Il rapimento di Maduro e la terza ondata coloniale
Di Vladimir Safatle
Professore di filosofia presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università di São Paulo, è considerato tra i principali studiosi di Teorica Critica in Brasile e in America Latina.
Il colonialismo 3.0 non si nasconde più: le sue motivazioni sono il saccheggio e la sua logica è la forza bruta. Non ci resta che rispondere con la lucidità di chi sa che il prossimo confine dell’impero è il nostro cortile.
1.Tra il 1884 e il 1885, le principali potenze occidentali si riunirono a Berlino per decidere come spartirsi il territorio africano. Questo evento è noto anche come “Conferenza del Congo”. Non mancarono discorsi edificanti sulla necessità di liberare questi paesi dalla schiavitù e dall’arretratezza per portare loro progresso e libertà. Il risultato fu il consolidamento di una seconda fase del processo coloniale europeo, che durò fino agli anni ’70, quando le colonie portoghesi in Africa, le ultime appartenenti a una potenza europea, ottennero finalmente l’indipendenza. Per quasi un secolo, gli africani e gli asiatici hanno capito bene cosa significassero realmente il “progresso e la libertà” europei. Saccheggio delle loro ricchezze, genocidi, massacri amministrativi, umiliazioni coloniali. Niente di molto diverso da ciò che avevano fatto secoli prima in America, in un momento in cui, per la prima volta, il diritto europeo si imponeva come diritto mondiale.
Per coloro che pensavano che questa logica apertamente colonialista e imperialista appartenesse ormai ai libri di storia, il 3 gennaio 2026 è lì a contraddirli. Perché il recente attacco degli Stati Uniti contro il Venezuela è forse solo il coronamento definitivo di una nuova era coloniale, la terza che si apre davanti a noi, dopo la “scoperta” delle Americhe e l’“incursione civilizzatrice” in Africa, con le solite grandi parole ciniche.
Messi alle strette da una crisi del capitalismo mondiale senza via d’uscita, gli Stati Uniti hanno capito che il momento storico richiedeva una ridistribuzione del globo da parte delle principali potenze nucleari per consentire il ritorno delle pratiche più esplicite di saccheggio e devastazione che hanno fatto la storia dell’accumulazione primitiva. Ciò significava che non era più sensato né perdere tempo in guerre contro potenze nucleari potenziali, come la Russia, né fingere il multilateralismo ascoltando i suoi impotenti alleati europei. Infatti, per la prima volta nella storia, l’ordine mondiale si sarebbe ricostruito senza l’egemonia europea. Così, l’Ucraina è stata lasciata nelle mani di Putin e l’America Latina è stata nuovamente considerata uno spazio libero per ogni tipo di intervento americano volto ad allontanare i cinesi. Non a caso la prima minaccia internazionale di Trump è stata diretta contro Panama, al fine di imporre i propri interessi sulla circolazione del suo canale strategico. Oggi assistiamo all’attacco al Venezuela e al rapimento del suo presidente.
Ciò significa che si sta gradualmente consolidando un nuovo ordine mondiale, con l’Europa come semplice comparsa, la Russia che ristabilisce la sua zona di interesse più immediata, la Cina come potenza che si prepara a riprendere Taiwan e gli Stati Uniti che rivelano esplicitamente il loro ruolo di vampiri dell’America Latina.
2. Azioni statunitensi di questo tipo in America Latina non sono una novità. Basti ricordare il rapimento dell’ex presidente di Panama, Manuel Noriega, nel 1989. Un’azione simile era stata condotta nel 1983 contro la piccola isola caraibica di Grenada e i suoi leader, o contro Haiti sotto Jean-Baptiste Aristide. A questa lista potremmo aggiungere tutti i colpi di Stato sponsorizzati dagli Stati Uniti nella regione, con le loro montagne di cadaveri, i loro strumenti di tortura, censura e spoliazione delle risorse della regione. Tuttavia, per un certo periodo è sembrato che l’esperienza catastrofica delle dittature latinoamericane avesse relegato al passato gli interventi più sfacciati. Oggi abbiamo la prova che non è più così. Al momento del crollo del capitalismo fossile, Elon Musk aveva già lasciato intendere che gli Stati Uniti avrebbero cercato di ottenere resto dell’energia disponibile sul pianeta, ovunque si trovasse, che fosse in Bolivia o in Venezuela.
Non è difficile capire come questa azione distrugga, una volta per tutte, il quadro giuridico internazionale che era stato creato dopo la Seconda guerra mondiale. Questo quadro era già stato seriamente scosso dalla guerra in Iraq di George W. Bush, quando gli Stati Uniti e il Regno Unito invasero l’Iraq senza alcuna autorizzazione dell’ONU e con la giustificazione del dovere di distruggere le armi di distruzione di massa che si supponeva fossero nelle mani di Saddam Hussein. Armi che nessuno ha ancora visto fino ad oggi. In realtà, ciò che il mondo ha visto è stato come cancellare un paese dalla mappa fino a ridurlo a un magazzino commerciale per le aziende americane. Poi, il resto dell’ordine mondiale è stato disarticolato a seguito dell’inerzia di fronte al genocidio a Gaza e grazia all’attacco persecutorio degli Stati Uniti nei confronti dei giudici dei tribunali internazionali di giustizia: uno dei pochi dispositivi di ordine internazionale che si sono dimostrati attivi di fronte a una tale catastrofe. Ora vediamo come funzionerà questo nuovo momento mondiale.
Per giustificare azioni di questo tipo, si possono usare i soliti vecchi argomenti triti e ritriti: che Maduro è un dittatore, che ha truccato le elezioni e altre cose simili. In effetti, il suo governo è stato catastrofico e ripeto ciò che ho già scritto in un’altra occasione: non spetta alla sinistra sostenere governi che sparano sulla propria popolazione e creano milioni di rifugiati. Ma questo è un problema che deve essere risolto dai venezuelani nel quadro del loro diritto all’autodeterminazione e all’autogoverno. Altrettanto cattiva quanto Maduro è l’opposizione venezuelana che dal 2000 cerca di rovesciare il governo.
3. Dico questo solo per sottolineare che la natura di Maduro non cambia in alcun modo il fatto che nessun paese può essere autorizzato a invadere un altro paese e a prenderne il potere. Se così fosse, il primo paese a cadere dovrebbe essere proprio uno dei più grandi alleati degli Stati Uniti, ovvero l’Arabia Saudita. Un paese che fa sembrare l’Iran una democrazia scandinava. Oppure potremmo parlare dello Stato genocida di Israele e della sua apartheid perché, se c’è qualcuno al mondo che merita di essere processato da un tribunale internazionale, quello è Benjamin Netanyahu. O dell’Ungheria, o della Turchia, ecc. In altre parole, scegliere quale governo autoritario sostenere e quale distruggere fa parte della storia delle pratiche imperialiste. E il criterio è semplicemente quello di non essere più allineati agli interessi delle potenze coloniali. Coloro che vogliono rafforzare un ordine mondiale basato su principi elementari di giustizia cercherebbero attualmente di rafforzare i tribunali internazionali, e non di distruggerli come fanno gli Stati Uniti.
Tuttavia, c’è qualcosa di ancora più drammatico per noi brasiliani. È chiaro che in questo nuovo colonialismo nordamericano in America Latina, i due paesi che mettono in discussione questa strategia sono il Messico e il Brasile. E tra questi due paesi, il problema principale è il Brasile, che ha una propria strategia geopolitica e si è dimostrato in grado di attuarla senza bisogno dell’approvazione degli Stati Uniti, mentre il Messico ha un’economia troppo dipendente per poter intraprendere progetti più ambiziosi. In altre parole, l’obiettivo principale di questa fase di ritorno all’imperialismo esplicito è il Brasile. L’attacco al Venezuela non era solo contro il Venezuela: era contro il Brasile.
Gli Stati Uniti hanno già tentato di destabilizzarci l’anno scorso, ma senza successo.
Ci riproveranno sicuramente, perché possono contare non solo sull’aiuto dell’estrema destra locale, che sogna di essere sotto il controllo di un impero, ma anche, ovviamente, su quello dei nostri cari “liberali”. Se mi consentite, tra tutta la fauna che compone la destra latino-americana, i “liberali” sono i più esotici. Sempre pronti a denunciare la “polarizzazione”, la “cultura della cancellazione” e altre “divisioni della società”, non mancano mai di sostenere un colpo di Stato o di considerare naturale che una potenza occidentale invada un Paese, rapisca il suo presidente e dichiari che d’ora in poi si approprierà del suo petrolio.
Ora, davanti a noi si apre un orizzonte di guerra continua. Il capitalismo non riesce più a ingannare nessuno con le sue vecchie promesse di stabilità e governance globale. Promesse che non sono mai state reali, ma che hanno mobilitato migliaia di discorsi e “analisi” su spazi multilaterali progressivamente costruiti, su “guerre giuste” e su coalizioni a difesa della ‘ragione’ e degli “interventi umanitari”. Almeno non dovremo più affrontare un tale cinismo. In questa nuova fase del colonialismo, le ragioni sono chiare. Anche la resistenza dovrà esserlo.
Pubblicato il 4 gennaio 2025 da Carta Capital