No al segno della guerra

Il nostro orizzonte è quello riaffermato dalla Quarta Internazionale: “Ci battiamo per lo smantellamento di tutti i blocchi militari e continuiamo a lottare per il disarmo globale, in particolare per quanto riguarda le armi nucleari e chimiche[Franco Turigliatto]

L’anno che si è chiuso è stato in primo luogo l’anno della guerra, anzi delle guerre, e sotto questo infausto segno si è aperto il nuovo anno, dominato dal massacro senza fine da parte dello stato sionista di Israele del popolo palestinese e dai bombardamenti russi sui civili in Ucraina, seguiti per la prima volta dai bombardamenti ucraini sui civili di una citta russa.

Ma questi sono solo i due fronti più caldi e tragici di un susseguirsi di guerre che traversano diversi paesi del mondo, in una escalation di conflitti militari che a parole in tanti dicono di voler evitare, ma che in realtà rischiano di estendersi e di precipitare il mondo in catastrofi ancora più grandi, a partire in primo luogo da quanto avviene ogni giorno in tutto il Medio Oriente

E’ il prodotto di un sistema capitalista scosso da profonde contraddizioni, da una concorrenza economica e commerciale sempre più acuta, di uno scontro geopolitico tra le grandi potenze imperialiste, ma con un ruolo maggiore ed attivo anche delle potenze regionali, in alleanze e confronti a geometria variabile, in cui il ricorso alla guerra è ormai una opzione largamente considerata ed anche dispiegata. La corsa al riarmo del mondo è pienamente lanciata e i fabbricanti di cannoni fanno più che mai le loro fortune e i loro profitti, costituendo una parte non solo importante, ma anche decisiva degli apparati industriali di molti paesi, compreso il nostro. Vedi questo articolo

Quello che sta avvenendo a Gaza è la precipitazione diretta nell’inferno, è la barbarie, la pulizia etnica, l’inizio di un genocidio, è la punta emergente di una crisi di civiltà, con le potenze occidentali con alla testa gli USA che sostengono in mille forme il ruolo e il progetto dello stato sionista, da cui traspare il loro volto neocoloniale, razzista ed infine e con un sistema mediatico e intellettuale che oscenamente copre e giustifica queste nuove barbarie in nome di una presunta “superiorità morale” di civiltà. Inserire link articolo   

Così come è impressionante leggere la denuncia dei rispettivi crimini che si scambiano tra loro i dirigenti, gli autocrati e i regimi delle diverse potenze protagonisti di condotte infami e dell’oppressione dei loro stessi popoli, dalla Turchia, all’Egitto, all’Iran all’Arabia Saudita; tra queste quella di Erdogan che accusa Israele del massacro dei palestinesi e la risposta “piccata” di Netanyahu che rinfaccia al primo il massacro dei curdi.

Non meno rivelatori i parallelismi che il ministro degli esteri russo Lavrov ha fatto tra “l’operazione speciale” in Ucraina e l’invasione di Netanyahu a Gaza. E, per non far torto a nessuno, ricordiamo infine anche alcune allusioni di Pechino in merito a possibili interventi a Taiwan.

Di certo le guerre sono la spia di come il sistema capitalista non assicuri per nulla la coesistenza tra i popoli; servono a riscrivere i rapporti di forza e a comprimere e soffocare la democrazia anche lontano da dove piombano le bombe,

L’unica speranza per l’umanità e per il suo futuro sono le lotte delle classi lavoratrici e dei popoli oppressi contro i loro sfruttatori ed oppressori, chiunque essi siano e qualunque ruolo giochino nello scontro interimperialista e geopolitico; per questo non ci schieriamo con alcun “fronte” o schieramento di Stati, con questa o con quell’altra potenza statale tutte quante responsabili dell’involuzione sociale in atto e della corsa alla guerra; bisogna essere invece a fianco delle classi e dei popoli oppressi, a sostegno dei loro movimenti di massa e di lotta, costruire la loro solidarietà e l’unità degli sfruttati contro le diverse classi dominanti imperialiste, nazionaliste, neocoloniali.

La guerra in Ucraina

In Ucraina la durata della guerra è ormai molto vicina ai due anni; fin dall’inizio abbiamo sostenuto che quel conflitto conteneva e contiene due valenze intrecciate tra loro: la volontà brutale dell’imperialismo russo di ridisegnare il vecchio impero zarista di dominio ed oppressione dei paesi che lo circondano e quindi il legittimo diritto del popolo ucraino di difendere la sua indipendenza e autodeterminazione e nello stesso tempo lo scontro interimperialista tra la Russia di Putin e gli Usa e la struttura militare delle potenze occidentali, la Nato.

Dopo le decine di migliaia di vittime civili sotto i bombardamenti russi, dopo le centinaia di migliaia di giovani morti o feriti da entrambe le parti (sui giornali compaiono, più o meno nascoste, cifre impressionanti) con la vecchia sanguinosa guerra di trincea, la situazione è di stallo completo. Le offensive e controffensive annunciate e realizzate dall’una o dall’altra parte e le proclamate speranze di vittoria, si sono concluse con un logoramento senza fine  e senza che nessuno abbia potuto prendere il sopravvento. Solo la continuazione della strage e le distruzioni ambientali che lasceranno segni morali e materiali indelebili per decenni.

Le ripercussioni sono evidenti nella società ucraina che paga un peso enorme e che si esprime nei contrasti interni ai gruppi dirigenti, tra la presidenza e lo stato maggiore dell’esercito, nelle difficoltà dell’arruolamento militare, nei rapporti con le direzioni politiche e militari dell’occidente che tanta parte hanno avuto nello svolgersi della guerra. Ma le ripercussioni sono ben presenti anche in Russia dove centinaia di migliaia di giovani sono scappati all’estero per sfuggire alla costrizione militare e dove una maggioranza della popolazione aspira e spera nella pace al di là delle dichiarazione bellicose dell’autocrate del Cremlino che vedrà confermata la sua presidenza attraverso una elezione del tutto manipolata.

La continuazione della guerra non serve certo agli interessi delle classi lavoratrici dei due paesi, attiva ed alimenta solo le forze più reazionarie, nazionaliste e di estrema destra sia in Russia che in Ucraina,  è parte dello scontro interimperialista,  rende felici i produttori di armi e neppure avvicina il ritiro, certo necessario e che rivendichiamo, dell’esercito russo dal paese occupato. Il cessate il fuoco, l’interruzione del macello, la de-escalation, l’apertura di un processo di trattativa che punti alla ricerca di soluzioni politiche è, non solo la strada meno tragica di quella oggi percorsa, ma anche quella più realistica, quella forse che potrebbe permettere una scelta e un’autodeterminazione democratica per tutti i popoli che  compongono quella regione.

E’ in questo quadro che sosteniamo il diritto del popolo ucraino di determinare il proprio futuro nel proprio interesse e nel rispetto dei diritti di tutte le minoranze; sosteniamo quelle forze politiche e sociali che si battono per determinare tale futuro indipendentemente dagli interessi dell’oligarchia o dell’attuale regime capitalistico neoliberale, dalle condizioni del FMI o dell’UE, con la totale cancellazione del debito e il diritto di tutti i rifugiati e gli sfollati di tornare alle proprie case in sicurezza e nel rispetto dei propri diritti.

In Russia e in Bielorussa coloro che si stanno opponendo alla guerra sono stati criminalizzati e in tanti sono stati imprigionati e repressi; in centinaia di migliaia sono fuggiti dalla Russia in condizioni molte volte difficili per evitare l’arruolamento e/o la repressione e non dispongono dello stato di rifugiato nei paesi che hanno raggiunto.

Per questo siamo solidali e sosteniamo tutti gli oppositori russi alla guerra, denunciamo la repressione a cui sono sottoposti dal regime di Putin e ci battiamo perché quelli che fuggono siano accolti nel paese di loro scelta.

Per tutte queste ragioni ci siamo opposti fin dall’inizio alle scelte dei governi italiani di una partecipazione sempre più forte e diretta alla guerra, all’invio delle armi, scelta confermata anche recentemente senza nessuna discussione parlamentare, alla rinuncia, insieme a tutta l’UE, a un qualsiasi ruolo di attivazione di un processo politico per fermare il conflitto, scegliendo invece la totale integrazione nel blocco militare della Nato e nelle sue scelte imperialiste e la corsa al riarmo.

Il nostro orizzonte è quello riaffermato dalla Quarta Internazionale: “Ci battiamo per lo smantellamento di tutti i blocchi militari – NATO, CSTO, AUKUS – e continuiamo a lottare per il disarmo globale, in particolare per quanto riguarda le armi nucleari e chimiche”.

A fianco del popolo palestinese  NO al mattatoio di Gaza

Al centro della nostra azione politica oggi sono il sostegno e la costruzione della solidarietà con il popolo palestinese che subisce una violenza spaventosa da parte dello stato sionista sostenuto da tutte le potenze occidentali e nell’indifferenza o nel sostegno solo formale ed anche ipocrita di tutte le altre potenze.

Occorre costruire e sviluppare un movimento più forte e vasto per impedire che l’esercito israeliani continui il suo massacro quotidiano nella striscia di Gaza e che la repressione e la violenza contro i palestinesi continui in Cisgiordania.

Bisogna impedire che la pulizia etnica e l’operazione genocidaria in atto, che ha oggi prodotto più di 20mila vittime, prosegua senza fine come ogni giorno il governo israeliano afferma di voler realizzare. Il livello di distruzione, di morte di uccisione dei civili, di donne e bambini è impressionante e dovrebbe spingere a una ribellione etica e morale generalizzata che purtroppo non vediamo ancora in forme sufficienti nel nostro paese, compressa e sviata dalle istituzioni e dai media, ma anche dalla stragrande maggioranza delle forze politiche.

I bombardamenti su Gaza devono cessare, la strage deve cessare, l’esercito israeliano si deve ritirare.

Siamo col popolo palestinese nella sua tenace resistenza contro il colonialismo israeliano e nella sua lotta per l’autodeterminazione. Il nostro obiettivo è una soluzione politica che metta fine alla colonizzazione e garantisca il diritto al ritorno degli espulsi e la parità di diritti delle persone che vivono su quella terra. 

Per queste ragioni non condividiamo certo la strategia e le tattiche di Hamas, una organizzazione fondamentalista, e tanto meno le violenze e le uccisioni perpetuate da questa forza contro i civili e le donne israeliane. Come sostenuto dalla Quarta Internazionale: “La fine dell’occupazione è possibile solo mediante la resistenza collettiva delle masse palestinesi, insieme ai militanti anti-guerra dello Stato di Israele e al sostegno dei loro alleati internazionali”.

Appoggiamo la campagna del movimento BDS (Boycott, Divestment, Sanctions) e sosteniamo le iniziative che in diverse città si stanno costruendo invitando tutti i nostri circoli a parteciparvi nel quadro della nostra campagna di solidarietà con il popolo palestinese.

Anche se ora appare difficile e molto lontano l’unico progetto che possa garantire a tutti i popoli che oggi vivono in Palestina, quello palestinese e quello israeliano, un futuro di pace e di sicurezza è la fine del colonialismo israeliano e la costruzione di uno Stato dove tutte e tutti le/i cittadine/i abbiano gli stessi diritti, democratico e aconfessionale, di collaborazione tra i diversi popoli.  Di fronte al fallimento e all’impossibilità della soluzione dei due popoli e dei due stati, se pure oggi apparentemente utopistica, questa sembra essere l’unica ipotesi che permetta di uscire dallo scenario della guerra  e della tragedia continua.

In quale forma questa soluzione possa configurarsi, forse attraverso uno stato binazionale, come molti hanno avanzato, sarà possibile verificarlo solo attraverso un percorso democratico e partecipato che riconosca appieno i diritti di tutti i popoli presenti su quel territorio.