Il Venezuela e i limiti dell’impero cinese
Il rapimento di Maduro ha messo a nudo l’impotenza di Pechino. Miliardi investiti in America Latina, ma quando Washington interviene, la Cina può solo condannare a parole (Andrea Ferrario*)

L’operazione militare americana che ha portato al rapimento di Nicolás Maduro e di sua moglie nella notte tra il 2 e il 3 gennaio ha colto impreparati non solo il regime venezuelano, ma anche i suoi principali alleati internazionali. La dichiarazione ufficiale del ministero degli Esteri cinese ha utilizzato un linguaggio che Pechino riserva solitamente agli assassinii politici e agli eventi con vittime di massa. Il rapimento del leader venezuelano da parte delle forze speciali statunitensi ha provocato nella leadership cinese quello che i funzionari hanno definito un “profondo shock”. La condanna è arrivata immediata e netta, ma dietro la retorica diplomatica si cela una realtà molto più complessa. Solo sei ore e mezza prima che gli elicotteri americani atterrassero a Caracas, Qiu Xiaoqi, inviato speciale cinese per gli affari latinoamericani, aveva stretto la mano a Maduro nel palazzo presidenziale venezuelano per riaffermare il sostegno di Pechino al regime. L’imbarazzo diplomatico che ne è conseguito è evidente.
Nonostante le dichiarazioni di condanna e le richieste di rilascio immediato della coppia presidenziale, nessuna azione concreta è seguita alle parole. Questa paralisi operativa rivela molto più di quanto Pechino vorrebbe ammettere riguardo al reale stato della sua influenza globale. Il rapimento di Maduro è avvenuto in un momento in cui la Cina, pur esibendo la propria forza militare con imponenti manovre attorno a Taiwan condotte solo tre o quattro giorni prima, si trova alle prese con gravi difficoltà economiche interne e purghe massicce nei ranghi diplomatici e militari. Durante tali esercitazioni navali e aeree, che hanno visto Pechino dispiegare la più grande dimostrazione di forza mai vista nello Stretto, l’amministrazione Trump ha mantenuto una posizione ambigua che ha lasciato molti osservatori perplessi. Il timing non poteva essere più significativo. La Cina si trova in una fase di evidente debolezza strutturale, con un’economia che perde colpi mese dopo mese e una leadership che cerca disperatamente una distensione con Washington proprio mentre i rapporti bilaterali venivano considerati da molti commentatori come destinati a un nuovo confronto frontale.
L’operazione militare americana si inserisce nella National Security Strategy pubblicata dall’amministrazione Trump a dicembre 2024, che identifica la dominanza USA nell’emisfero occidentale come priorità assoluta. Il documento promette di far rispettare una nuova versione della dottrina Monroe in chiave trumpiana, affermando esplicitamente che Washington negherà ai «concorrenti non emisferici» la capacità di posizionare forze o controllare posizioni strategicamente vitali nell’emisfero. Il riferimento ai porti cinesi come Chancay e agli impianti energetici controllati da Pechino in America Latina è inequivocabile: il rapimento di Maduro non è un episodio isolato, ma l’apertura di una campagna sistematica per riaffermare l’egemonia americana nella regione.
A livello diplomatico, ciò che è emerso nelle ore successive al rapimento è un modello di comportamento cui abbiamo già assistito in altre circostanze recenti. Quando l’Iran ha subito attacchi militari da parte di Israele e degli Stati Uniti, Russia e Cina hanno offerto supporto diplomatico a parole, ma sono rimaste immobili nei fatti. Quando il regime di Assad è collassato in Siria, Mosca ha potuto solo evacuare frettolosamente il dittatore senza poter impedire la caduta del governo. Ora il Venezuela si aggiunge a questa lista di alleati abbandonati nel momento del bisogno. La Russia, alleato tradizionale di Caracas, ha impiegato ore per reagire e quando lo ha fatto ha emesso tre comunicati separati, a distanz l’uno dall’altro, che rivelavano esitazione e confusione. Il ministro degli Esteri Lavrov si è limitato a esprimere “forte solidarietà” in una telefonata con la vicepresidente venezuelana Delcy Rodríguez, senza alcun accenno a misure concrete. Fjodor Lukjanov, analista politico vicino al Cremlino, ha ammesso candidamente che “è improbabile che il Cremlino interrompa l’intera partita con un partner di fondamentale importanza come Trump per questioni secondarie”. I blogger militari russi, spesso vicini all’establishment della difesa, hanno espresso frustrazione per il fatto che gli Stati Uniti hanno eseguito una vera “operazione militare speciale” mentre la Russia “combatte da quattro anni” in Ucraina senza risultati paragonabili. Le preoccupazioni economiche hanno pesato ancora di più delle considerazioni strategiche. Se Washington dovesse effettivamente prendere il controllo dei giacimenti petroliferi venezuelani, controllerebbe più della metà delle riserve mondiali di greggio, con conseguenze dirette per un’economia russa che dipende quasi interamente dalle esportazioni di idrocarburi.
La risposta tiepida di Pechino e Mosca non è passata inosservata sui social media cinesi, dove i post sull’operazione americana hanno generato oltre 440 milioni di visualizzazioni sulla piattaforma Weibo. Molti commentatori hanno visto nell’azione militare statunitense un possibile modello per risolvere la questione taiwanese, con messaggi che invocavano un raid simile su Taipei per catturare il presidente Lai Ching-te. Tuttavia, questa interpretazione appare più frutto di nazionalismo da tastiera che di analisi realistica delle capacità militari cinesi. Drew Thompson, esperto di questioni militari asiatiche citato da Blooomberg, ha osservato che l’Esercito Popolare di Liberazione non possiede alcuna esperienza in operazioni di questo tipo, che richiedono decenni di addestramento in ambienti ostili. Le forze speciali americane che hanno condotto il raid su Caracas rappresentano il culmine di una lunga tradizione operativa che la Cina semplicemente non ha. Thompson ha suggerito che, se Pechino volesse neutralizzare la leadership taiwanese, avrebbe maggiori probabilità di successo con assassinii mirati piuttosto che con operazioni di cattura complesse.
L’analisi più lucida è forse quella apparsa sul Wall Street Journal il 30 novembre scorso, quindi ben prima del rapimento di Maduro, con la quale la testata ha descritto il Venezuela come un laboratorio dove la Cina sta scoprendo i limiti concreti della propria influenza globale. Russia e Cina si sono rivelate sostanzialmente impotenti di fronte alle minacce americane di agire contro il Venezuela. Per Mosca, il costo della guerra in Ucraina limita qualsiasi capacità di proiezione di potenza altrove. Per Pechino, un’economia in difficoltà riduce i margini di manovra proprio mentre entrambe le potenze stanno cercando di negoziare accordi con l’amministrazione Trump. Sprecare capitale politico per il Venezuela non sembra essere una priorità per nessuna delle due. La promessa di Trump di continuare a vendere petrolio venezuelano alla Cina e ad altri acquirenti ha aggiunto un ulteriore elemento di incertezza. Il presidente americano si è affrettato a rassicurare Pechino dicendo che “siamo nel business del petrolio, glielo venderemo”, ma nello stesso periodo ha minacciato tariffe del 60% sulle merci che transitano dal nuovo megaporto cinese di Chancay in Perù. Il proverbiale andamento ondivago delle dichiarazioni di Trump rende difficile prevedere quale sarà la sua politica effettiva, e la stessa situazione sul campo rimane poco chiara. Come possano gli Stati Uniti “governare” il Venezuela senza truppe di terra dispiegate sul territorio rimane un interrogativo per ora senza risposta.
Il Venezuela come laboratorio dell’influenza cinese
L’incertezza sul futuro del Venezuela e sulla reale capacità degli Usa di controllare il paese è in netto contrasto con la certezza dei numeri che legano Caracas a Pechino. Il Venezuela è il maggior debitore della Cina in America Latina, con circa 60 miliardi di dollari in prestiti statali cinesi concessi dal 2005, quasi il doppio di quanto deve il Brasile, secondo nella classifica dei debitori. Questi fondi sono stati destinati principalmente a progetti energetici e infrastrutturali attraverso il programma definito “oil-for-loans”, che prevede un rimborso tramite forniture petrolifere piuttosto che in valuta. Secondo i dati del think tank Beyond The Horizon, a dicembre 2025 il Venezuela doveva ancora alla Cina circa 12 miliardi di dollari, mentre la rivista Forbes ha calcolato che questa esposizione rappresenta la maggiore posizione garantita da materie prime di un singolo paese nell’intero portafoglio di prestiti cinesi all’estero. Questo intreccio finanziario crea una situazione paradossale. La Cina ha troppo da perdere per abbandonare completamente Maduro, ma proprio l’entità dell’esposizione finanziaria limita la sua capacità di rischiare un confronto diretto con Washington che potrebbe mettere a repentaglio altri interessi più vitali.

Il petrolio venezuelano scorre nelle arterie dell’economia cinese con una regolarità che nemmeno le sanzioni americane sono riuscite a interrompere completamente. La Cina assorbe tra l’80% e il 90% delle esportazioni di greggio venezuelano, a seconda delle diverse stime, in un momento in cui il petrolio rappresenta il 95% delle entrate totali del paese sudamericano. Prima della quarantena USA sulle esportazioni petrolifere, il greggio venezuelano rappresentava circa il 10% delle importazioni di petrolio cinese a prezzi scontati. Se Pechino dovesse perdere anche le forniture iraniane a causa dei disordini interni in corso, la Cina potrebbe trovarsi a dover sostituire quasi un terzo delle sue importazioni petrolifere, un colpo devastante per un’economia già in difficoltà. A marzo 2025 le esportazioni venezuelane verso la Cina avevano raggiunto i quattrocentomila barili al giorno, il livello più alto dal 2023. Questo flusso avviene attraverso una rete opaca di intermediari che utilizza quella che viene definita una “flotta fantasma” di petroliere. Questo sistema parallelo di commercio petrolifero, che rappresenta una delle più grandi operazioni di elusione delle sanzioni internazionali mai documentate, tradisce la complessità degli interessi in gioco e le difficoltà che Washington ha incontrato nel cercare di fermare i flussi.
La relazione tra Pechino e Caracas ha assunto negli anni anche una dimensione militare che va ben oltre i semplici scambi commerciali. Dopo che gli Stati Uniti hanno proibito nel 2006 tutte le vendite commerciali di armi al Venezuela, la Cina è diventata il principale fornitore di equipaggiamento militare per il regime. Tra il 2009 e il 2019, Pechino ha trasferito ai cinque maggiori acquirenti latinoamericani di armamenti cinesi, con il Venezuela in testa alla lista, equipaggiamenti per un valore complessivo di 634 milioni di dollari. Cuba, altro alleato stretto di Pechino nella regione, ha ospitato negli ultimi anni diverse visite portuali di navi della Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione cinese. Sul territorio venezuelano operano stazioni satellitari cinesi che fanno parte di una rete globale di installazioni spaziali di Pechino, con la relativa presenza di personale tecnico cinese sul territorio venezuelano.
La penetrazione tecnologica cinese in Venezuela ha assunto forme particolarmente intrusive che richiamano i modelli di controllo sociale sviluppati nella Repubblica Popolare. Nel 2016, il governo Maduro ha introdotto la cosiddetta “carta della patria”, un documento di identità digitale sviluppato con tecnologia cinese che gli attivisti temono venga utilizzato per sorveglianza di massa e violazione sistematica della privacy dei cittadini. Il sistema fa parte di un modello più ampio di esportazione di tecnologie di controllo che la Cina ha replicato in diversi paesi latinoamericani, sempre con la giustificazione ufficiale della lotta al crimine e del miglioramento della sicurezza pubblica. Questa dimensione del rapporto bilaterale è forse quella che rivela con maggiore chiarezza la natura del partenariato. Pechino non esporta solo capitali e tecnologie, ma anche modelli di governance autoritaria che trovano governi disposti ad adottarli in cambio di supporto economico e politico.
Sulla carta, la relazione tra Cina e Venezuela è stata elevata al rango di “comprehensive strategic partnership”, una definizione che Pechino utilizza per i suoi alleati più stretti. Xi Jinping ha definito pubblicamente questo legame come un impegno che dovrebbe resistere a qualsiasi tempesta. Qiu Xiaoqi, l’inviato che ha incontrato Maduro poche ore prima del raid americano, era a Caracas per rivedere i circa seicento accordi politici ed economici che legano i due paesi. Nel maggio 2025, Xi aveva scritto personalmente a Maduro assicurandogli che la Cina avrebbe sempre supportato il Venezuela “nella salvaguardia della sovranità, della dignità nazionale e della stabilità sociale”, ma quando nei mesi precedenti al rapimento Maduro ha inviato richieste esplicite a Pechino, Mosca e Teheran per ottenere armi e assistenza militare di fronte alla crescente pressione americana, queste richieste sono rimaste senza risposta. Le lettere inviate a Xi per ottenere una “cooperazione militare più intensa”, inclusa la fornitura urgente di sistemi radar di rilevamento, non hanno prodotto alcun risultato concreto visibile e queste richieste siano state sostanzialmente ignorate. Come se non bastasse, i sistemi radar cinesi già installati in Venezuela non sono riusciti a rilevare l’avvicinamento delle forze speciali americane, replicando l’umiliante fallimento degli equipaggiamenti cinesi e russi durante gli attacchi israeliano-americani in Iran. L’episodio ha esposto pubblicamente l’inefficacia delle armi fornite dall’asse Pechino-Mosca-Teheran, minando ulteriormente la credibilità della Cina come fornitore militare affidabile. Questa dimostrazione pubblica dell’inefficacia militare cinese conferma quanto già emerso sul piano diplomatico, e cioè che la Cina ha troppo da perdere nell’abbandonare formalmente il Venezuela, ma ha molto di più da perdere in un eventuale scontro con Washington, soprattutto nel momento di debolezza strutturale in cui si trova. Difendere davvero Maduro significherebbe mettere a rischio la relazione con l’amministrazione Trump, un prezzo che Pechino evidentemente non è disposta a pagare.
L’America Latina nell’orbita cinese, tra ascesa e resistenze
La vicenda venezuelana non è un caso isolato e rappresenta invece la versione estrema di una relazione che la Cina ha costruito con l’intera America Latina negli ultimi 25 anni. Il commercio tra Pechino e la regione è esploso da 12 miliardi di dollari nel 2000 a una cifra compresa tra 450 e 520 miliardi nel 2023 e 2024, con un tasso di crescita medio annuo del 31% tra il 2000 e il 2008, gli anni del boom delle materie prime. La Cina è oggi il secondo partner commerciale dell’America Latina nel suo complesso, dopo gli Stati Uniti, ma è diventata il primo per il Sud America considerato separatamente, avendo superato Washington come principale partner di Brasile, Cile, Perù e altri paesi. Tra 22 e 24 dei 33 paesi membri della Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici hanno aderito alla Belt and Road Initiative, con la Colombia entrata formalmente nel maggio 2025 e Panama uscita nello stesso periodo sotto pressione americana. Le banche statali cinesi hanno erogato oltre 120 miliardi di dollari in prestiti ai governi latinoamericani dal 2005, anche se i nuovi impegni di prestito sono crollati drasticamente negli anni 2020, scendendo quasi a zero in alcuni periodi. Nel primo semestre del 2025, nonostante un record globale di impegni legati alla Belt and Road Initiative pari a 123 miliardi, l’America Latina ha ricevuto appena l’1,14% degli impegni di costruzione e lo 0,4% degli investimenti totali, segnalando un possibile calo di priorità relativa della regione nei piani di Pechino.
I progetti simbolo dell’espansione cinese rivelano tanto le ambizioni quanto i limiti di questa strategia. Il porto di Chancay in Perù, inaugurato nel novembre 2024 da Xi Jinping in persona, ha richiesto un investimento di 3,6 miliardi di dollari, di cui 1,3 miliardi versati dalla società statale cinese COSCO che detiene il 60% della proprietà. Con una capacità prevista di 1,5 milioni di contenitori all’anno, il porto è destinato a ridurre i tempi di navigazione tra il Sud America e l’Asia di 10 giorni. L’altro grande progetto, ancora sulla carta, è la Ferrovia Transoceanica che dovrebbe collegare l’Atlantico brasiliano al Pacifico peruviano attraversando l’Amazzonia e le Ande. Con un costo stimato superiore ai 50 miliardi di dollari, il progetto affronta ostacoli tecnici, ambientali e burocratici tali che rimane ancora in fase di studi di fattibilità, nonostante sia stato lanciato concettualmente già nel 2014. Al centro di questa rete di interessi si colloca il Brasile, che Xi ha definito “partner regionale più importante” e “àncora” per l’integrazione finanziaria basata sul renminbi. Durante la visita di Lula a Pechino nel maggio 2025, i due paesi hanno firmato 37 accordi bilaterali e hanno elevato il loro partenariato a “China-Brazil Community with a Shared Future for a More Just World and a More Sustainable Planet”. È stato rinnovato uno swap valutario di 190 miliardi di renminbi, equivalenti a 26 miliardi di dollari, valido per cinque anni, e la cooperazione è stata estesa per i prossimi 50 anni in settori che vanno dalle infrastrutture sostenibili all’aerospazio, dall’agricoltura alla tecnologia. Lula ha criticato apertamente “la tassazione che il presidente degli Stati Uniti ha cercato di imporre al pianeta “, mentre Xi ha descritto il Brasile come partner chiave per co-guidare la risposta del “sud globale” alla frammentazione geopolitica.
I settori attraverso cui la Cina è penetrata nelle economie latinoamericane disegnano una mappa degli interessi strategici di Pechino. In campo energetico, tra il 2000 e il 2018 sono stati investiti 73 miliardi di dollari nel settore delle materie prime, con particolare focus sul litio nel cosiddetto Triangolo del Litio formato da Argentina, Bolivia e Cile, che contiene circa metà delle riserve mondiali conosciute. Nel 2023, la Cina ha speso 3 miliardi per acquisire due fornitori di elettricità in Perù, consolidando una posizione quasi monopolistica nella distribuzione elettrica del paese. Sul fronte tecnologico e digitale, Huawei domina le reti 5G in gran parte del continente nonostante gli avvertimenti americani sui rischi di cybersicurezza, con oltre la metà delle reti 3G e 4G in Brasile che utilizzano equipaggiamento dell’azienda cinese. La cooperazione si estende all’intelligenza artificiale, alle città intelligenti, al cloud computing e ai big data. In Ecuador, Bolivia e Venezuela sono stati installati sistemi di sorveglianza con tecnologia cinese che includono il riconoscimento facciale. La dimensione militare e di sicurezza, già evidenziata nel caso venezuelano, si estende all’intera regione. Il piano d’azione concordato con la CELAC (Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici) include inziative di cooperazione su cybersicurezza, antiterrorismo e lotta al crimine transnazionale, con la proposta di creare meccanismi di collegamento tra i team nazionali di risposta alle emergenze informatiche. Al forum CELAC tenutosi a Pechino nel maggio 2025, Xi ha annunciato una linea di credito di 66 miliardi di renminbi, pari a 9,2 miliardi di dollari, per progetti di sviluppo, insieme a un piano d’azione congiunto 2025-2027 che copre oltre 50 domini di cooperazione.
Dietro i numeri impressionanti e i progetti faraonici si nasconde però una realtà molto più problematica che sta generando resistenze crescenti a livello locale. Un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato nel 2023 ha analizzato 18 progetti cinesi in cinque paesi latinoamericani, concludendo che violavano sistematicamente i diritti umani delle popolazioni locali. Gli impatti ambientali e sociali sono in molti casi devastanti. In Perù, la miniera Las Bambas ha provocato proteste continue della comunità Fuerabamba, con blocchi stradali che hanno paralizzato più volte le operazioni. In Ecuador, il progetto minerario Rio Blanco ha scatenato una mobilitazione della comunità Waorani, i cui membri hanno denunciato che “i cinesi sono i nuovi colonizzatori che rovinano l’armonia della nostra terra”, mentre in Argentina, la costruzione delle dighe sul fiume Santa Cruz è stata avviata senza una valutazione di impatto ambientale, costringendo la Corte Suprema a ordinare la sospensione dei lavori. A Molleturo, ancora una volta in Ecuador, i residenti hanno organizzato messo a punto strategie di resistenza contro un altro progetto minerario gestito da una società cinese. Il problema fondamentale, secondo chi studia questi fenomeni sul campo, è che le aziende cinesi non considerano le comunità locali come interlocutori validi, riconoscendo solo i governi nazionali come controparte. Le aziende operano con una logica definita “cinesi per cinesi”, segregando i lavoratori, portando cuochi dalla Cina, creando accampamenti separati e considerando che la pace sociale non sia un loro problema.
La questione ambientale si intreccia con quella della riprimarizzazione economica, un processo attraverso cui l’America Latina viene riportata al suo ruolo storico di esportatore di materie prime invece di diversificare verso manifatture e servizi. La Cina acquista dalla regione principalmente soia, rame, petrolio e litio, mentre esporta prodotti manifatturieri ad alto valore aggiunto, elettronica e macchinari. Invece di fungere da agente di diversificazione produttiva, Pechino rafforza le dinamiche economiche storiche che mantengono questi paesi dipendenti da una serie limitata di prodotti primari. Le aziende cinesi portano inoltre standard ambientali e lavorativi inferiori rispetto a quelli occidentali, operando secondo quello che è stato definito un “modello corrotto” nel quale i diritti dei lavoratori non vengono rispettati e la loro segregazione è la norma. Le cosiddette trappole del debito rappresentano un altro nodo critico. Venezuela, Ecuador e Argentina sono accusati di essere caduti in situazioni di indebitamento insostenibile che possono portare a default e perdita di controllo su asset strategici, con diversi paesi che stanno cercando di rinegoziare i termini del loro debito con Pechino. Infine, molte infrastrutture sono a doppio uso civile e militare. Il porto di Chancay, le stazioni spaziali in Argentina, i sistemi di telecomunicazione Huawei potrebbero essere utilizzati per scopi militari o di intelligence in caso di conflitto. A dicembre 2025 è emerso che l’Esercito Popolare di Liberazione ha condotto esercitazioni militari simulando operazioni di combattimento nell’emisfero occidentale, con scenari che includevano Cuba, il Golfo del Messico e i Caraibi. I porti capaci di accogliere mega-contenitori possono accogliere anche navi da guerra cinesi, una prospettiva inquietante per le popolazioni locali.
Il saldo finale è quello di una situazione paradossale. Mentre la Cina rallenta i suoi impegni nella regione a causa delle difficoltà economiche interne, i sondaggi mostrano che in Messico quasi due terzi degli intervistati preferiscono più affari con Pechino che con Washington, e maggioranze simili esistono in Brasile, Cile, Colombia e Perù. Ma questa preferenza dell’opinione pubblica contrasta nettamente con la realtà dei rapporti che Pechino intrattiene con la regione. Gli alleati della Cina non sono le popolazioni latinoamericane, bensì i governi, spesso autoritari, che trovano conveniente il modello cinese di cooperazione senza condizioni politiche apparenti. Il caso venezuelano ha fornito una risposta sulla natura di questo sostegno. Quando un regime alleato si è trovato sotto attacco diretto, l’impero delle materie prime si è rivelato incapace o non disposto a fare altro che emettere comunicati di condanna. L’influenza cinese in America Latina risulta ampia ma fragile, commerciale ma non strategica, capace di erodere il predominio americano nella routine quotidiana ma impotente nei momenti di crisi reale.
*articolo apparso su substak.com il 5 gennaio 2026