Peggio del Codice Rocco!
Reprimere il conflitto, educare alla disciplina, ridisegnare il Paese: Una lettura del disegno di legge Piantedosi-Nordio-Crosetto. Su questo infernale decreto occorre costruire la massima informazione e denuncia, per costruire un movimento di massa capace di rigettarlo in toto, quando arriverà in discussione alla Camera in settembre [Maria Giuseppina Izzo e Franco Turigliatto]
L’arrivo in parlamento del Disegno di Legge n. 1660 del trio Piantedosi-Nordio-Crosetto sulla “Sicurezza Pubblica” esprime fino in fondo la natura reazionaria, antidemocratica ed antisociale del governo Meloni, Salvini, senza dimenticarsi Tajani, al servizio della classe dominante, delle sue ingiustizie e delle sue politiche liberiste distruttive, al fine di garantirne il potere e lo sfruttamento delle classi subalterne. Se mai qualcuno avesse avuto qualche dubbio, il provvedimento mostra come le estreme destre siano uno strumento pericolosissimo e fondamentale al servizio della classe padronale. Il disegno di legge costituisce un attacco violentissimo a tutti i movimenti sociali ed in primo luogo al movimento delle lavoratrici e dei lavoratori e alle sue organizzazioni sindacali.
Il governo Meloni agisce su tutti i terreni, moltiplicando rapidamente le proprie misure reazionarie su tutti gli aspetti economici, sociali, dei diritti, della democrazia, che determinano le condizioni delle classi lavoratrici, compresi gli assetti costituzionali attraverso l’autonomia differenziata e il premierato. Davvero serve un grande rilancio complessivo di mobilitazione e di lotta per difendere salari, lavoro, diritti, organizzazione sindacale e sociale, delle/degli sfruttate/i ed oppresse/i.
Su questo infernale decreto occorre costruire la massima informazione e denuncia, per costruire un movimento di massa capace di rigettarlo in toto, quando arriverà in discussione alla Camera in settembre.
Il Ddl 1660 è intitolato “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica , di tutela del personale in servizio, nonché di vittime dell’usura e di ordinamento penitenziario”, e costituisce il nuovo “pacchetto sicurezza”, il nuovo apice delle politiche repressive del governo Meloni. E’ ancora fermo in discussione commissione affari e giustizia per l’approvazione di due emendamenti, per poter poi proseguire il suo iter parlamentare. Interviene, come dice il titolo, in molti ambiti anche molto diversi tra loro che tuttavia riassumono l’organicità che questo governo riesce a esprimere nel criminalizzare ogni forma di lotta politica e sindacale, in particolare le occupazioni di case, le lotte portate avanti da chi manifesta contro le grandi opere (vedi No TAV al nord e No Ponte al sud), le lotte dei movimenti in difesa dell’ambiente, quelle di chi difende diritti sindacali, quelle contro la guerra, quelle degli immigrati trattenuti nei centri di accoglienza e nei CPR e le lotte di chi si ribella nelle carceri.
Il Ddl è nello stesso tempo dedicato, in maniera quasi sacrale, alla tutela e al rafforzamento dell’immagine e del ruolo delle forze dell’ordine che, in quanto tutori dell’ordine capitalistico, sono necessarie per attuare una nuova idea di paese e per la corsa al riarmo e alla guerra.
Il provvedimento, purtroppo, è da più parti molto sottovalutato nel suo impianto e nella sua pericolosità, formalizza di fatto quello che in realtà già avviene in molte parti del nostro paese dove frequentemente si mettono in atto misure repressive nei confronti di chi lotta o di chi semplicemente manifesta il proprio dissenso (indicativo in questo senso l’attacco avvenuto in questi giorni a chi ha osato manifestare contro la guerra e per farlo ha scelto i cancelli della Leonardo).
Il Ddl non cade dal cielo ma rimanda ad altri decreti sulla sicurezza a partire, volendo parlare di anni più recenti, al decreto legge 113/2018 a firma Salvini-Conte, al decreto legge 13/2017 (Minniti), al decreto 130/2020 (Lamorgese) e, se si vuole andare un poco più lontano, all’istituzione del GOM (Gruppo operativo mobile della polizia penitenziaria) che nasce nel 1997 e che diventa operativo con Oliviero Diliberto, allora ministro “comunista” della Giustizia, e che è stato ripristinato di recente nelle carceri di Bologna.
I vari articoli vanno a toccare punti importanti del codice penale arrivando persino a peggiorare il famoso codice Rocco redatto nel 1930 dall’allora Ministro di Grazia e Giustizia del governo Mussolini.
Il testo del Ddl introduce il reato di “rivolta in carcere”, inasprisce le pene nell’ambito di “manifestazioni di piazza”, trasforma in reato penale il “blocco stradale” (quindi in primis i picchetti durante gli scioperi), inasprisce le pene per i reati di “oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale” e, dulcis in fundo, rende possibile il porto abusivo di armi da parte di agenti e funzionari di pubblica sicurezza.
Non poteva mancare poi l’introduzione dell’ennesimo reato di sovversione: si tratta del “terrorismo della parola” – come’è stato minacciosamente definito nella relazione di accompagnamento del disegno di legge – volto a punire chiunque detenga, o faccia circolare, in forma sia scritta che orale, testi ritenuti capaci di “sobillare” al compimento di atti o resistenze che coinvolgano uffici, istituzioni, servizi pubblici o di pubblica necessità.
Il Disegno di legge quindi contiene molte cose ed ha chiaramente molteplici obiettivi, uniti tra loro da un comune denominatore. In primo luogo esprime la volontà chiara di disciplinare tutta la società sotto tutti i punti di vista, a partire dallo stesso piano ideologico e culturale, di intimidire chi lotta e, attraverso l’esempio repressivo che viene esercitato sui militanti, arrivare alla gente comune in maniera tale da farla desistere dal contribuire anche solo attraverso la partecipazione alle manifestazioni di lotta (visto che anche chi prova semplicemente a esprimere la propria opinione può essere represso) tutto al fine di arrivare a indebolire le rivolte e le lotte stesse.
La risposta o le risposte a questo provvedimento, purtroppo ancora tutte da costruire, consistono prima di tutto nell’affrontarlo allo stesso modo in cui è proposto, vale a dire in maniera organica: ciò significa riuscire a organizzare una grande controffensiva capace di costruire un’opposizione sociale che possa dimostrare anche la forza reale che si è capaci di mettere in campo, capaci di essere al fianco di chi viene coinvolto in azioni di repressione anche attraverso la costituzione di una cassa di resistenza, capaci di costruire iniziative contro le singole problematiche e di agire in maniera sinergica.
Evidenziare il legame che unisce la lotta contro questo decreto sicurezza e la lotta contro la guerra, denunciare la corsa alla guerra e mettere in campo un’azione anticapitalista, come unico modo per fermare la guerre, e in particolare le guerre in atto in Palestina e in Ucraina. Arrivare quindi a trasformare la criminalizzazione del dissenso da elemento di debolezza a elemento di forza perché se è vero che i rapporti di forza condizionano il nostro agire è anche vero che la repressione può generare sempre rivolta, come dimostra lo sviluppo spontaneo di rivolta delle masse nelle guerre ma anche l’insorgenza nelle carceri cui assistiamo oramai frequentemente.
Contro questa ennesima escalation repressiva e liberticida è quindi necessario e urgente avviare un confronto per l’unità delle lotte da realizzare attraverso una mobilitazione forte e in tempi brevi, tenendo conto del fatto che la posta in gioco è molto alta e che altrimenti ogni tipo di dissenso sarà silenziato.
Finora l’attenzione è stata insufficiente, ma non inesistente; segnaliamo il sito “Volere la luna” che ha dedicato al Ddl due importanti articoli di due giuristi, alla cui lettura rimandiamo (“Proteste e lotte sociali: alla destra non basta il codice Rocco” di Claudio Novaro, e “L’Ungheria è vicina” di Livio Pepino). Segnaliamo anche sul piano delle iniziative pratiche una prima iniziativa dell’USB a Roma a fine giugno, per denunciare la pericolosità del disegno di legge, e più recentemente un’assemblea online dei soggetti politici e sociali che gravitano intorno al Sicobas.
Il compito è naturalmente quello di allargare l’attenzione e la consapevolezza sul problema agli strati più larghi, di arrivare a coinvolgere rapidamente tutte le organizzazioni sindacali, comprese le grandi organizzazioni sindacali confederali, quelle sociali e quelle dei movimenti ambientalisti e di difesa e solidarietà dei migranti e beninteso i movimenti contro il riarmo e di solidarietà internazionalista.
Sarà questo uno degli impegni, anche se non facile, di Sinistra Anticapitalista fin dalle prossime settimane.