Il tempo spezzato di Lenin
Strano destino quello del grande rivoluzionario russo, amato da molti e a lungo punto di riferimento per le lotte di liberazione, odiato e demonizzato dalla borghesia, ma anche imbalsamato dai falsi amici e dal semplicismo dei troppi dogmatici. Una rilettura a cent’anni dalla morte di Lenin [Franco Turigliatto]
Ricorre questo 21 gennaio il centenario della morte di Lenin, una figura centrale nella storia del movimento operaio e più in generale della storia tout court dei cruciali primi 20 anni del ventesimo secolo; di certo l’artefice principale del grande movimento sociale e di massa che portò alla vittoria della prima rivoluzione proletaria nell’ottobre del 17. In questi giorni potremo leggere sui media molte ricostruzioni interessate e distorcenti sul rivoluzionario russo; verso altri grandi marxisti i propagandisti ideologici della borghesia possono essere più o meno indulgenti, ma non nei suoi confronti; forse proprio perché con la sua determinazione strategica e politica fu capace di guidare il suo partito e l’organizzazione democratica di classe dei soviet al rovesciamento del vecchio ordine e alla conquista del potere da parte della classe operaia.
Questi stessi sicofanti si dimenticheranno certo di spiegare che Lenin fu il nemico giurato ed irremovibile della guerra imperialista scatenata dalle borghesie europee nel 1914, che insanguinò per 4 anni le trincee di Europa con decine di milioni di morti, una guerra imperialista, una guerra capitalista che mostrava tutte le contraddizioni del capitale, le ingiustizie, il disprezzo delle classi dominanti verso le classi lavoratrici e i loro popoli e le violenze strutturalmente insite nella società borghese.
E questa centralità dell’agire del dirigente del partito bolscevico è tanto più vera nel momento in cui le contraddizioni del capitalismo alimentano nuovi venti di guerra anche nel XXI secolo; la corsa al riarmo generalizzato si accelera e i fronti del conflitto militare si moltiplicano; ancora una volta cresce il martirio delle popolazioni coinvolte, a cui si negano libertà, giustizia, autodeterminazione, diritti sociali e politici.
Strano destino quello di Lenin, amato da tanti e punto di riferimento per le lotte dei popoli del mondo per molti anni, odiato e demonizzato da molti, ma anche imbalsamato da falsi amici e dal semplicismo dei troppi dogmatici.
Più di altri grandi protagonisti del movimento operaio Lenin ha saputo unire una grande capacità di pensiero teorico con una capacità di azione politica concreta, di tradurre in azione le elaborazioni teoriche, certo non esente anche da errori, ma anche con una grande capacità di riflettere sulle dinamiche del movimento di massa, di modificare alcuni assunti, di provare a correggere gli errori, di non lasciarsi trascinare dalla corrente. Questo spirito lo caratterizzerà anche negli ultimi due anni della sua vita. Colpito da un ictus e da una paralisi il 25 maggio del 1922, in un fase di transizione difficilissima del nuovo stato sovietico, immobilizzato e con difficoltà ad accedere a tutta la documentazione necessaria, ben consapevole che i bolscevichi sono alla testa di un treno che però ha una sua propria traiettoria, percepisce che qualcosa di nuovo e di drammaticamente pericoloso si sta producendo, anche se lui stesso ammette che ancora non lo comprende fino in fondo. In ogni caso, prima di tutti gli altri dirigenti (che in tempi diversi avranno contezza del fenomeno) si accorge che è in corso una degenerazione burocratica e cerca disperatamente di intervenire per impedire che la giovane Federazione delle repubbliche socialiste e sovietiche ne sia travolta. Vari elementi sia politici che di funzionamento del partito e degli apparati dello stato gli fanno intuire che si è di fronte a una svolta; al centro della riflessone di Lenin c’è in particolare la questione georgiana, cioè la questione delle nazionalità, e quali strutture federali debba avere il paese dei soviet per garantire la piena espressione di tutte le diverse repubbliche che lo compongono.
Tema di grande attualità alla luce della guerra in Ucraina. Non è un caso che il neozarista Putin, nel momento in cui ha deciso di invadere l’Ucraina, ha sentito la necessità di attaccare Lenin per le sue concezioni sulla autodeterminazione delle repubbliche sovietiche. Quella di Putin è la concezione di dominio grande russo sui popoli che lo circondano nel quadro del nuovo scontro interimperialista, in totale opposizione con le concezioni leniniste su una questione così delicata della storia.
La vicenda georgiana gestita con violenza ed arroganza da Stalin e dal sodale Ordzonikidze mostra a Lenin nel 1922-23 la gravità del pericolo e lo spinge disperatamente per due anni a cercare in tutti i modi di contrastarla, compreso l’alleanza con Trotsky con per sconfiggere l’involuzione sciovinista grande russa.
Vale la pena di dare la parola a Lenin: “A quanto pare io sono fortemente colpevole verso gli operai della Russia perché non mi sono occupato con sufficiente energia e decisione della famosa questione dell’autonomizzazione, ufficialmente detta, mi pare, questione dell’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche” per poi scrivere a Kamenev:
Compagno Kamenev! Dichiaro guerra (ma non una guerricciola, ma una lotta per la vita e per la morte) allo sciovinismo grande russo. Non appena mi sarò liberato di questo maledetto dente, lo assalirò con tuti i miei denti sani.
Bisogna assolutamente che il CEC federale sia presieduto a turno da
Un russo,
un ucraino,
un georgiano,. Ecc
Assolutamente.”
E ancora “Noi ci riconosciamo eguali in diritto con la RSS dell’Ucraina, ecc, ecc, ed entriamo con essa su un piede di eguaglianza in una nuova Unione, in una nuova Federazione.”
Ecco come ne “L’ultima battaglia di Lenin” lo storico Moshe Lewin riassume il pensiero di Lenin:
“Secondo Lenin i capi del partito non hanno neanche compreso il più elementare principio che doveva guidarli per proporre una soluzione al problema delle nazionalità in uno spirito internazionalista. II proletariato doveva, nel suo stesso interesse, conquistare la fiducia degli allogeni. Questi ultimi sono profondamente diffidenti nei riguardi della nazione maggioritaria, che ha fatto loro subire le offese più sanguinose e così numerose e ripetute ingiustizie; perciò se la grande nazione si accontenta di proclamare una mera eguaglianza formale, il suo atteggiamento può essere qualificato di borghese. Per riparare i torti commessi verso le piccole nazioni, la grande nazione degli ex oppressori ha l’obbligo di ammettere una ineguaglianza a suo danno, di praticare una sorta di autodiscriminazione per compensare la diseguaglianza di fatto che continua ad esistere nelle condizioni di vita a scapito delle piccole nazioni. “
La morte di Lenin interromperà questa sua ultima battaglia che andrà persa; il processo involutivo conoscerà il suo percorso.
…
Nell’occasione del centenario scegliamo di proporre nella sezione Marxismo di questo sito alcuni testi: l’articolo di Fabrizio Burattini che ricostruisce la figura del grande rivoluzionario russo comparsa su Micromega e ben tre articoli di Daniel Bensaid, che più di altri ha saputo interpretare e approfondire i nodi del pensiero di Lenin, a seguire un testo di Diego Giachetti e uno, scritto da Antonio Moscato, per confutare le tesi sulla continuità tra Lenin e Stalin. Questi articoli trattano de: il tempo spezzato; la distinzione tra politico e sociale; il pluralismo della rappresentanza; la porta stretta della crisi rivoluzionaria; il nodo della politica e la strategia rivoluzionaria (Saltos, saltos, saltos); la disperata ultima battaglia di Lenin contro l’insorgere del fenomeno burocratico. Sono letture che pongono complessi e gravi problemi, ma che aprono la mente alla riflessione e alla storia del Novecento.
Buona lettura