il potere legislativo è diventato insignificante. Le leggi le fa direttamente il governo, le Camere sono ridotte a una mera formalità.
Questo processo di involuzione democratica in realtà è presente ormai da molti anni in tutti i paesi europei, con una borghesia liberista sempre più insofferente dei limiti che ancora pongono al suo operato le costituzioni democratiche sorte dopo la seconda guerra mondiale. Queste carte costituzionali ancora pongono molta attenzione ai diritti sociali e civili delle cittadine e dei cittadini, ed anche al sistema di welfare che le mobilitazioni delle classi lavoratrici avevano saputo conquistare e che alcuni decenni di politiche di austerità, funzionali al conseguimento dei profitti capitalisti, hanno già largamente eroso.
Naturalmente le estreme destre sono le forze politiche più decise ed esperte nel rimettere in discussione questi assetti democratici e sociali; il nostro governo anzi produce quotidianamente atti e narrazioni ideologiche reazionarie, razziste, nazionaliste e colonialiste, con l’intento di riscrivere la storia stessa del paese. Per altro queste destre, come loro stesso hanno detto, sono state ai margini della vita politica del paese nel secondo dopoguerra, per il semplice fatto che gli assetti democratici sono stati costruiti grazie alla loro sconfitta nella Resistenza. Meloni e soci lavorano alla loro revanche completa anche perché sospinti dal vento fascista che soffia in tutto il mondo.
La magistratura
Alle estreme destre non basta aver asservito il parlamento grazie a una debordante maggioranza ottenuta con una legge elettorale antidemocratica; nella loro concezione del potere serve anche un ordine giudiziario che sia sempre, sottolineo sempre, coerente con le scelte del governo, che ad esso sia subordinato, applicando le leggi in funzione degli interessi della classe dominante e dei governanti; così si sono espressi in modo esplicito, in queste settimane, molti dei loro esponenti.
Ora sia ben chiaro: la magistratura è e resta uno degli organi dello stato borghese ed è strutturalmente funzionale al mantenimento dell’ordine capitalista, della proprietà privata e quindi anche dello sfruttamento delle classi lavoratrici. Come ha scritto Marco Parodi “Sia chiaro, in premessa, che ogni liberaldemocrazia condivide certamente un approccio formale e borghese nei confronti dell’ordinamento giurisdizionale, con tutte le conseguenze che ciò comporta per la classe lavoratrice. Come ogni aspetto di una democrazia formale, anche la giustizia risulta profondamente incancrenita dalle profonde disuguaglianze economiche e sociali, prodotte in misura sempre crescente dal capitalismo” , aggiungendo poi che essa mostra le sue contraddizioni “nella discriminazione diffusa, nella vergognosa disparità di trattamento dei diritti e nella negazione delle libertà fondamentali, soprattutto nei confronti della classe lavoratrice, a partire dalle forme di repressione e alienazione prima e durante la fase processuale, per arrivare sino alla vergogna della detenzione infame e del sovraffollamento carcerario…”
Nel nostro paese, dopo la guerra, fu varata la Costituzione democratica, ma non ci fu, in particolare nella Magistratura, una reale epurazione dei suoi uomini del passato, né per molti anni un reale rinnovamento, per cui la magistratura rimase per tutti gli anni ’50 e 60” un ordine profondamente conservatore e la sua “indipendenza” dal potere governativo rimase ancor più sulla carta. Solo con le grandi lotte dal ’68, e ’69 in poi il sommovimento della società rideterminando i rapporti di forza tra le classi, ha condizionato in parte gli assetti della magistratura e l’agire di alcune sue parti più attente ai diritti delle classi lavoratrici e ai principi democratici, anche se molte volte astratti, della Costituzione. Questo processo di rinnovamento è avvenuto con l’inserimento dei giovani nella magistratura e poi con l’attività di una sua corrente Magistratura democratica, particolarmente attiva nel corso degli anni. Ma anche allora non era oro tutto quello che luccicava. Anzi, basti pensare al terribile depistaggio che fu messo in atto dagli apparati dello stato e da settori della magistratura per coprire gli orribili attentati delle organizzazioni neofasciste, anche se altri magistrati hanno lavorato incessantemente perché le verità venissero a galla.
Resta il fatto che il principio per cui i magistrati devono solo rispondere alle leggi e non al governo, cioè il principio della separazione dei poteri, resta un principio valido, pur nella sua formalità.
E’ questo che ancora oggi permette a molti giudici e tribunali di non avallare o convalidare atti e scelte del governo in palese contrasto con le norme democratiche della Costituzione e/o con leggi nazionali vigenti e ben precise norme democratiche europee. E’ questo che ha permesso che la magistratura non convalidasse certe misure razziste e violente del governo rispetto ai migranti o anche a certi tribunali di respingere interpretazioni e accuse assurde nei confronti di militanti sociali da parte di certe procure prone alle indicazioni e richieste governative. Vedi la lotta No tav e l’inchiesta su Askatasuna.
Ed è proprio questa indipendenza di giudizio che le destre al governo vogliono spezzare con la controriforma costituzionale.
La concezione a due velocità della giustizia di Meloni e soci
Le misure proposte dalla controriforma governativa approvate dalla maggioranza delle Camere, non tanto la separazione della carriere, ma soprattutto la frammentazione della organizzazione della magistratura, con il Consiglio Superiore diviso in due, il sorteggio per la sua elezione, l’Alta Corte Disciplinare, hanno lo scopo di porre sotto tutela questo potere dello stato e di avere pubblici ministeri espressione diretta del governo e giudici subalterni che rispondono alle attese dell’esecutivo, dimentichi delle leggi (almeno fino a che ci siano leggi effettivamente democratiche) e dei diritti sociali.
Come scrive L. Pepino: “In sintesi: si andrebbe verso una magistratura costituita da tante monadi separate, non comunicanti e burocratizzate (in conseguenza della rappresentanza definita per sorteggio e dell’indebolimento delle correnti interne e del pluralismo politico-culturale da esse indotto), i magistrati sarebbero assoggettati a una sorta di gerarchia interna (conseguente al ruolo di vertice attribuito ai magistrati di legittimità) e la componente politica assumerebbe un maggior peso negli organi di governo autonomo. Si realizzerebbe, in sostanza, un ritorno, almeno parziale, al modello di magistrato degli anni ‘50 e ‘60”.
Questa controriforma istituzionale corrisponde alla concezione del mondo e della giustizia che le estreme destre reazionarie e fasciste hanno della giustizia: un mondo costruito sul dominio e gli interessi dei capitalisti e dei potenti e sullo sfruttamento delle classi subalterne, una giustizia rispettosa e servizievole verso costoro e i loro gestori politici, una giustizia di classe pienamente aperta e dispiegata in cui i Re e i loro cortigiani siano “legibus solutus” (sciolti dalle leggi) con una magistratura che assolve e lascia fuori dalla legge i potenti e i ricchi, (grazie naturalmente anche agli avvocati ben pagati), e nello stesso tempo una magistratura implacabile che colpisce senza pietà chi sta in basso, i migranti, le classi subalterne, i poveracci e i devianti dall’ingiusto ordine capitalista.
Con i referendum del prossimo 22-23 marzo il governo punta a una magistratura pienamente conseguente con le sue scelte politiche e sociali di dominio.
E’ quanto il loro capobastone di riferimento, insediato alla Casa Bianca, ha espresso più volte in modo chiaro, non risponde ad alcuna legge, le sue scelte sono determinate solo dalla sua forza e dalla sua presunta moralità. Quale sia l’attuale mondo capitalista dei Re e dei potenti è ben espresso da quel grumo impressionante di potere e di violenza, in particolare poi di violenza contro le donne, espressa negli Epstein files.
Andiamo tutte e tutti il 22-23 marzo a votare NO per battere il disegno della Meloni, Salvini e soci di costruire uno stato autoritario da loro comandato e al servizio della classe capitalista sulle spalle delle classi popolari.
E scendiamo tutte e tutti a Roma il 28 marzo per la grande manifestazione contro il governo ed i Re.