Salari e pensioni nella finanziaria
Grande è stata la propaganda di governo, ma anche dai media, sul taglio dell’IRPEF previsto nella legge di bilancio e sul conseguente aumento dei salari e dei redditi [Franco Turigliatto]
La riduzione dell’Irpef per i redditi tra 28.000 e 50.000 euro, con il passaggio dalla aliquota dal 35% al 33% interessa una platea di 13,9 milioni di lavoratrici e lavoratori. In realtà questa misura comporta al massimo un aumento di reddito annuale di 440 euro e solo per coloro che hanno un reddito che si avvicina ai 50.00 euro o li supera. Siamo di fronte a una misura modestissima che per di più vale soprattutto per i redditi medi e alti. Se va bene, la maggioranza delle lavoratrici/tori interessati avrà un aumento che otrà variare tra 6 euro a 23 euro in più al mese. Quelli privilegiati (con redditi annui compresi tra i 50.000 e i 200.000 euro) 37 al mese.
Le cosiddette riduzioni del carico fiscale sul lavoro varranno circa 2,1 miliardi attraverso la riduzione al 5% degli aumenti contrattuali sottoscritti dal 1°gennaio 2024 al 31 dicembre 2026 all’1% dei premi di produzione, gli straordinari e il lavoro notturno al 5%. Riguardano 3,8 milioni di salariati.
Gli studi della CGIL hanno calcolato che, tra il 2022 e il 2025, soprattutto a causa dell’inflazione sono circa 25 i miliardi di euro sottratti ai redditi fissi, cioè in media circa 2000 euro persi da ciascuna lavoratrice o lavoratore.
E’ chiaro quindi che ci troviamo di fronte a una vera e propria elemosina del governo. Per di più le ricerche di questi giorni segnalano che quegli stessi aumenti previsti dalla legge finanziaria potranno essere vanificati dagli effetti del fiscal drag. La maggior parte delle categorie non è riuscita a recuperare in alcun modo gli effetti prodotti dall’amento dei prezzi e dallo straordinario ritardo di anni con cui molti contratti sono stati rinnovati, a partire dal settore pubblico. Per moltissimi lavoratrici e lavoratori la perdita oscilla tra il 5 e il 10%. L’inflazione particolarmente alta per energia e alimentari ha colpito in particolare i redditi minori con una perdita che arriva fino al 20%.
Affrontare il tema del salario seriamente, vorrebbe dire garantire alle lavoratrici e ai lavoratori del pubblico e del privato forti aumenti salariali, cioè far pagare i padroni, ridurre i loro profitti, far si che almeno una parte dell’aumento della produttività vada a vantaggio di chi lavora, ma anche un meccanismo di scala mobile come era nel passato e ridisegnare completamente la struttura del fisco che oggi grava prevalentemente sulla classe lavoratrice e pensionate/i. E’ stata cassata perfino la debole proposta di far scattare un aumento dei salari automatico agganciato all’inflazione per i contratti non rinnovati da oltre due anni.
Si devono aggiungere altre due considerazioni di fondo: le misure del governo sono del tutto ingannevoli perché producono una pericolosa riduzione delle entrate dello stato e quindi produrranno inevitabilmente una riduzione dei servizi sociali, civili, assistenziali e sanitari, lo stato toglie con una mano quel poco che concede con l’altra mano. Infatti la riduzione dell’IRPEF sarà di quasi 3 miliardi all’anno; minore, ma non meno significativa la riduzione delle entrate per l’addizionale regionale, 2,5 milioni e per quella comunale, 1 milione. Facile indovinare che cosa potranno fare o non fare le amministrazioni locali avendo minori entrate.
Infine e soprattutto in conclusione queste riduzioni fiscali sul lavoro non sono altro che una misura per i padroni; servono a questi per poter “tacitare” le richieste salariali, sborsando molto meno di quel dovrebbero dare e di chiudere in quel modo i contratti di lavoro. Il cerchio delle politiche liberiste in cui sono solo questi a vincere si chiude così.
Pensioni
La legge Fornero è più che mai viva dopo l’ennesima grande discussione o manfrina come in realtà è stata e rende sempre più lontana la soglia del raggiungimento dei requisiti per lasciare il lavoro. La scelta della classe borghese e dei loro governi in ogni paese, compreso il nostro è molto chiara. Trattenere il più possibile le persone al lavoro, magari anche licenziarle e lasciarle sul lastrico, ritardare o rendere economicamente impossibili le uscite anticipate. Così anche quota 103 e opzione donna, pur penalizzanti, vengono ora cancellate mentre viene confermato il bonus per chi pur avendo conseguito i requisiti, resta ancora al lavoro.
Conclusione della finanziaria: l’età necessaria e i contributi per andare in pensione si alzano ancora. I tre mesi in più previsti dall’Istat secondo le regole della Fornero restano tutti, vengono solo diluiti in due anni (un mese nel 2027 e due mesi nel 2028. A partire da quell’anno serviranno 67anni e tre mesi per conquistare il diritto alla pensione (con la sola eccezione dei lavoratori impiegati in attività gravose o usuranti) oppure 43 anni e un mese di contributi per gli uomini (un anno in meno per le donne).
Il peggio però non ha mai fine. La norma varata un anno fa che permetteva di agganciare la rendita dei fondi pensioni alle soglie di uscita e di poter andarsene a 64 anni è stata semplicemente cancellata.
Resta un mistero perché migliaia e migliaia di lavoratori hanno continuato, nonostante l’evidenza, a credere alle sparate di un fanfarone pericoloso come Salvini e a votarlo. Potenza delle illusioni.