Auschwitz, il male radicale
L’antisemitismo continua a diffondere il suo veleno. Questo però non ci impedisce di evidenziare la criminale confusione che alcuni (e in primo luogo i leader dello stato israeliano) hanno seminato tra antisemitismo e antisionismo [Fabrizio Burattini]
La storia
Esattamente 80 anni fa, alle 15.00 del 27 gennaio 1945, la 100ª Divisione della 60ª Armata del Fronte di Voronezh dell’Armata Rossa sovietica, conclusa la liberazione dell’Ucraina, entrò nel campo di concentramento di Auschwitz, dopo un combattimento con la guarnigione tedesca, che causò la morte di 66 soldati sovietici. All’interno vi erano ancora 7.000 deportati sopravvissuti. Ma i soldati sovietici scoprirono anche circa 600 corpi di prigionieri giustiziati sommariamente dalle SS nelle ore immediatamente precedenti alla liberazione.
Auschwitz, nella Slesia polacca occupata dal 1939, a circa cinquanta chilometri da Cracovia, era il più grande complesso di campi di concentramento del Terzo Reich (oltre 10 kmq), costituito da tre parti distinte: la prima era il vero e proprio campo di concentramento, la seconda era il centro di sterminio e la terza era una fabbrica chimica di produzione di combustibile sintetico dove i deportati venivano usati come lavoratori schiavi. Era stato istituito nel 1940 da Heinrich Himmler, il capo assoluto delle SS tedesche e della Gestapo.
Nei 5 anni di funzionamento, nel solo campo di Auschwitz, morirono più di 1.100.000 tra uomini, donne e bambini, la stragrande maggioranza dei quali il giorno stesso del loro arrivo in treno. Si trattava di quella che i nazisti chiamarono la “Soluzione Finale”, quello che la storia ha definito l’Olocausto, la Shoah (in ebraico). Le stime del numero di ebrei uccisi nell’Olocausto, nei vai campi di sterminio creati dai nazisti, si attestano attorno alla cifra di 6 milioni di morti, richiamata nei verbali del processo di Norimberga, anche se ne sono stati individuati con nome e cognome poco più di 4 milioni. Furono uccisi nelle camere a gas o talvolta fucilati, ma morirono anche per malattie, malnutrizione, maltrattamenti o in seguito a esperimenti medici. Nel solo campo di Auschwitz, oltre agli ebrei, morirono oltre 70.000 polacchi non ebrei, 21.000 zingari (lo sterminio nazista dei Rom viene definito porajmos, il “grande divoramento”), 15.000 prigionieri sovietici e altrettanti prigionieri di altre nazionalità, e un numero imprecisato di omosessuali.
La vicenda di Auschwitz e, più in generale, della Shoah ha segnato la politica e la cultura della seconda metà del Novecento, ha impegnato il popolo tedesco in una complessa e dolorosa ricostruzione delle proprie responsabilità collettive, del come fosse stato possibile un così perverso e gigantesco meccanismo maligno di sterminio razzista. La filosofa Hannah Arendt, rispolverando il concetto di “male radicale” elaborato da Immanuel Kant oltre un secolo e mezzo prima, impegnò su questi quesiti i suoi studi e la sua appassionata intelligenza.
Oggi, da qualche anno a questa parte, quella “conventio ad excludendum”, quell’esclusione dei neofascisti dal potere è clamorosamente saltata. E l’Italia è stata in qualche modo, perlomeno tra i paesi economicamente più sviluppati, “all’avanguardia” in questa perversa “innovazione”, fin dalla legittimazione di Gianfranco Fini da parte di Silvio Berlusconi nel 1993, per arrivare alla “presa del potere” di Giorgia Meloni nel 2022, esattamente 100 anni dopo la marcia su Roma di Mussolini e dei suoi. Ma oggi il “contagio italiano” si sta diffondendo un po’ ovunque…
Nella confusione politica e ideologica attuale, il male sta diventando di nuovo un luogo comune. L’abbiamo visto nella legittimazione universale del genocidio perpetrato da governo israeliano a partire dal 7 ottobre 2023 nella Striscia di Gaza, paradossalmente giustificato in nome della “lotta all’antisemitismo”.
Il concetto di “male radicale” (come abbiamo ricordato) venne coniato da Kant e ripreso da Arendt proprio in relazione alle atrocità naziste di Auschwitz e del complesso dell’Olocausto, alle abominevoli atrocità commesse in quei luoghi, alla barbara violenza dell’odio per gli ebrei, per gli zingari, all’antisemitismo assunto nel Terzo Reich come “missione civilizzatrice”.
Oggi, quella percezione e le conseguenze politiche e culturali che essa implicava stanno svanendo nella confusione ideologica di questo primo quarto di secolo. Abbiamo assistito ed assisteremo in Italia e in troppi altri paesi del mondo alla tragica perversioneper cui saranno proprio gli eredi di quella terribile ideologia a commemorare ipocritamente la liberazione dei campi creati dai loro “maestri politici”, e a farlo insieme agli ultimi sopravvissuti all’eccidio e ai loro figli.
Questo mentre l’uomo più ricco del pianeta, Elon Musk, fanatico sostenitore del presidente di estrema destra degli Stati Uniti, e addirittura integrato da quest’ultimo nella sua amministrazione, ha appena esibito il saluto nazista alla folla presente per l’insediamento di Trump. Qualcuno ha fatto notare questo atto, che fino a qualche anno fa avrebbe fatto scalpore, ma alla fine lo scandaloso “Sieg heil” del magnate sudafricano è stato rapidamente derubricato come “segno dei tempi”.
Perché questa sostanziale rimozione di massa e del mondo politico? Molto si attribuisce al fatto che per ovvi motivi anagrafici, grandissima parte dei testimoni diretti della Shoah sono scomparsi. Ma occorre anche sottolineare che la conoscenza su quel che è accaduto oltre 80 anni fa non manca: tantissimi film, documentari e libri hanno trasmesso e continuano a trasmettere ricordi e significati. Dunque anche di fronte alla quasi generalizzata sparizione dei testimoni diretti, i fatti sono noti, se non a tutti, alla stragrande maggioranza delle persone.
E così ci ritroviamo di nuovo di fronte a una nuova “banalizzazione del male”, palese nel cinismo con cui l’Occidente ha assistito all’eccidio sionista di Gaza, ma anche all’analogo cinismo con cui parte importante di quel che resta della sinistra ha assistito alla carneficina russa in Ucraina. La banalità del male viene gettata nella mischia, alimentando la confusione storica e culturale, mettendo a confronto mali che non hanno assolutamente nulla a che fare l’uno con l’altro, come ad esempio nella equiparazione tra il nazismo e l’Islam.
Così, Ignazio la Russa partecipa alla commemorazione della deportazione degli ebrei, mentre Marine Le Pen e gli altri dirigenti del Rassemblement Nationalpartecipano con Macron in prima fila a una marcia contro l’antisemitismo; si paragonano i genocidi, non per considerarne la crudele realtà sulla base di fondamenti etici stabiliti dalla storia, ma per stabilire gerarchie del peggio in un relativismo desolante.
Invece dobbiamo sviluppare e stimolare la riflessione sugli ignobili meccanismi che hanno portato allo sterminio sistematico degli ebrei e di altri gruppi ritenuti “subumani”, non per un sentimento nostalgico di un antifascismo di maniera, ma perché quella riflessione deve continuare a segnare il nostro modo di guardare il mondo.
L’antisemitismo continua a diffondere il suo veleno e non può mai essere scusato. Questo però non ci impedisce di evidenziare la criminale confusione che alcuni (e in primo luogo i leader dello stato israeliano) hanno seminato tra antisemitismo e antisionismo.