Non riconosce la Palestina ma si fa riconoscere anche all’Onu. E’ Giorgia Meloni
Con Giorgia Meloni all’Onu va forte il tragicomico. Si strappa le vesti sui troppi conflitti armati e sulla «pace, il dialogo e la diplomazia che non riescono più a convincere e a vincere», ma intanto in Italia allestisce un sistema di governo fondato sull’economia di guerra e sul riarmo (Tommaso Di Francesco da il manifesto)
Con Giorgia Meloni all’Onu va forte il tragicomico. Si strappa le vesti sui troppi conflitti armati (perfino citando papa Francesco) e sulla «pace, il dialogo e la diplomazia che non riescono più a convincere e a vincere», ma intanto in Italia allestisce un sistema di governo fondato sull’economia di guerra e sul riarmo foriero di altri conflitti e odi, a danno dei deboli e delle classi subalterne; se la prende con l’incapacità delle Nazioni unite ma dimentica che i governi occidentali e le alleanze militari come la Nato che surroga l’inesistente politica estera europea, hanno devastato l’Onu negli ultimi trenta anni con imprese belliche in Iraq, Jugoslavia, Afghanistan, Libia, Siria e in altre tragedie “minori” per i nostri interessi – senza dimenticare gli allargamenti provocatori a Est nonostante la fine della Guerra fredda – con relativi massacri di civili e crimini di guerra impuniti, che hanno violato la Carta delle Nazioni unite infliggendole una “ferita profonda”.
Mandando così un messaggio inequivocabile sull’uso della forza al posto della diplomazia: a quale scuola pensiamo sia andato Putin quando ha deciso la criminale aggressione all’Ucraina?
E poi il colmo, fedele al sodale Trump la cui inattendibilità comincia a disorientare anche a lei: il nodo non sono le diseguaglianze globali e le guerre che producono una strutturale migrazione di esseri umani, ma quello dei “giudici ideologici” che impediscono i respingimenti. Dulcis in fundo annuncia le condizioni per il riconoscimento della Palestina e l’adesione a non ben chiare sanzioni Ue a Tel Aviv, intanto ripete la bestemmia che Israele «ha superato il limite del principio di proporzionalità» nella reazione ad Hamas.
Siamo a oltre 75mila morti, secondo la rivista scientifica Lancet a più di 180mila e per lo stesso Idf israeliano a più di 200mila vittime tra morti e feriti la maggior parte civili. Nei due anni di genocidio – conferma l’Onu dal cui pulpito la “madre cristiana” parla – dov’era Giorgia Meloni quando Israele bombardava le sedi Unrwa-Onu? A che numero di vittime corrisponde il «proporzionale»? O siamo oltre la decimazione d’infausta memoria nazista-fascista e alla legge del taglione?
Così la decisione di Francia e Gran Bretagna di riconoscere lo Stato di Palestina è, come l’ambigua “mozione parlamentare” annunciata da Meloni, solo una costrizione tattica di esecutivi messi in difficoltà, esautorati di credibilità, dalla protesta ormai incontrollabile e generale delle opinioni pubbliche mondiali di fronte al genocidio in corso a Gaza che Netanyahu continua, nell’annientamento di un intero popolo, fino all’ultimo bambino. Pesano, come fu per il Vietnam, le immagini quotidiane e domestiche delle stragi tra le macerie; pesa l’evidente rischio di corresponsabilità penalmente perseguibile per il crimine di genocidio e ora il coraggio dei giovani della Flotilla. Riconoscere è un atto tardivo: 157 Paesi dell’Onu hanno già fatto proprio il diritto del popolo palestinese ad una terra e ad uno Stato.
Un atto simbolico dalla doppia faccia della medaglia: sostiene una causa nella quale l’umanità – ricordava Nelson Mandela – vede il proprio destino politico e morale contro vecchi e nuovi colonialismi; dall’altra se è intenzione strumentale lascia davvero il tempo che trova. Come la formula-litania “Due popoli e due Stati” senza interrogarsi sull’evidenza che uno Stato c’è, quello israeliano, armato fino ai denti e che opprime e occupa militarmente i Territori palestinesi, e l’altro che non esiste. Su questa condizione ecco il “Comma 22” di Giorgia Meloni: «Il riconoscimento della Palestina in assenza di uno Stato che abbia i requisiti della sovranità non risolve il problema».
Non sono dunque bastati l’annuncio storico di Arafat del 1988, che i due Stati riconosceva di fatto, e gli accordi di Oslo del 1993. Definiti “accordi falliti”, dimenticando che sono stati cancellati via via dai governi israeliani, da Sharon ai tanti a guida Netanyahu, i due premier non a caso indicati dalla moglie di Itzhak Rabin come mandanti morali dell’assassinio del premier israeliano nel ’95 che quegli accordi aveva firmato.
Da quei giorni in poi sia con il “ritiro” orchestrato da Gaza – in realtà prigione a cielo aperto controllata militarmente da terra, mare e cielo testimoniava per il manifesto Vittorio Arrigoni -, poi con la ricolonizzazione di centinaia di nuovi insediamenti e la costruzione del Muro di divisione si è impedita proprio la costituzione di uno dei “requisiti” cari a Meloni fondanti la configurazione di uno Stato: la continuità territoriale, persa da almeno due decenni, ma Meloni la scopre adesso, dentro un alveare di piccole patrie di coloni integralisti, fascisti e messianici. Con quale risultato? La delegittimazione dell’Autorità nazionale palestinese, dell’Olp e della sua principale formazione politica Al Fatah.
Così ha assunto ruolo e credibilità il movimento islamista Hamas che, nutrito dalle offese israeliane, nel 2006 vinse le elezioni politiche in tutta la Palestina, a Gaza, In Cisgiordania e a Gerusalemme est, nonostante la sua nascita ambigua, sostenuta da Israele contro la laica al-Fatah e poi, fino all’ultimo, tenuto in vita quando ormai era regime e non più movimento, attraverso il Qatar dallo stesso Netanyahu. Che non ha mai lesinato, come nel 2009 e nel 2014, ai gazawi raid, massacri di civili e tanto “piombo fuso”.
Dimenticare questo contesto che precede il crimine di Hamas del 7 ottobre 2023 è altrettanto criminale. Così come è menzognero esigere in cambio del “riconoscimento” della Palestina come Stato la cacciata di Hamas e la liberazione degli ostaggi israeliani, nascondendo il misfatto che a Gaza si è consumato un genocidio, confermato dalla Commissione d’inchiesta Onu, e certificato dal fatto che l’alleato Netanyahu per questo è incriminato dalla Corte penale internazionale – sanzionata da Trump – e va arrestato ma intanto ribatte tranquillo: «Lo Stato palestinese non ci sarà mai». Un misfatto del quale siamo complici mantenendo con Tel Aviv trattati militari, forniture, transiti di armi e memorandum politici, commerciali e scientifici dual use.
La condizione del riconoscimento della Palestina è riconoscere questo contesto, e deve voler dire che si avviano subito sanzioni concrete come quella alla Russia e embargo sulle armi a Tel Aviv. Altrimenti sono finzioni di un governo all’angolo. Perché il primo diritto di un popolo è alla sua storia. Negata dal rex Trump e dalla pastarellara Meloni – necessitata ad essere filo-israeliana e filo-Netanyahu, non a caso con la Germania dalla memoria corta e con tutte le destre razziste europee, per ripulire i panni sporchi della sua sempre rivendicata origine fascista almirantiana, l’Almirante segretario di redazione della “Difesa della Razza”, la rivista mussoliniana che dal 1938 elaborò l’ideologia antisemita delle leggi razziali del Duce.
Netanyahu, Stati uniti, Europa, Occidente tutto e molti Paesi arabi vogliono i palestinesi non come soggetti aventi diritti, alla vita e alla terra, alla dignità e alle sue istituzioni, ma come ombre elemosinanti, affamati in lamento, feriti e mutilati, i nuovi paria ridotti ad una condizione di subalternità così profonda che l’indigenza e la fame cancellino le aspirazioni politiche. Il “riconoscimento” solo a queste condizioni di verità può arrivare come un soffio di speranza. Ma non basta.
Noi, per cui l’Internazionale non è solo un canto o un tomo di storia, vogliamo per i due popoli, palestinese e israeliano, un futuro prossimo non più legato alla presunta identità di sangue e di terra, ma congiunto, meticciato e integrato socialmente per una democrazia dei larghi spazi del Medio Oriente disegnata dal basso, non da nuovi colonizzatori e fabbricanti di armi.