Non era l’Ohio ma la solita Italia senza alternative al bipolarismo
Il voto dell’Abruzzo spegne le speranze di PD e M5S su un cambio del vento a favore del cosiddetto “campo largo”. Vota sempre meno gente e vota a destra [Franco Turigliatto]
Il voto dell’Abruzzo spegne le speranze di PD e M5S su un cambio del vento elettorale a vantaggio delle forze del cosiddetto “campo largo” dopo il risultato della Sardegna e conferma invece in modo abbastanza netto il successo dello schieramento delle destre ed estrema destra: 53,5% per il candidato di Giorgia Meloni, Marco Marsilio mentre Luciano D’Amico del centro sinistra si ferma al 46,5%. Ma il dato politicamente e socialmente più significativo è la partecipazione al voto che si ferma al 52%, un punto in meno di 5 anni fa, la più bassa di sempre. Ma questo dato viene appena segnalato dai media, considerato ormai “normale”, se non per indicare che ancora una volta una area consistente di presunti elettori di sinistra si è tenuto ben lontana dai seggi elettorali.
Noi invece vogliamo sottolineare, come avevamo già fatto per il voto sardo, l’aspetto democratico di fondo, la scarsa rappresentatività del voto stesso; il neo eletto è stato scelto da una minoranza (meno del 30%) degli aventi diritto al voto.
Naturalmente c’è anche da preoccuparsi del fatto che la maggioranza di quelli che sono andati a votare non hanno avuto problemi a ridare il governo della regione a un personaggio (grande sodale della Meloni) e a uno schieramento che hanno dato pessima prova nella gestione della regione e che hanno ulteriormente massacrato la sanità pubblica.
Nel 2019 Marsilio era stato eletto con il 48,03% (circa 300.000 voti) e il suo schieramento aveva raggiunto il 49,20% (quasi 295.000 voti). In questa tornata elettorale il neopresidente ha ottenuto il 53,5% e circa 327 mila voti.
Se poi prendiamo le elezioni politiche del 2022 il centro destra si era fermato al 47,7% con 298,684 voti.
Questo dati spiegano da soli l’euforia delle destre che dopo gli errori della Sardegna, per altro segnata da una situazione specifica e particolare, hanno preso alcune contromisure confermando appieno la tenuta della coalizione se pure con una diversa articolazione di voto tra i partiti che la compongono.
Nel 2019, quando Salvini era allo zenit della sua popolarità, la Lega aveva ottenuto il 27,53%, Forza Italia il 9,05% e FdI appena il 6,49%. Nelle elezioni politiche del 2022 il ribaltone interno alle destre aveva proiettato Fdl al 27,9%, Forza Italia all’11,1% e precipitato la Lega all’8,1%. Domenica scorsa FdI ottiene il 24,1% a cui si deve aggiungere il 5,8% della lista di Marsilio, Forza Italia sale al 13,4% mentre la Lega si salva dal crollo che si annunciava, assestandosi al 7,6%, poco sotto il dato del 2022.
Complessivamente dunque viene confermata la leadership della Meloni, con Forza Italia che può dirsi ben soddisfatta e con Salvini che riesce a sopravvivere; non male quindi per la tenuta della coalizione nel suo insieme in vista delle elezioni europee.
Diverso il discorso per le forze del “campo largo” che nel 2019 e poi anche nel 2022 si presentavano divise tra loro. Nel 2019 il candidato Legnini del PD otteneva il 31,29% e Marcozzi Sara del M5S il 20,20% con il PD all’11,4% (a cui bisognava aggiungere il 5,55% della lista del candidato presidente) e il M5S al 19,74%; nelle elezioni politiche del 2022 il PD otteneva il 16,6% e il M5S il 18,5%, con la coppia Calenda Renzi al 6,3%.
Oggi il voto premia nettamente il PD con il 20,3% e penalizza duramente il M5S che si ferma sotto la soglia del 7%. Azione di Calenda e soci alleati restano al 4%.
E’ fin troppo chiaro non solo che il campo largo non è risultato credibile come molti si aspettavano, ma che questo voto complica enormemente la possibilità delle alleanze tra il PD e il M5S. Quest’ultimo non solo sembra essere decisamente penalizzato, come è tradizione, dal voto amministrativo locale, ma anche dalla scarsa credibilità che l’alleanza con il PD trova in un settore significativo del suo elettorato.
Per quanto riguarda la sinistra moderata rappresentata dalla alleanza di SI e Verdi, nel 2019 aveva ottenuto il 2,68%, oggi un 3,6%. La sinistra radicale con Unione popolare nel 2022 aveva ottenuto l’1,72%. Oggi non pervenuta
Per questo ci sembra confermato quanto scrivevamo una settima fa dopo il voto sardo: quello che serve per contrastare la Meloni con l’elmetto, le sue destre estreme e il suo elettorato consolidato non è solo e non tanto l’unità istituzionale ed elettorale delle forze della opposizione, per altro non particolarmente credibili per i loro trascorsi del passato (sono stati tutti più o meno a lungo al governo) e quindi in difficoltà (ed anche impossibilitati) a trovare un programma comune forte e alternativo alle destre, quanto un movimento sociale, politico e rivendicativo complessivo delle classi lavoratrici senza il quale non si va da nessuna parte e tanto meno verso una rinnovata primavera.
E questo vale anche piano elettorale ed istituzionale; solo un cambio di stagione politica sociale con una prolungata mobilitazione delle classi subalterne può determinare dei cambi più significativi nel voto, a partire dalla credibilità a tornare al voto in ampi settori di massa, cioè dalla credibilità che l’utilizzo delle urne possa servire a cambiare la loro condizione. La democrazia rappresentativa tradizionale è stata logorata e svilita sia dalle controriforme istituzionali che dai governi delle diverse forze politiche che hanno vergognosamente gestito gli interessi e le scelte economiche della grande borghesia.
Quello che serve è un nuovo protagonismo da basso, una partecipazione democratica dai luoghi di lavoro, dai territori, attiva e di lotta per difendere le condizioni di vita e di lavoro delle classi subalterne che costruisca una nuova coscienza collettiva alternativa al sistema capitalista. Non ci sono scorciatoie in un quadro internazionale che “rivaluta” la guerra e l’affermarsi di forze reazionarie e di estrema destra in tanti paesi del mondo.
Per questo dobbiamo guardare con attenzione a quanto avverrà sul terreno delle lotte per il salario e l’occupazione prodotte dalle contraddizioni e dalle ingiustizie del sistema e beninteso alle lotte sociali e transfemministe e di solidarietà internazionalista che pure continuano a manifestarsi anche se non riescono a incidere per ora ancora sui rapporti di forza complessivi di classe. Queste lotte sono il nostro riferimento.