Stati Uniti. 25 anni di tagli e disastri fiscali
di Jack Rasmus* (da MPS)
Il 3 luglio, il Congresso americano ha approvato i tagli fiscali di Trump. I media tradizionali e gli economisti hanno riportato principalmente i dettagli di tali tagli, ovvero le imposte che sono state ridotte nella legge di bilancio del 2025, i guadagni che ne derivano per le imprese e i ricchi rispetto al resto della popolazione, l’impatto sul PIL e forse anche sui deficit e sul debito pubblico.
Tutto questo è interessante, ma non è la cosa più importante. Si ignora deliberatamente la prospettiva storica di questi tagli fiscali e il quadro generale che essi rivelano.
Questo quadro generale preannuncia la crisi di bilancio che si profila all’orizzonte, alimentata dalla crescente convergenza tra le sfrenate riduzioni fiscali attuate dal 2001, l’escalation cronica delle spese militari e di guerra, le crisi economiche sempre più frequenti e profonde intervallate da periodi di crescita economica più lenta e, ora, dal 2022, l’accelerazione dei costi annuali del debito nazionale degli Stati Uniti, che ammontano a migliaia di miliardi di dollari.
Il debito degli Stati Uniti è destinato a raggiungere i 38’000 miliardi di dollari entro la fine del 2025. I pagamenti degli interessi ai detentori di obbligazioni superano già i 1’000 miliardi di dollari all’anno. Il Congressional Budget Office, l’organo di ricerca del Congresso americano, stima che il debito nazionale raggiungerà i 56’000 miliardi di dollari entro il 2034, con pagamenti di interessi pari a 1’700 miliardi di dollari, e tutto questo era stato prospettato prima che Trump adottasse tagli fiscali per 5’000 miliardi di dollari.
Tuttavia, «l’élite americana» non mostra oggi alcun segno di voler porre rimedio alla crisi di bilancio che si profila all’orizzonte. Infatti continua:
- a ridurre di diverse migliaia di miliardi di dollari le imposte per le imprese, gli investitori e l’1% delle famiglie più ricche,
- ad aumentare le spese del Pentagono, delle guerre e di altre «misure di difesa» [vedi l’articolo di William D.Hartung pubblicato sul sito MPS lo scorso 31 luglio N.d.T.],
- a consentire alle assicurazioni sanitarie e alle grandi aziende farmaceutiche di prosciugare il Tesoro,
- a versare ogni anno migliaia di miliardi di dollari in più ai detentori di titoli americani, siano essi stranieri o statunitensi.
Numerosi studi dimostrano che, storicamente, il 60% del deficit di bilancio degli Stati Uniti, e quindi del debito nazionale, è dovuto all’insufficienza delle entrate fiscali, derivante da riduzioni croniche delle imposte, da una crescita economica lenta, dall’evasione fiscale legale e dalla frode. Ecco alcuni dati interessanti sulle riduzioni fiscali cumulative operate dai due partiti politici a partire dal 2001.
Riduzioni fiscali cumulative 2001-2025
Le riduzioni fiscali di George W. Bush, decise nel 2001-2003, sono state pari a 3’800 miliardi di dollari nel decennio 2001-2010. Si stima che dell’80% circa di queste riduzioni abbiano beneficiato le imprese, le società e i privati facoltosi; questo poiché esse erano principalmente incentrate sulle aliquote fiscali dei privati, sulle plusvalenze e i dividendi delle imprese, nonché sull’imposta di successione che colpisce l’1% delle famiglie più ricche. George W. Bush ha poi ridotto le imposte di 180 miliardi di dollari nella primavera del 2008, quando l’economia iniziava a entrare in recessione e si profilava la grande crisi del 2008-2009.
Quando Barak Obama è salito al potere, nel 2009, il suo piano di rilancio economico, l’American Rescue Plan, adottato a marzo di quell’anno, prevedeva ulteriori 325 miliardi di dollari di riduzioni fiscali. Il suo piano di rilancio ammontava complessivamente a 787 miliardi di dollari, di cui 280 miliardi stanziati a favore degli Stati, che hanno poi in realtà accumulato la maggior parte di questa somma.
Meno di 200 miliardi di dollari sono stati quindi destinati al rilancio dei consumi, cosa rivelatasi immediatamente insufficiente per rilanciare a sua volta l’economia degli Stati Uniti. Ha dovuto aggiungere altri 25 miliardi di dollari per il programma “cash for clunkers” o Car Allowance Rebate System [bonus per l’acquisto di auto nuove a basso consumo di carburante] e altri 25 miliardi di dollari per i “first time home buyers” [acquirenti di una prima casa] nel corso dell’anno. La maggior parte di questi ultimi non è stata versata agli acquirenti di case, ma ai mutuanti ipotecari per incoraggiarli a concedere più mutui.
Quando le riduzioni fiscali di Bush hanno dovuto essere rinnovate nel 2010, Obama le ha prorogate di due anni, fino al 2012. Ciò ha comportato ulteriori 803 miliardi di dollari di riduzioni fiscali, anche in questo caso a vantaggio principalmente dei ricchi e delle imprese.
Nell’agosto 2011, nell’ambito di un accordo con il Congresso, Obama ha ridotto la spesa sociale di 1’500 miliardi di dollari nell’ambito di un nuovo piano di “austerità”. Ben 1’000 miliardi sono stati tagliati nel settore dell’istruzione e in altri programmi sociali; 500 miliardi di dollari dovevano essere tagliati alla spesa per la difesa, ma questa misura è stata rinviata e non è mai stata applicata.
I piani di austerità nei programmi sociali seguono sempre i piani di rilancio in caso di crisi. È stato così nel 2011 dopo i piani di rilancio del 2009-2010. È di nuovo il caso oggi, nel 2025, dopo i piani di rilancio Covid del 2020-2021, che vedremo più in dettaglio di seguito.
I tagli fiscali di Obama del 2012 hanno reso permanenti quelli di Bush. Sono costati 5’000 miliardi di dollari in più. Avrebbero dovuto evitare quello che i media, i lobbisti e i propagandisti chiamavano l’imminente «muro di bilancio» [per opporsi agli aumenti delle imposte – che sarebbero passate dal 35% al 39,6% – tra l’altro sugli americani con un reddito superiore a 400’000 dollari all’anno]. Avrebbero dovuto in questo modo rilanciare l’economia.
Ma non è stato così. La crescita economica in termini di PIL per il resto del mandato di Obama ha raggiunto in media solo il 60% della media storica dei periodi di ripresa che hanno seguito le dieci recessioni precedenti negli Stati Uniti dal 1948.
Obama ha quindi ridotto le tasse ai ricchi e alle imprese assai più di quanto abbia fatto Bush. Ricordiamo che Bush ha ridotto le tasse di 4’000 miliardi di dollari (3800 miliardi + 180 miliardi). Obama ha ridotto le tasse di 325 miliardi di dollari (2009) + 803 miliardi di dollari (2010-2011), poi di 5’000 miliardi di dollari (2012). Il che complessivamente equivale a 4’000 miliardi di dollari per Bush e 6’100 miliardi di dollari per Obama. Poi sono arrivati i 4’500 miliardi di dollari di Trump nel 2018.
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Trump aveva promesso durante la campagna elettorale del 2016 di ridurre le tasse di 5’000 miliardi di dollari. Ed è più o meno quello che ha fatto. La riduzione delle tasse del 2018 per il successivo decennio è costata 4’500 miliardi di dollari.
La sua amministrazione, sostenuta dai media e dagli economisti di professione, ha stimato che questi 4’500 miliardi di dollari sarebbero costati solo 1’900 miliardi. L’allora segretario al Tesoro di Trump, Steve Mnuchin, ha persino dichiarato pubblicamente che i tagli fiscali di Trump “si sarebbero autofinanziati”.
Con questo intendeva dire che i tagli fiscali avrebbero stimolato così tanto il PIL e l’economia degli Stati Uniti che la crescita avrebbe portato a un aumento delle entrate fiscali nel corso del decennio che avrebbe permesso di compensare i 1’900 miliardi di dollari. Citiamo Steve Mnuchin all’epoca: “Riteniamo che i tagli fiscali si autofinanzieranno in un periodo di dieci anni” (Reuters, 13 febbraio 2020).
La conferma che i tagli fiscali di Trump nel 2018 ammontassero a 4’500 miliardi di dollari, e non a 1’900 miliardi, si rifletteva nelle previsioni di bilancio dell’amministrazione Trump e nella riduzione del deficit federale statunitense di 4’600 miliardi di dollari nel decennio 2018-2028. Una prova ancora più convincente è stata fornita dal Congressional Budget Office (Ufficio del bilancio del Congresso), l’organo di ricerca del Congresso, che nel 2025 ha stimato che il costo delle riduzioni fiscali del 2018 ammontava complessivamente ad almeno 4’000 miliardi di dollari!
Per diversi anni, durante i dibattiti con economisti di fama mondiale come Robert Reich e Paul Krugman, l’autore di questo articolo ha ripetutamente dimostrato che i tagli fiscali di Trump non ammontavano a 1’900 miliardi di dollari, ma a 4’500 miliardi di dollari. Vediamo perché.
In primo luogo, la stima ufficiale di 1’900 miliardi di dollari si basava sull’ipotesi che l’economia statunitense avrebbe registrato una crescita annua del 3-3,5% nei successivi dieci anni, ovvero dal 2018 al 2028. Una previsione che si è rivelata del tutto errata.
Dopo una crescita modesta nel 2018-2019, l’economia degli Stati Uniti è crollata nel 2020 quando il governo ha ordinato una parziale chiusura dell’attività economica in risposta al Covid. L’economia ha ripreso timidamente e si è ripresa gradualmente nel 2021. Ha poi registrato solo una crescita moderata tra il 2022 e il 2024 [rispettivamente 2,5%, 2,9% e 2,8%].
Questa modesta ripresa del PIL in tre anni ha fatto seguito all’enorme piano di stimolo fiscale e monetario da 10’700 miliardi di dollari messo in atto dal Congresso e dalla Federal Reserve (Fed, banca centrale) tra il 2020 e il 2022: 6’700 miliardi di dollari di stimolo fiscale e 4’000 miliardi di dollari aggiuntivi di stimolo monetario da parte della Federal Reserve. In altre parole, una montagna di misure di stimolo ha prodotto solo una goccia nell’oceano del PIL.
In secondo luogo, la stima delle riduzioni fiscali del 2018 ha ampiamente sottostimato e non ha tenuto conto dell’entità delle riduzioni fiscali di cui hanno beneficiato le multinazionali americane offshore.
Le 108 maggiori aziende americane della classifica Fortune 500 con filiali offshore avevano accumulato 2’700 miliardi di dollari sui loro conti offshore, che non rimpatriavano negli Stati Uniti per evitare di pagare l’aliquota fiscale sulle società del 35% in vigore all’epoca. Le stime degli utili non rimpatriati provenienti dalle attività offshore delle multinazionali americane ammontavano a 4000-5000 miliardi di dollari.
Gli sgravi fiscali di Trump nel 2018 hanno permesso loro di rimpatriare questi utili e di pagare solo il 10%. Ciò rappresenta un risparmio fiscale del 25% su almeno 4’000 miliardi di dollari.
Il Dipartimento del Commercio americano ha stimato, nel 2020, che le multinazionali americane avevano rimpatriato solo 750 miliardi di dollari nel 2018 e altri 250 miliardi nel 2019. Hanno quindi pagato il 10%, ovvero 100 miliardi di dollari, invece del 35%, ovvero 350 miliardi. Si sono intascati i restanti 900 miliardi dei mille miliardi rimpatriati. Purtroppo, dopo il 2019 non è stato tenuto alcun registro governativo al riguardo.
Cosa hanno fatto dei 900 miliardi di dollari che hanno rimpatriato? Come riportato dal Wall Street Journal il 28 gennaio 2020: «Gran parte di ciò che le aziende hanno recuperato è stato utilizzato per riacquistare azioni proprie». Dopo aver raggiunto una media di circa 125 miliardi di dollari a trimestre nel 2017, i riacquisti di azioni dell’S&P 500 sono balzati a 200 miliardi di dollari a trimestre nel 2018 e nel 2019.
E che fine hanno fatto i circa 3’000-4’000 miliardi di dollari in più che le aziende non hanno mai rimpatriato? Hanno accumulato i restanti 3’000-4’000 miliardi di dollari nelle loro filiali offshore per sfuggire al fisco. Un’altra scappatoia ha permesso loro di convertire i profitti in contanti provenienti dalle loro attività all’estero in titoli finanziari a breve termine detenuti all’estero, sui quali non vengono prelevate imposte.
E c’era un altro modo per evitare le imposte: la manipolazione dei loro prezzi interni, cioè quello che le attività situate negli Stati Uniti fatturavano o pagavano alle loro filiali estere. Hanno pagato alle loro filiali estere prezzi più alti per i componenti o i prodotti finiti, trasferendo così i profitti all’estero dove erano registrati a tassi di imposizione più bassi, il che ha anche aumentato i loro costi negli Stati Uniti e quindi ridotto i profitti tassati ad un’aliquota più elevata.
La legge fiscale Trump del 2018 ha anche aumentato l’importo che le multinazionali dovevano versare ai paesi stranieri, che potevano poi dedurre dalle imposte dovute negli Stati Uniti.
Il fatto è quindi che queste regole e queste scappatoie offshore hanno ridotto in modo significativo l’importo totale delle riduzioni fiscali di almeno 2’000 miliardi di dollari in dieci anni – tra il 2018 e il 2028, riduzioni che sono state ampiamente sottostimate o non sono state prese in considerazione nelle stime ufficiali dell’amministrazione Trump del 2018, che valutavano il costo della riduzione fiscale a 1’900 miliardi di dollari.
In sintesi, ipotesi errate sulla crescita del PIL in un decennio, riduzione della tassazione degli utili rimpatriati e scappatoie che consentono di ridurre le imposte dovute sulle attività delle loro filiali offshore hanno fatto sì che le riduzioni fiscali delle multinazionali statunitensi fossero molto più consistenti di quanto annunciato. Queste ipotesi e scappatoie hanno fatto sì che le riduzioni del 2018 ammontassero a 4’500 miliardi di dollari, e non a 1’900 miliardi di dollari come annunciato “ufficialmente”.
Pertanto, il totale delle riduzioni fiscali per il periodo 2001-2019 ammonta a 14’600 miliardi di dollari.
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Poi è arrivato il piano di stimolo fiscale Covid del 2020, durante l’ultimo anno del mandato di Trump, il 2020. Le tasse sono state ridotte di ulteriori 950 miliardi di dollari nell’ambito del piano di stimolo fiscale “CARES Act” approvato dal Congresso nel marzo 2020, poi di ulteriori 260 miliardi di dollari nell’ambito della legge di emergenza “Consolidated Appropriations Act” adottata nel dicembre dello stesso anno, mentre l’economia americana vacillava nuovamente.
A queste riduzioni fiscali pari a 1’200 miliardi di dollari nel 2020 ha fatto seguito nel 2021 il piano di rilancio fiscale “AMERICAN RELIEF PLAN” di Biden, che ha ridotto le imposte di ulteriori 640 miliardi di dollari.

Nel 2022, Biden ha poi riassegnato parte degli aiuti non utilizzati per i programmi sociali del suo piano di rilancio a una nuova serie di tre programmi di rilancio degli investimenti delle imprese, per un costo totale di 1’700 miliardi di dollari:
- la legge sulle infrastrutture,
- la legge sui chip elettronici e la modernizzazione,
- la legge, arbitrariamente denominata “Inflation Reduction Act”, che consisteva principalmente in riduzioni fiscali e sussidi alle imprese energetiche, alle energie alternative e ai combustibili fossili.
Queste tre leggi del 2022 sugli investimenti delle imprese hanno consentito di ridurre le imposte di circa ulteriori 500 miliardi di dollari.
Se si sommano tutte le riduzioni fiscali dal 2001 al 2024, i due partiti – due amministrazioni repubblicane e due amministrazioni democratiche – hanno ridotto le imposte di quasi 17’000 miliardi di dollari!
Non sorprende quindi che Trump 2025 riduca nuovamente le imposte di 5’000 miliardi di dollari, ancora una volta a vantaggio principalmente delle imprese, degli investitori e delle famiglie più ricche. Da un quarto di secolo, dal 2001, è in atto una massiccia riduzione delle imposte. (Si può affermare che questa tendenza risale ancora più indietro, alle riduzioni fiscali di Reagan nel 1981 e nel 1986 e a quelle di Clinton nel 1997-1998).
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Tutto ciò fa parte della politica di bilancio a lungo termine dell’era neoliberista (dal 1979 ad oggi):
- ridurre le imposte ai ricchi e alle loro aziende,
- compensare in parte il costo delle riduzioni fiscali con tagli ai programmi sociali,
- aumentare le spese per la difesa e la guerra,
- ignorare gli effetti di tutto ciò sui deficit di bilancio e sul debito nazionale, che si traducono in un aumento dei pagamenti di interessi ai detentori di titoli di Stato statunitensi a 1’000 miliardi di dollari all’anno.
Studi storici a lungo termine dimostrano in modo conclusivo che le riduzioni delle imposte e il calo delle entrate fiscali dovuto alla lentezza della crescita economica, alla frode e all’evasione fiscale sono responsabili del 60% dei deficit di bilancio.
Altri fattori importanti che hanno contribuito al deficit di bilancio e al debito nazionale degli Stati Uniti dal 2001 sono i seguenti:
- i 9’000 miliardi di dollari spesi per le guerre all’estero nel primo quarto del XXI° secolo;
- i due grandi piani di salvataggio del 2008-2009 (787 miliardi di dollari in totale), del 2020 (3,1 miliardi di dollari) e del 2021 (1,9 miliardi di dollari);
- l’aumento cronico dei prezzi praticati dalle aziende sanitarie e assicurative, che fa lievitare il costo dei programmi pubblici di assistenza sanitaria (Medicare [per gli anziani dai 65 anni in su e i disabili], Medicaid [persone a basso reddito], Schip-State Children’s Health Insurance Program, ribattezzato Chip, per i bambini non assicurati di famiglie a basso reddito, ACA [Obamacare adottato a seguito dell’aumento del costo dell’assistenza sanitaria]);
- l’aumento degli interessi versati agli investitori (statunitensi e stranieri) che acquistano titoli del Tesoro americano.
Pertanto, la perdita di gettito fiscale dovuta a 25 anni di riduzioni fiscali e al rallentamento della crescita economica a lungo termine (17’000 miliardi di dollari), i 9’000 miliardi di dollari sprecati in guerre infinite dal 2001, il costo dei piani di salvataggio (5’800 miliardi di dollari) e l’impennata dei prezzi dell’assistenza sanitaria (circa 500 miliardi di dollari) spiegano da soli la maggior parte dell’attuale debito nazionale, che ammonta a 36’200 miliardi di dollari.
In breve, il treno del bilancio sta deragliando da almeno 25 anni e il “Big Beautiful Bill” (BBB) di Trump, del valore di 5’000 miliardi di dollari, insieme alle migliaia di miliardi aggiuntivi spesi per la difesa e le guerre, stanno dando a questo treno una velocità ancora maggiore.
Trump, i deficit di bilancio e il debito pubblico
I deficit di bilancio statunitensi ammontano in media a 2’000 miliardi di dollari all’anno e sono in aumento dal 2016. Si prevede che aumenteranno di altri 2’000 miliardi nel 2025, prima ancora che entrino in vigore i tagli fiscali di Trump decisi quest’anno.
Il debito pubblico non è altro che l’accumulo dei deficit di bilancio annuali. Nel 2000, il debito pubblico americano ammontava a 5’600 miliardi di dollari. Otto anni dopo, era quasi raddoppiato, raggiungendo i 10’700 miliardi di dollari. È poi raddoppiato sotto Obama, raggiungendo i 20’000 miliardi di dollari alla fine del 2016. Trump ha aggiunto 7’800 miliardi di dollari nei quattro anni del suo primo mandato e Biden ha aggiunto altri 8’500 miliardi di dollari in soli quattro anni. Alla fine del mandato di Biden, nel dicembre 2024, il debito pubblico aveva raggiunto i 36’200 miliardi di dollari.
A titolo indicativo, questa cifra, che dovrebbe raggiungere i 38’000 miliardi di dollari entro la fine del 2025 e i 56’000 miliardi di dollari entro il 2034, non include il debito iscritto nel bilancio della Federal Reserve (che attualmente ammonta a 8’000 miliardi di dollari) né il debito degli Stati e degli enti locali, che ammonta a ulteriori diverse migliaia di miliardi di dollari.
Conseguenze future
È ironico che Trump abbia scelto di chiamare la sua proposta di riduzione delle tasse e aumento delle spese per la difesa “Big Beautiful Bill” (Il grande e meraviglioso disegno di legge), o BBB come lo chiama il Congresso. Infatti, nel mondo della finanza l’acronimo BBB indica le aziende peggio amministrate, indebitate e ad alto rischio (rating tripla B). Il rating tripla B le rende finanziariamente molto fragili ed esposte ad un alto rischio di insolvenza e fallimento.
Tuttavia, è improbabile che il governo federale statunitense fallisca o non sia in grado di onorare i suoi pagamenti annuali compresi tra 1’000 e 1’700 miliardi di dollari ai detentori di titoli di debito pubblico. Per farlo, basta “stampare” più banconote, aggiungendo elettronicamente conti alla Federal Reserve o, in un futuro prossimo, creando una moneta digitale.
Ma se questo non significa necessariamente il fallimento, potrebbe benissimo portare al crollo del valore del dollaro americano a livello mondiale. Ciò potrebbe a sua volta portare all’abbandono del dollaro come valuta di riserva e di scambio mondiale. E questo potrebbe portare al crollo del riciclaggio dei dollari americani verso gli Stati Uniti da parte dei detentori stranieri di dollari in eccesso. In tal caso, il bilancio annuale degli Stati Uniti non potrebbe più essere finanziato, il che richiederebbe massicci tagli alla spesa e aumenti delle tasse. In altre parole, sarebbe la fine dell’impero mondiale statunitense.
I tagli fiscali e il disegno di legge sulla spesa di Trump non sono altro che una nuova versione della politica fiscale neoliberista, questa volta alimentata dal ricorso agli steroidi. Ma la politica fiscale neoliberista è fallimentare. Infatti, non produce più gli stessi effetti di stimolo sull’economia reale, sugli investimenti reali e sulla crescita del PIL degli ultimi decenni. È necessario aumentare la portata delle misure di stimolo fiscale per generare una crescita del PIL reale identica o addirittura inferiore.
La politica fiscale ha piuttosto l’effetto di stimolare i mercati finanziari, negli Stati Uniti e nel mondo, e quindi di far salire i prezzi delle azioni, delle obbligazioni, delle valute, dei derivati e di altri strumenti finanziari. Oppure le riduzioni fiscali vengono dirottate dalle multinazionali che ne beneficiano verso investimenti e attività offshore.
In altre parole, servono a sovvenzionare l’espansione del capitale statunitense all’estero. La finanziarizzazione e la globalizzazione degli investimenti sono due caratteristiche dell’economia capitalista del XXI° secolo. Un effetto simile si applica alla politica monetaria statunitense: una parte sempre più importante delle iniezioni di liquidità della Federal Reserve nell’economia viene dirottata verso i mercati finanziari e verso l’estero.
La prova migliore è forse rappresentata dai 10’700 miliardi di dollari di misure di stimolo fiscale e monetario iniettati dal Congresso e dalla Federal Reserve nel 2020-2022. Esse avrebbero dovuto portare a una massiccia espansione della crescita del PIL nel 2022-2024. Invece hanno prodotto solo una crescita media storica di poco superiore al 2%.
Tutti i media, gli economisti e i funzionari governativi che lodano i meriti delle riduzioni fiscali di Trump e della legge BBB per stimolare l’economia reale (cioè salari, occupazione, investimenti, ecc.) stanno solo facendo propaganda. I tagli fiscali del 2018 non hanno avuto questo effetto. Né quelli di Obama e Bush prima di loro. L’attuale legge BBB di Trump non avrà un effetto diverso.
La politica fiscale e monetaria della fine dell’era neoliberista – nel capitalismo americano e nell’impero economico mondiale del XXI° secolo – sta fallendo. Ciononostante, «l’élite americana» sta raddoppiando gli sforzi per ridurre le imposte ai ricchi e condurre le sue guerre in difesa dell’impero.
*articolo apparso sul sito dell’autore l’11 luglio 2025. Jack Rasmus è professore al St. Mary’s College in California e autore del libro recentemente pubblicato The Scourge of Neoliberalism: US Economic Policy from Reagan to Trump (Il flagello del neoliberismo: la politica economica americana da Reagan a Trump), Clarity Press, 2020.