Il debito privato ossessiona il mondo della finanza

La megalomania dei giganti del digitale finisce per spaventare Wall Street. Il malessere si estende ben oltre il settore tecnologico: mentre la congiuntura economica peggiora, il mondo finanziario teme che le montagne di debiti privati che hanno alimentato l’economia negli ultimi anni non possano essere ripagate [Martine Orange*]

L’acronimo era scomparso dalle conversazioni del mondo finanziario da anni. Più precisamente dalla fine della crisi dell’euro. Nelle ultime settimane è ricomparso improvvisamente a Wall Street. Ancora una volta, i finanzieri stanno iniziando a seguire con attenzione l’andamento dei CDS (credit default swap) (1), quei prodotti di copertura che dovrebbero proteggere i loro investimenti in caso di difficoltà. Ma questa volta non sono i CDS sui titoli di Stato, i debiti pubblici, che stanno esaminando attentamente, bensì quelli sul debito privato, le obbligazioni di alcuni gruppi privati.

Più che la congiuntura economica, l’occupazione o le ultime dichiarazioni di Donald Trump, sono questi indicatori, che sintetizzano gran parte della situazione attuale, a concentrare la loro attenzione. I segnali che questo mercato invia loro non piacciono affatto.

Dall’inizio dell’anno, gli impegni nozionali (2) coperti da questi strumenti sono più che quadruplicati per le società statunitensi. Allo stesso tempo, alcuni di essi stanno iniziando a registrare aumenti spettacolari, indicando un aumento dei rischi.

Il settore dell’intelligenza artificiale, delle tecnologie e del digitale è oggetto di particolare attenzione. Il volume dei CDS relativi a una manciata di gruppi legati al digitale – OpenAI, Meta, Google, Microsoft, Oracle, Amazon – è aumentato di oltre il 9% da settembre, secondo la camera di compensazione DTCC (3), riflettendo un crescente malessere degli investitori nei confronti di questo settore e l’urgente necessità di coprirsi. (4)

Dopo essere stati affascinati dai giganteschi progetti di investimento annunciati negli ultimi mesi dai giganti del digitale, i finanzieri stanno iniziando a fare i conti. Negli ultimi mesi sono stati promessi oltre 1’000 miliardi di investimenti in data center, centrali elettriche e altre unità di produzione. Ma per la prima volta, i giganti del digitale hanno deciso di ricorrere massicciamente al debito per finanziarsi.

Dall’autunno, seri dubbi hanno cominciato ad insinuarsi Tutti questi progetti potranno vedere la luce? Saranno almeno in grado di garantire il rimborso dei prestiti concessi, talvolta su venti o venticinque anni, in un contesto in cui il futuro esatto dell’intelligenza artificiale e la sua capacità di generare profitti sono sconosciuti?

Lo shock e le sue ripercussioni

Il caso di Oracle, progettista di sistemi di gestione dei dati, basta da solo ad illustrare la situazione. Portato al culmine nel mese di settembre, con una capitalizzazione di borsa che superava i 1’000 miliardi di dollari, il titolo ha subito da allora un calo superiore al 45%. Preoccupati dall’enormità del debito – quasi 500 miliardi – che il gruppo intende contrarre nei prossimi tre anni per costruire decine di data center, gli investitori hanno iniziato a spaventarsi. Il CDS a cinque anni di Oracle, specchio inverso dei titoli obbligazionari del gruppo, è balzato di 135 punti base (1,35%) negli ultimi giorni. Spaventati, i fondi si stanno ritirando da alcuni progetti del gruppo.

Sempre più gestori di fondi, investitori e analisti finanziari sono convinti che questa febbre non possa durare: in un contesto finanziario così instabile, la bolla dell’intelligenza artificiale prima o poi finirà per scoppiare. E tutti iniziano a valutare le ripercussioni che questo shock potrebbe avere.

Non sarebbero solo finanziarie ed economiche, ma anche politiche. Dal suo ritorno alla Casa Bianca, Donald Trump ostenta la febbre che circonda l’intelligenza artificiale e il digitale e l’impennata degli indici di borsa che essa provoca come trofei che consacrano il successo della sua politica economica. Se il castello crollasse, la messa in luce dei retroscena dell’economia reale rischierebbe di compromettere il resto del suo mandato.

I motori tradizionali, infatti, non funzionano più a regime. Più che i risultati mediocri di alcuni gruppi statunitensi (GM, Ford, Home Depot, Caterpillar), sono stati i crolli del fornitore di componenti automobilistici First Brands e del concessionario automobilistico Tricolor ad allarmare il mondo finanziario.

Al di là degli schemi fraudolenti a cui sembra aver fatto ricorso Tricolor, sempre più specialisti hanno iniziato a rendersi conto dei pericoli che avevano sottovalutato. “Probabilmente non dovrei dirlo, ma quando si vede in giro uno scarafaggio, probabilmente ce ne sono altri. Bisogna avvertire tutti”, ha dichiarato Jamie Dimon, il potente amministratore delegato di JPMorgan Chase, commentando questi due fallimenti consecutivi di fronte agli analisti lo scorso mese di ottobre.

Sfuggendo a qualsiasi regolamentazione, la finanza ombra formata da una miriade di hedge fund e fondi di investimento creati dopo il 2008 ha moltiplicato le sue attività. Approfittando dei tassi bassi e degli enormi surplus di liquidità accumulati nel sistema finanziario a causa delle politiche monetarie molto accomodanti, questi fondi hanno preso in prestito quanto più possibile dalle banche, al fine di aumentare la loro leva finanziaria e i loro profitti. Senza prestare molta attenzione alle condizioni concesse agli uni e agli altri.

Ma i tempi sono cambiati. Le politiche monetarie non bastano più a compensare la stagnazione economica. Tuttavia, i crediti continuano a scorrere e non è sicuro che possano essere rimborsati. “La prossima crisi dei mercati finanziari sarà quella del debito privato. Ha le stesse caratteristiche del ricondizionamento dei subprime nel 2006”, prevede Jeffrey Gundlach, presentato da Bloomberg come uno dei guru del mercato obbligazionario di Wall Street. Secondo lui, nel sistema ci sono montagne di crediti senza valore.

Il declassamento della classe media statunitense

Se le aziende sono in prima linea, i privati non sono da meno. Il calo del potere d’acquisto, gravato dal continuo aumento dei prezzi, le incertezze che pesano su molti settori e, per alcuni – in particolare gli agenti federali – la perdita del posto di lavoro nell’ambito dell’ondata di licenziamenti del programma Doge, riducono sempre più le loro condizioni finanziarie e la loro capacità di rimborso.

Le difficoltà non si concentrano in questa fase sui mutui ipotecari: l’impennata dei prezzi degli immobili negli ultimi anni ha escluso molti statunitensi da qualsiasi progetto di acquisto di una casa. A dimostrazione del declassamento della classe media statunitense – come in tutto l’Occidente – i rischi di credito riguardano ora il leasing, il credito automobilistico e il credito al consumo…

Il fallimento della società Tricolor si spiega in parte anche con questo: avendo sottoscritto crediti simili ai subprime per poter acquistare un’auto, le famiglie si sono trovate nell’impossibilità di onorare le scadenze. Lo stesso vale per i crediti agli studenti. Rifiutando di prorogare le esenzioni di rimborso adottate sotto la presidenza Biden, Donald Trump ha reintrodotto l’obbligo per gli studenti di rimborsare i prestiti ricevuti.

Quest’anno, oltre 9 milioni di statunitensi, che hanno sottoscritto prestiti di importo elevato per pagarsi gli studi ma non riescono a trovare un lavoro sufficientemente remunerativo per rimborsarli, hanno avuto almeno un problema di pagamento. Ciò rischia di precludere loro in futuro l’accesso ai mutui immobiliari e persino al credito al consumo.

Una sfiducia sempre più grande

Rendendosi conto dell’improvviso deterioramento del loro ambiente, un certo nervosismo sembra aver colpito il mondo finanziario. Nelle ultime settimane, la stampa finanziaria internazionale ha riportato diverse discussioni accese tra banchieri e investitori, ciascuno dei quali rimproverava all’altro la sua mancanza di vigilanza, la sua negligenza nell’aver impegnato denaro, concesso prestiti senza prendere le precauzioni e le garanzie adeguate.

Con discrezione, alcuni stanno rivalutando i propri impegni alla luce di questo nuovo contesto. BNP Paribas, che era stata la prima ad allarmarsi per la crisi dei subprime già nell’agosto 2007, ha così accantonato 190 milioni di euro nel terzo trimestre “su un caso specifico” legato alle sue attività di global banking (finanziamento delle grandi imprese), senza fornire ulteriori dettagli. BlackRock, il primo gestore patrimoniale al mondo, ha deciso di azzerare il valore dei crediti concessi ad alcune aziende. Solo due mesi fa, il gestore riteneva che i suoi crediti non avessero alcun bisogno di essere svalutati.

Diverse banche e fondi si stanno ritirando con cautela da qualsiasi attività di prestito, preferendo, in questi tempi incerti, mantenere ingenti somme di denaro disponibili in qualsiasi momento. Anche se ancora in misura molto limitata, qua e là stanno emergendo tensioni sull’accesso alla liquidità, in particolare presso la Fed. Nelle ultime settimane, il mercato dei Repo (Sale and Repurchase agreement) – che consente agli istituti finanziari, autorizzati dalla Banca centrale, di ottenere liquidità in cambio di titoli di debito sovrani, acquistati con patto di riacquisto per periodi molto brevi – ha registrato alcuni picchi di tensione.

Durante la sua ultima riunione, la Fed ha adottato una misura tecnica, passata più inosservata rispetto al taglio di 0,25 punti dei tassi: tornando sui suoi intenti di ridurre il proprio bilancio, ha deciso di aumentare di 40 miliardi di dollari i propri acquisti di titoli del Tesoro statunitense a breve termine. Il dispositivo dovrebbe allentare i vincoli di finanziamento in un sistema che, sebbene ricco di liquidità, rimane sotto pressione perché ha utilizzato male i mezzi che gli erano stati affidati.

Queste nuove agevolazioni finanziarie concesse dalla Fed sembrano piuttosto deboli, se le tensioni persisteranno. Da anni l’economia statunitense è in grado di crescere solo grazie all’accumulo di debiti sempre più ingenti, con guadagni che vanno a beneficio di un numero sempre più ristretto di persone. Lungi dal correggere queste deviazioni, Donald Trump, da un anno a questa parte, le sta amplificando. Fino ad arrivare alla rottura?

*articolo apparso su mediapart.fr il 19 dicembre 2025

1. Un Credit Default Swap (CDS), o swap su insolvenza creditizia, è un contratto finanziario derivato che funziona come un’assicurazione contro il rischio di insolvenza di un debito (obbligazione, prestito). L’acquirente paga un premio periodico al venditore della protezione e, in cambio, se l’emittente del debito è inadempiente (sospende i pagamenti), il venditore risarcisce l’acquirente per la perdita .(NdR)

2. Con l’espressione “impegni nozionali” si fa riferimento, in ambito finanziario, alla base di calcolo fittizia (nozionale) usata per derivati come gli interest rate swap, su cui si calcolano interessi senza scambiare il capitale reale. (NdR)

3. La DTCC (Depository Trust & Clearing Corporation) è un’infrastruttura finanziaria globale che centralizza e automatizza i servizi di compensazione (clearing), regolamento (settlement) e custodia per i mercati dei titoli, come azioni, obbligazioni e derivati, riducendo il rischio e aumentando l’efficienza nelle transazioni finanziarie. Funziona come un “hub centrale” post-negoziazione, gestendo il “dietro le quinte” per assicurare che le transazioni vengano completate correttamente e in modo sicuro, attraverso le sue sussidiarie come la DTC (Depository Trust Company) e la NSCC (National Securities Clearing Corporation. (NdR)

4. In termini finanziari, “coprirsi* significa attuare una strategia per ridurre o annullare il rischio di perdite future su un investimento o una posizione aperta, creando una posizione opposta tramite strumenti derivati (come futures, opzioni, swap) o altre operazioni che si muovono in senso contrario, proprio come una polizza assicurativa protegge da danni. L’obiettivo è compensare perdite potenziali, sebbene ciò possa anche limitare i possibili guadagni, in un compromesso rischio-rendimento. (NdR)