Perché una finanziaria così aggressiva è passata senza una reazione adeguata
Considerazioni sull’autunno e sulle scelte delle forze sindacali e politiche di opposizione [Franco Turigliatto]
La valutazione su quanto è avvenuto in questo autunno, sui contenuti della finanziaria e sulle sue conclusioni non può prescindere da un giudizio sulle scelte e sui comportamenti delle forze di opposizione e sui sindacati.
La domanda che è necessario porsi è: “Come è stato possibile che non ci sia stata una reazione adeguata da parte delle lavoratrici e dei lavoratori per mettere dei cunei nel processo di discussione di una finanziaria aggressiva verso le classi subalterne e così fortemente liberista a vantaggio della classe capitalista, di creare un conflitto sociale che mettesse in difficoltà il governo, ne intralciasse l’azione, visto anche i contrasti interni alla sua maggioranza? La domanda è tanto più necessaria anche perché partiva da una situazione sociale non certo tranquilla, ma segnata da grandi sconvolgimenti internazionali e soprattutto da grandi manifestazioni di massa contro il genocidio palestinese, che chiamavano direttamente in causa il governo italiano stesso, palesemente complice di quello sionista israeliano.
Inoltre grande era stato lo stupore, ma anche la gioia e le speranze suscitate dal fatto che lo sciopero dichiarato dai sindacati di base di fine settembre aveva avuto grande successo (contenuto sul piano della adesione complessiva allo sciopero, ma travolgente nella partecipazione di massa alle manifestazioni) e che poco dopo, il 3 ottobre, un secondo sciopero questa volta chiamato dai sindacati di base e CGIL congiuntamente aveva avuto un successo ancor più ampio e formidabile, segnando il paese tutto. E in queste manifestazioni il tema delle politiche governative di riarmo e di attacco al welfare e la necessità di contrastarle era stato egualmente presente.
Sarebbe stato necessario sfruttare questi grandi successi, questa grande tensione etica e politica, questo spirito unitario foriero di speranze, questa breccia sociale che si stava aprendo per allargarla al massimo, per costruire un rigetto complessivo alle politiche del governo, per costruire una mobilitazione che tenesse insieme le mobilitazioni contro il genocidio e le guerre, contro il riarmo con quelle per difendere le condizioni di vita delle e dei salariati e i diritti sociali.
Sono stati in molti i soggetti che hanno fatto scelte che hanno disperso queste potenzialità reali presenti che potevano imprimere una svolta nella situazione politica e sociale del paese.
I sindacati di base hanno solo ricercato una rendita di posizione facendo un nuovo sciopero per conto loro, accontentandosi di loro specifiche manifestazioni (più ampie rispetto ad anni passati) cercando di conquistare nuove adesioni mostrandosi i più coerenti e combattivi, ma rinunciando così ad incidere realmente sui rapporti di forza complessivi tra le classi, che richiedono una dimensione di massa ben superiore.
Ma la direzione della CGIL non è stata da meno, anzi data la sua dimensione di principale sindacato del paese, ha fatto anche di peggio. Ha scelto di non confluire nello sciopero già dichiarato del 28 novembre, di convocare il suo sciopero tardi e sotto le feste, nei fatti identitario di pura preservazione del suo apparato e del suo ruolo; in questo modo invece di sfruttare le dinamiche unitarie e mobilitanti che si erano prodotte ha contribuito in modo decisivo al ripiegamento complessivo delle mobilitazioni. Che poi in fondo era la preoccupazione principale del suo apparato burocratico e conservatore.
Ma una parola va però anche aggiunta sul ruolo degli altri due sindacati confederali di massa.
La Uil si è da subita discostato dalla CGIL sulla questione della solidarietà verso il popolo palestinese rientrando nei ranghi e firmando accordi sindacali contrattuali penalizzanti su cui fino a qualche giorno prima era stata reticente e quindi anche una accettazione delle politiche del governo e della stessa finanziaria, al di là di alcune vuote dichiarazioni.
La CISL da tempo ha scelto di essere un vergognoso reggicoda delle politiche del governo dandogli un aperto sostegno. Resta fatto drammatico che questa confederazione che ha milioni di iscritti, di lavoratrici e lavoratori, giochi questo ruolo reazionario. Difficile non ricordarsi le parole di Lenin quando parlava di certi esponenti delle burocrazie sindacali come “agenti della borghesia all’interno del proletariato”; è un linguaggio oggi poco comprensibile ai più, ma resta un fatto obbiettivo. Infatti il vecchio segretario della CISL, lasciato il suo incarico sindacale, è passato direttamente ad essere ministro del governo Meloni.
Per quanto riguarda l’opposizione istituzionale e sociale del PD e del M5S, i loro limiti, le divisioni che dividono i due partiti, le scarse disponibilità e le loro paure a costruire una forte mobilitazione sociale sono davanti agli occhi di tutti. E in forme diverse sono del tutto interni al quadro borghese definito. Non sono state di “grande” aiuto nel costruire quella mobilitazione che sarebbe stata necessaria contro la legge finanziaria, anche perché alla prova dei fatti non sarebbero disponibili a scelte serie di rottura con le politiche liberiste dominanti, come i loro comportamenti governativi passati ben lo dimostrano.
L’autunno che si era aperto con il sole caldo e promettendo delle manifestazioni per la Palestina, ma anche contro le politiche sociali e repressive del governo, si chiude quindi con l’inizio dell’inverno e con il varo della finanziaria dei padroni e, nei fatti, con una sconfitta del movimento di massa.
Il governo, sostenuto dai media rilancia una campagna violenta e repressiva contro i movimenti dei giovani, criminalizza in vari modi le mobilitazioni di solidarietà internazionale con il popolo palestinese per ricacciare indietro i processi di parziale politicizzazione avvenuta, apre una campagna di guerra mediatica per sostenere l’operazione di riarmo che coinvolge tutta l’Unione Europa dove si rilancia la leva militare e si cerca di preparare l’opinione pubblica a fare le vere guerre, mentre poco o nulla si fa per chiudere quelle in atto. Esultano le industrie militari e schizzano in alto i loro profitti. Abbiamo un pessimo governo di estrema destra, ma è tutta l’Europa, compresa la Commissione europea, che va a destra. E lo scontro tra gli imperialismi prosegue negando il diritto dei popoli alla loro autodeterminazione e delle classi lavoratrici ad avere una condizione di vita degna.
La lotta contro le politiche economiche liberiste deve essere così sempre più intrecciata con la lotta contro la guerra per una prospettiva di solidarietà internazionalista delle classi lavoratrici, per difendere il loro futuro. Ci sarà molto da fare nel 2026.