Elezioni regionali in Liguria. Le indicazioni di voto di Sinistra Anticapitalista
L’inchiesta giudiziaria e le dimissioni di Giovanni Toti. Le elezioni regionali anticipate
Per il 27 e 28 ottobre prossimi sono state indette le elezioni regionali anticipate in Liguria, a seguito delle dimissioni del presidente Giovanni Toti e il conseguente scioglimento del Consiglio Regionale. Come è risaputo, le dimissioni da parte di Toti sono state formalizzate il 26 luglio, come unica possibilità da parte sua di poter richiedere, come poi ha ottenuto, la revoca degli arresti domiciliari in cui si trovava dal 7 maggio per l’inchiesta giudiziaria in tema di corruzione e altri reati che ha coinvolto, oltre a lui, anche altri importanti personaggi del mondo politico ed economico genovese e ligure finiti agli arresti, tra cui l’ex presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale (i porti di Genova, Genova Prà, Savona, Vado Ligure) Paolo Emilio Signorini, nel frattempo nominato amministratore delegato di Iren, e l’imprenditore portuale (e non solo) Aldo Spinelli, padrone del Gruppo Spinelli, importante network integrato della logistica (terminal portuali, autotrasporto, servizi marittimi e portuali, ecc.).
Nel frattempo Toti, Signorini e Spinelli, per non andare a processo e ottenere uno sconto di pena, hanno concordato con la Procura un patteggiamento, quindi una ammissione di colpevolezza, che comunque dovrà essere accolto dal gip nell’udienza prevista per il 30 ottobre. Toti, in particolare, ha concordato una pena di 2 anni e un mese, che verrebbe scontata attraverso 1.500 ore di lavori socialmente utili, e una confisca di 84.100 euro.
L’inchiesta giudiziaria ha scoperchiato un maleodorante pentolone ma, come scrivevamo in un nostro comunicato lo scorso 8 maggio, “non si tratta solo di corruzione e illegalità. Questi sono gli stessi personaggi che, insieme a tanti altri, anche di rilievo nazionale e non solo a destra, hanno magnificato in questi anni il “modello Genova”, quello sempre più libero da lacci e lacciuoli (cioè aggiramento o soppressione di norme sugli appalti, di vincoli ambientali, di contratti di lavoro, di controlli amministrativi o antimafia, ecc.) e che si vuole riproporre come sistema, a partire dalla realizzazione di opere come ad esempio il ponte sullo stretto di Messina, un “modello” eretto a sistema dove i confini tra legalità e illegalità diventano sempre più labili e si fanno confusi.” Ricordiamo che il “modello Genova” è quello con cui vennero definite nel 2019 dal Governo Conte 1 (M5S + Lega) le modalità del sistema commissariale e di appalti per la ricostruzione del ponte Morandi. E così proseguivamo: “Certo, Toti e la sua giunta naturalmente vanno cacciati subito. Ma questi personaggi vanno cacciati con la lotta, non solo contro corruzione, abusi e malaffare, ma soprattutto per difendere le condizioni del lavoro, il servizio sanitario pubblico, l’istruzione pubblica gratuita.” – vedi:
https://anticapitalista.org/2024/05/08/corruzione-e-mafia-la-procura-smonta-il-modello-genova/
Del resto, sullo yacht di Spinelli, ancorato nel Porto Antico a Genova, non salivano solo personaggi politici della destra ma anche del centrosinistra. E a fine luglio la Spininvest s.r.l., la holding del gruppo Spinelli, ha scelto come nuovo presidente David Ermini, ex deputato e membro della Direzione nazionale del PD. Che poi Ermini, in seguito agli imbarazzi del centrosinistra che si apprestava alla campagna elettorale, si sia dimesso dalla Direzione del PD, non cambia di molto le cose. Non per questo sosteniamo che “sono tutti uguali”, per esempio sul piano di alcuni diritti civili, ma sicuramente, in particolare nel campo delle scelte economiche e sociali, il campo borghese e liberista è quello a cui fanno riferimento entrambi i maggiori schieramenti politici.
Un breve quadro della situazione economica e sociale della Liguria
La Liguria ha oggi rilevanti problemi. È la regione più “vecchia” non solo in Italia, ma in tutta l’Unione Europea, con una età mediana di 52,1 anni (media UE 44,5 anni), con tutte le relative conseguenze in termini di percentuale di lavoratori attivi sulla popolazione o di necessità e bisogni di assistenza sociosanitaria. Ormai lontani dai fasti del triangolo industriale di cinquanta anni fa, oggi la Liguria rappresenta il “sud” del nord Italia, con un residuo fiscale (cioè la differenza tra quanto una regione riceve dal sistema pubblico in termini di spesa e quanto versa in termini di tributi) ormai negativo (1.046 euro procapite, secondo gli ultimi dati elaborati dalla Cgia di Mestre).
Ma anche il tessuto economico riscontra evidenti fragilità, con un forte nanismo aziendale, dato che il 96% delle aziende ha un numero di addetti inferiore a 9. Nel primo semestre di quest’anno, solo l’11,7 % delle nuove assunzioni sono state con contratti a tempo indeterminato full time. E la qualità del lavoro si misura anche in termini di salute e sicurezza. Nel 2023, nonostante un numero ridicolo (1,1% sull’insieme delle aziende) di ispezioni, si è registrato un alto tasso di irregolarità (75,4%), superiore al dato nazionale.
Sul piano sociale, il 17,7% della popolazione ligure si trova a rischio di povertà e di esclusione sociale. Per quanto riguarda la sanità, tra il 2022 e il 2023 sono aumentate da 88.446 a 118.946 le persone, il 7,8% della popolazione, che hanno dovuto rinunciare a curarsi. I tempi di attesa su diagnostica e visite specialistiche sono aumentati a dismisura. Per fare qualche esempio, nell’ambito della classe di urgenza B (da farsi entro 10 giorni dalla richiesta), per una colonscopia nella ASL 1 Imperiese sono di 211 giorni, per una visita ginecologica all’Azienda Ospedaliera San Martino di Genova di 169 giorni, per una ecografia alla mammella nella ASL 5 Spezzino di 146 giorni.
Come vanno alle elezioni gli schieramenti politici maggiori
Per queste elezioni, le destre, in difficoltà per l’indagine giudiziaria, sono andate alla ricerca spasmodica di un candidato presidente, ricevendo parecchie risposte negative da chi non voleva imbarcarsi in una prospettiva di sconfitta giudicata probabile. Alla fine, però, è uscito il coniglio dal cappello, con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni che ha pregato di candidarsi, riuscendovi, il sindaco di Genova Marco Bucci, il sindaco del “fare”, con consensi e apporti anche dal centro degli schieramenti politici (nelle elezioni comunali di due anni fa ha avuto anche il sostegno di Azione e di Italia Viva). Si consideri che, in caso di elezione, Bucci dovrebbe dimettersi da sindaco e Genova, date le leggi elettorali presidenzialiste e maggioritarie, dovrebbe andare anch’essa a elezioni comunali anticipate nella prossima primavera, dopo un periodo di commissariamento. In ogni caso, questa candidatura ha riaperto le possibilità di competizione e di eventuale successo per le destre.
Il centrosinistra (o campo largo o chiamatelo come vi pare), in uno schieramento che va da AVS (Sinistra Italiana + Europa Verde) ad Azione, passando per PD e M5S, ha scelto di candidare Andrea Orlando, tra i maggiori esponenti del PD a livello nazionale.
Orlando, politico di lungo corso, l’ultimo segretario della FGCI a La Spezia quando aveva 20 anni, già allora collocatosi nella corrente “migliorista”, dal 2006 è stato eletto ininterrottamente deputato alla Camera. Ha condiviso a più riprese responsabilità ministeriali: ministro dell’Ambiente nel 2013 nel Governo Letta (di “larghe intese”, sostenuto da PD, l’allora Popolo della Libertà di Berlusconi e Scelta Civica di Monti); ministro della Giustizia nel 2014 nel Governo Renzi, poi confermato nel 2016 nel Governo Gentiloni; ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali nel 2021 nel Governo Draghi. Ha pertanto condiviso, anzi ne è stato tra i maggiori artefici e responsabili, tutte le politiche del PD e del centrosinistra (e in una serie di passaggi, anche di “unità nazionale”) di questi anni, di austerità, di tagli nelle risorse da destinare alle politiche sociali, di aumento delle spese militari, di riduzione dei diritti dei/delle lavoratori/trici (il Jobs Act e non solo). Ma anche nel campo della repressione sociale e dei migranti: i famigerati Decreti “sicurezza” di Minniti del 2017 dovrebbero essere chiamati più propriamente Minniti – Orlando, visto che portavano la firma non solo del ministro dell’Interno Marco Minniti ma anche dell’allora ministro della Giustizia Orlando.
La “sinistra radicale” e le indicazioni di voto di Sinistra Anticapitalista
Sinistra Anticapitalista, già dalla fine luglio, ha ricercato con disponibilità unitaria la possibilità di costruire una intesa di fronte comune di sinistra di alternativa per questa scadenza elettorale, proponendo incontri ad altre organizzazioni della sinistra radicale (Rifondazione Comunista, Potere al Popolo, PCI; non il PCL, data la sua risaputa tattica elettorale settaria e isolazionista), pur considerando e non volendo certo oscurare le non poche differenze, a seconda dei singoli soggetti, dalle questioni di politica internazionale alle modalità di relazione con i movimenti sociali, le organizzazioni sindacali, ecc.
Abbiamo però dovuto aspettare oltre un mese per avere una risposta da parte di Rifondazione. Il PRC, infatti, per tutto il mese di agosto, è stato impegnato in una divaricante discussione interna tra chi propendeva per la costruzione di una lista alternativa e chi per un accordo con il centrosinistra. Il suo Comitato Politico regionale ha dapprima registrato, il 12 agosto, una situazione di parità (11 a 11 + un astenuto) e solo successivamente, il 26 agosto, ha prevalso di misura la scelta per una lista alternativa (13 a 11 + un astenuto, con le Federazioni de La Spezia e di Savona e parte di quella di Imperia contrarie). Non scopriamo qui nessun segreto perché tutto quanto è raccontato sul sito web della Federazione del PRC di Savona, sia nell’articolo “Regionali 2024. Una lista di alternativa per la sinistra” – vedi:
e poi, soprattutto, nella pubblicazione della lettera aperta di oltre 100 militanti, “Regionali 2024. Più di cento firme contro una scelta minoritaria ed escludente” – vedi:
Poi, appena compiuta questa scelta, ci siamo trovati di fronte il 29 agosto a due diversi comunicati stampa, uno di Rifondazione e l’altro congiunto di Potere al Popolo e del PCI, in cui entrambi rivendicavano autonomamente la primogenitura della scelta di una lista alternativa a sinistra.
Abbiamo comunque partecipato agli incontri unitari che si sono successivamente sviluppati, non a scatola chiusa ma per verificare se vi erano le condizioni, dal nostro punto di vista, per la definizione di una lista comune.
Abbiamo però dovuto riscontrare la mancanza di condizioni per un impegno organico in questa lista da parte della nostra organizzazione, con il nostro simbolo e la proposizione di nostri/e candidati/e, a partire dalla necessità, per quanto ci riguarda, di poter condividere una figura di candidato/a presidente, data anche la grande rilevanza mediatica che ha tale figura in questo tipo di scadenza elettorale, che potesse rappresentare con equilibrio politico una coalizione che ci comprendesse.
C’è anche da dire che i tempi, che risultavano ormai ristretti, non certo imputabili alla nostra organizzazione, per la presentazione della lista (definizione di un/una candidato/a presidente, delle liste provinciali dei/delle candidati/e, la successiva raccolta delle firme di elettori/trici per poter presentare la lista stessa, definizione di un programma) non hanno certo aiutato. Così come anche le scarse esperienze di lavoro di fronte comune, con chi più con chi meno, a seconda delle organizzazioni, quanto meno negli ambiti dove sia possibile attivare delle iniziative unitarie.
In ogni caso, pur non facendone parte, diamo una indicazione di voto per la lista “per l’alternativa”, formata appunto da Rifondazione Comunista, Potere al Popolo e PCI.
Riteniamo infatti che sia importante utilizzare anche questa scadenza elettorale per indicare un segnale a sinistra, alternativo ovviamente alle destre ma anche alle politiche del centrosinistra liberale.
Sinistra Anticapitalista – Genova e Liguria