Sugli ultimi avvenimenti a Taranto

Comunicato del circolo di Sinistra Anticapitalista Taranto

Gli ultimi avvenimenti a Taranto, dove si è dimesso il neosindaco, eletto solo un paio di mesi fa, hanno dello spettacolare. La motivazione ufficiale: “Non c’è agibilità politica”. Le voci di fondo dicono che le dimissioni sono state determinate dalle “minacce” lanciate dall’Associazione “Liberi e pensanti”, nota per il concertone del primo maggio a Taranto.

Ora si può comprendere tutto, ma che si sia dimesso per questo è quanto meno improbabile. Stiamo parlando non di un principiante. Bitetti, il sindaco dimissionario, è un politico di lungo corso. È stato presidente del consiglio comunale della consigliatura dell’ex Sindaco Melucci, eletto dal centrosinistra e successivamente trombato da vere e proprie manovre di palazzo, sostituito da uno squallido consigliere, Abbate, che per anni aveva gridato e tentato di far dimettere Melucci, ma che poi, quando mancava la sua firma dal notaio per i 17 consiglieri dimissionari, si accorda col sindaco Melucci, il quale gli promette di farlo eleggere presidente del consiglio comunale. Sfiduciato Bitetti, Abbate viene eletto presidente, però durerà poco. Infatti, dopo pochi mesi il consiglio verrà sciolto.

Ecco in questo clima è andata formalizzandosi la candidatura di Bitetti a candidato Sindaco. Il clima incandescente, si è mantenuto anche durante la campagna elettorale. L’elezione di Bitetti è stata favorita da controversie fra i partiti della destra, i quali si sono presentati divisi, con due candidati sindaci e nonostante il Movimento 5 stelle si sia presentato da solo.

In questa situazione ingarbugliata il problema dell’ex ILVA fa da padrone nel dibattito politico. Il neosindaco si sbilancia più volte nel sostenere, giustamente, “difenderò la salute dei cittadini”. Le organizzazioni ambientaliste hanno preso alla lettera le affermazioni di Bitetti, mentre secondo noi, nelle affermazioni del sindaco c’era una sorta di “lasciatemi trattare”. Infatti, nell’incontro fatto con le organizzazioni ambientaliste non è apparso conseguente con le affermazioni fatte precedentemente. Ad aggravare la situazione ci sono state le presunte affermazioni del presidente della regione Puglia Emiliano che, secondo gli ambientalisti, avrebbe offeso i morti per inquinamento. Da qui le invettive contro il sindaco e il presidente Emiliano, che, probabilmente, anche con minacce, hanno portato Bitetti a lanciare la provocazione delle dimissioni (non crediamo le manterrà). Ma, crediamo, che più che agli ambientalisti, si sia rivolto al Governo e alla Regione. Quella frase: “Non c’è agibilità politica”, andrebbe letta: “Non ci sono margini di trattativa, l’accordo è prendere o lasciare”. Bitetti non può ingoiare il calice avvelenato. Per questo riteniamo che quella frase non può essere stata indirizzata a gruppi ambientalisti, tutto sommato, minoritari. I cittadini di Taranto da molto tempo sono dibattuti fra la coscienza dei danni dello stabilimento e la prospettiva di restare senza un reddito per non si sa quanto.

Ma andiamo all’essenza del problema. 

La proposta del Governo, secondo noi, non può essere accettata così come è stata presentata. Il programma di “decarbonizzazione” del ciclo produttivo è un pugno nello stomaco. Infatti, non solo si propone un rilancio produttivo di sei milioni di tonnellate annue, senza alcuna modifica sostanziale, con impianti che cadono a pezzi ma, in più, si rimette in gioco una nave rigassificatrice, in attesa della costruzione di un primo impianto del cosiddetto preridotto (DRI). La proposta è apparsa ancora più indigesta, perché la nuova produzione con i forni elettrici avverrebbe dal 2039 (poi abbassata al 2033). Non c’è un “ruolino di marcia” che preveda scadenze per la sostituzione degli attuali impianti. Il tutto resta nebuloso: quando inizieranno i lavori di costruzione dei nuovi impianti?

La strada che si può perseguire è in primo luogo la nazionalizzazione, indispensabile (solo lo Stato può sobbarcarsi il costo dell’operazione) ma, insieme a questa inevitabile decisione, va presa quella di fermare la limitata produzione ancora in corso: spegnere, coi tempi tecnici, gli altiforni e le cokerie, di conseguenza le acciaierie. Vorremmo ricordare che l’altoforno 2 è il primo dei forni andati in produzione nell’ottobre 1964; il forno 3 è partito nel gennaio 1965 (questo è stato smantellato come anche anche l’AFO 5 ormai fuori produzione, fermo dal 2015); gli altri che resterebbero in produzione sono l’AFO 1 in produzione dal dicembre 1969 e il 4, in produzione dal 1971, che non sono messi bene. La loro fine sarebbe una saggia decisione. Iniziando così la bonifica e la successiva costruzione dei forni elettrici e degli impianti per il preridotto. Certo, c’è il problema del gas che è un combustibile fossile. Ma pensate a cosa significherebbe: Chiusura dei tre altiforni, chiusura delle cokerie, chiusura delle due linee dell’Agglomerato 2. Si può dire che i forni elettrici, l’impianto per il preridotto, alimentati a gas, sarebbero la stessa cosa di prima? Ci vuole un bel coraggio a sostenerlo. Certo, bisognerà continuare la lotta per l’idrogeno verde e anche per investimenti e diversificare la produzione, per garantire l’occupazione ai lavoratori e lavoratrici a causa degli inevitabili esuberi; investire nel turismo, nella cultura, nello sport. Il tutto ha un tempo. Iniziamo a smantellare la produzione che determina danni alla salute e cospicue perdite economiche. Il resto verrà con l’impegno di tutti, mettendo da parte posizioni ideologiche che inevitabilmente dividono.

Sinistra Anticapitalista fa appello a Rifondazione comunista e a chi vuole dare una prospettiva a questo stabilimento e propone un primo incontro per discutere come affrontare al meglio questa impasse in cui ci hanno infilati.