La legge finanziaria secondo Meloni

di Franco Turigliatto

La legge di bilancio del governo Meloni è stata presentata dai media e dalle forze politiche attraverso due parametri interpretativi: “E’ una finanziaria di transizione” e “Le risorse disponibili sono pochissime, non ci sono i soldi”. Entrambe queste affermazioni sono false e volutamente svianti. Vediamo perché.

La continuità liberista

La legge ha certo alcune connotazioni che guardano alle prossime elezioni europee, ma non è di “transizione”, formula che sembra postulare uno standby o delle scelte sospese e neutrali. È del tutto interna invece alle regole europee liberiste di bilancio (deve essere approvata da Bruxelles), cioè alle scelte finanziarie del capitale; salvaguarda infatti extraprofitti e profitti, inizia un ulteriore percorso di alleggerimento dell’imposizione fiscale per le fasce superiori con l’accorpamento delle aliquote, aumenta un poco il deficit pubblico, ma in un quadro programmatico che prevede di abbattere il disavanzo di due punti e mezzo nei prossimi due anni (grande stangata sul piano dei tagli alla spesa pubblica e una svendita ulteriore di quanto resta dei beni pubblici). Alcuni tagli pesanti ci sono già nel 2024, anche se non ancora come avrebbe voluto l’insaziabile presidente della Confindustria Bonomi.  

Tutto questo mentre la super inflazione abbatte salari e pensioni e il lavoro precario e/o malpagato resta la cifra fondamentale della condizione delle classi lavoratrici tanto che il 65% delle famiglia italiane (un record in Europa) denuncia di avere difficoltà ad arrivare alla fine del mese, per non parlare della controriforma Fornero che esce rafforzata dalla manovra predisposta da Palazzo Chigi. Senza mai dimenticare che su tutto pesa la situazione internazionale, la guerra, anzi le guerre e la corsa al riarmo generalizzata, a cui l’Italia partecipa attivamente.

I soldi non ci sono?

In secondo luogo è del tutto falso che i soldi non ci siano; la realtà è che né il governo delle destre, né le pallide opposizioni istituzionali, né tanto meno tutto l’establishment della classe dominante vogliono prenderli là dove ci sono, cioè dai profitti e dalle rendite che anche negli anni della pandemia e della crisi hanno conosciuto una ascesa continua. Sono i dati ISTAT che ci dicono che “ le famiglie sono più povere e le aziende più ricche”. Né le difficoltà dell’economia, né la guerra hanno impedito che la quota di profitto delle aziende calcolata come rapporto fra il risultato lordo di gestione e il valore aggiunto, l’anno scorso, arrivasse al 45,1% rispetto al 43,6% del 2021 (era già assai grande). E non riguarda solo gli enti finanziari, ma anche le aziende produttive che già nel 2021 avevano conosciuto un aumento del valore aggiunto del 14,8% e che nel ‘22 hanno conosciuto un’ulteriore crescita del 9,1% (79 miliardi). Questi risultati sono stati raggiunti anche perché lo stato ci ha messo molto del suo con i crediti di imposta aumentati del 101% (+13, 7 miliardi nel 2022 ). In contemporanea il potere di acquisto delle famiglie è sceso sempre più in basso. Altro che inflazione da troppi consumi; è un’inflazione da profitti, come ormai tutti sono costretti ad ammettere compresa la ex ministra Fornero su La Stampa del 18 ottobre.

Una manovra da 26 -28 miliardi per il 2024

Avendo bene a mente queste considerazioni è possibile esaminare la proposta di legge, più o meno abilmente modulata dai partiti di governo per arrivare alle prossime elezioni nelle migliori condizioni. I dati sono ancora provvisori e occorrerà verificarli in tutti i loro aspetti quando il testo vero e proprio sarà alla discussione del Parlamento.

Per intanto la Meloni ha già imposto che non ci siano emendamenti da parte dei partiti di maggioranza, potendo poi facilmente respingere quelli delle minoranze. Continua inesorabile la corsa a trasformare il Parlamento in una pura camera di registrazione senza alcun potere. L’esecutivo diventa dominante e le leggi si fanno per decreto del governo, come è nella cultura storica della sua componente egemonica: in un anno 45 Decreti legge, 52 Decreti legislativi  e 65 disegni legge del governo. L’involuzione istituzionale antidemocratica presente ormai da molti anni conosce dunque un’ulteriore forte accelerazione.

Infine occorre sempre tenere presente che alla finanziaria si accompagna il progetto dell’autonomia differenziata, che se realizzato, avrà effetti devastanti sulla condizione della classe lavoratrice  e sulla divisione del paese.  

La legge vale 26 miliardi in entrata (secondo il Sole 24 ore 28 miliardi), di cui 16 sono debito aggiuntivo mentre le altre entrate derivano dai tagli della spesa pubblica (4 miliardi), dagli aumenti delle accise sui tabacchi e rivalutazione dei terreni (1 miliardo), dal cosiddetto decreto anticipi che sposta alcune spese del ‘23 all’anno prossimo (3 miliardi) e infine 4 miliardi sono recuperati dal fondo per la riduzione della pressione fiscale, non utilizzati nel corrente anno. La lotta all’evasione fiscale sarà indirizzata verso colf e badanti che pur essendo in regola con i contributi versati dal datore di lavoro, non versano imposte al fisco…..

In uscita circa 10 miliardi sono destinati al mantenimento del cuneo fiscale per i lavoratori, 4,3 per l’accorpamento delle aliquote fiscali, poco più d 3 miliardi per la sanità, le spese per Ucraina e altre missioni militari valgono 1,2 miliardi. Al P.I. sono destinati circa 5 miliardi + 2 anticipati a quest’anno, 1 miliardo le spese a sostegno delle famiglie, circa 800 milioni sono rivolti a finanziare la social card e a ridurre il canone Rai; nella legge è prevista anche una super deduzione (l’ennesima) per le imprese che assumono a tempo indeterminato che vale 1,3 miliardi, ma che è scaricata sul 2025.

Una prima considerazione riguarda la valutazione sul debito aggiuntivo che porta la spesa per gli interessi a 103,6 miliardi annui (4,2 % del PIL) e che tutti gli osservatori hanno denunciato come un ulteriore peso scaricato sul futuro dei giovani: sul futuro e sui giovani, di certo,  ma su quali giovani? Non certo sulle figlie e sui figli della classe dominante, quanto invece sull’intera classe lavoratrice, più o meno giovane o anziana che sia. Sono questi i soggetti che nell’intenzione della borghesia dovranno pagare gli oneri del debito ed è per questo che si vogliono reintrodurre appieno le norme del Patto di stabilità europeo dal primo gennaio del 2024.

Si rafforza la controriforma Fornero

Una seconda considerazione riguarda la scelta del governo (quella che Giorgetti ha chiamato “stretta sulle pensioni anticipate”) di porre uno stop a qualsiasi alleggerimento della Legge Fornero cancellando la stessa Ape sociale e l’Opzione donna e passando da quota 103 a quota 104 con sempre maggiori penalizzazioni sull’assegno pensionistico. Si ritorna alla piena applicazione della controriforma e ridiventa del tutto impossibile traguardare anticipatamente alla pensione anche quando la condizione materiale e soggettiva lo renderebbero obbligatorio. Non a caso è la stessa Fornero, pur critica verso il complesso della legge, a considerare fondamentale e positivo che norme che portano il suo nome restino intatte dopo le grandi sparate di Salvini e  le speranze di tante/i lavoratrici e lavoratori.

E come se non bastasse il governo continua  a fare cassa sui pensionati: le pensioni superiori di 4 volte il minimo subiranno un ulteriore taglio degli aumenti collegati all’inflazione, un “risparmio” di circa 2,7 miliardi. Non scatta invece l’aumento dell’età pensionabile che resta a 67 anni ma solo perché la pandemia e le condizioni economiche  e sociali stanno diminuendo le speranze di vita!

Gli aumenti a tempo

Per quanto riguarda i 10 miliardi destinati alla riduzione del cuneo fiscale e i 4, 2 derivanti dall’accorpamento dei primi due scaglioni fiscali, si tratta di misure una tantum che difficilmente potranno essere confermate in anni successivi anche perché le coperture complessive su base triennale sono del tutto incerte, se non campate in aria, a partire dai 20 miliardi che dovrebbero derivare dalla vendita di quote pubbliche di società già largamente svendute ai privati. 

Ma c’è un altro ragionamento che va fatto: questo bonus provvisorio di 100 euro alle lavoratrici e ai lavoratori non compensa certo il crollo dei salari reali che negli ultimi due anni hanno perso il 20% del loro valore, per non parlare poi del fatto che il governo si rifiuta di introdurre il salario minimo come pure esiste nella maggior parte dei paesi europei. L’accorpamento delle aliquote comporta un aumento di 20 euro miseri mensili per gli stipendi superiori a 28 mila euro e di 10 euro per chi ha un salario di 14 mila euro. Inoltre queste due misure sono un regalo fatto ai padroni; dovrebbero essere questi a garantire forti aumenti per stipendi e salari avendo continuato a fare cospicui profitti, invece sono lo stato e la fiscalità generale, cioè i lavoratori stessi, che sono quelli che pagano le tasse, a farsene carico. E’ ancora la Fornero a riconoscerlo quando scrive: “Il bilancio pubblico si addossa l’onere di un aumento delle retribuzioni, ferme da decenni; la qual cosa costituisce, in modo indiretto, un aiuto alle imprese, anche a quelle meo efficienti e innovative, e a prescindere dal fatto che abbiano avuto la possibilità di “auto-indennizzarsi” dall’aumento dei prezzi dell’energia e delle materie prime aumentando i loro prezzi e talvolta migliorando i margini di profitto, così contribuendo ad alimentare l’inflazione”.

Inoltre l’accorpamento delle prime due aliquote è solo l’inizio di un processo di “riforma fiscale” volto a ridurre ulteriormente le tasse ai contribuenti più ricchi. 

In questa storia, poi i più colpiti sono proprio i ceti più deboli, quelli a cui è stato tolto il reddito di cittadinanza, i lavoratori in nero o quelli che sono, in varie forme, precari, massacrati da una inflazione a due cifre e senza sostegni. Per questi nulla, se non per qualcuno le briciole della social card.

I contratti del settore pubblico

Per quanto riguarda i contratti del settore pubblico per il 2022-2024 la situazione risulta alquanto confusa; si parla di uno stanziamento di 5 miliardi e di altre due miliardi che dovrebbero essere già erogati per la fine di questo anno (un bonus di consenso per il governo), ma risulta subito evidente che le risorse sono del tutto insufficienti per rispondere alle esigenze di milioni di lavoratrici e lavoratori del tutto sottopagati, come tutte le organizzazioni sindacali hanno già denunciato; inoltre queste risorse sono destinate prevalentemente alle varie forze di sicurezza poliziotti ed affini, e/o per detassare le spese per gli straordinari; infine il governo sta utilizzando formule imprecise e ambigue che rendono difficile capire come le varie poste vengano dislocate ed attribuite, tanto che la FP CGIL parla di bizantinismi da chiarire e l’USB di illusionismo.

Carognate, giochi di prestigio e propaganda 

Molte altre amare sorprese ci attendono dalla spending review, cioè da quei 4 miliardi e mezzo (i tagli lineari  del 5% sulle spese discrezionali) che complessivamente tutti i ministeri sono chiamati a comporre; qualche sforbiciata è già saltata fuori, come per esempio i 100 milioni che si vogliono togliere al cinema, ma altri anche più sociali saranno presto rivelati.

Poi ci sono gli effetti “collaterali”, tra cui il più odioso, l’azzeramento del fondo di 350 milioni collegato all’attuazione della legge delega sulla disabilità per spostare queste risorse nel Decreto Anticipi. I disabili usati come bancomat. Il governo promette di rimettere i soldi il prossimo anno, ma è da due anni che questi soldi vanno e vengono e mai sono utilizzati per la vera bisogna.

Poi ci sono le elargizioni come i bonus per l’utilizzo degli asili nidi, quando il vero problema su cui si dovrebbe in primis intervenire è la realizzazione di queste strutture che se al Nord riescono a coprire una richiesta su 4, al Sud questo rapporto diventa di 1 a 10.

Un discorso simile vale per i fondi stanziati per pagare lo straordinario ai medici, quando il vero problema non è il prolungamento dell’orario di lavoro di questi sanitari, per altro a forte rischio dei pazienti, quanto la mancanza dei medici tout court e quindi un programma di forti assunzioni.

E’ stata prospettata e finanziata invece l’opera faraonica e insensata del Ponte di Messina, l’ultimo cavallo di battaglia di Salvini: una previsione di 12 miliardi, 3,5 miliardi nell’anno a venire e 700 milioni subito per cominciare a fare il progetto !

La sanità pubblica 

Dopo la pandemia, una crisi terribile e infinita dove solo le strutture della sanità pubblica avevano potuto evitare il totale disastro e contenere le dimensioni della tragedia avvenuta, dopo gli enormi sacrifici sostenuti da tutto il personale della sanità, dopo la fuga dei medici e degli infermieri, con le enormi file di attesa per esami, interventi e cure, con un numero enorme (milioni) e crescente di persone che, o non riescono più ad accedere a servizi sanitari decenti e/o rinunciano semplicemente a curarsi, è evidente che occorreva un intervento straordinario per rimettere in piedi il servizio sanitario nazionale, un vero e proprio piano Marshall, per garantire a tutte e tutti il diritto alla salute.

Decine di miliardi avrebbero dovuti essere investiti in questa direzione. Invece il governo va in direzione opposta anche perché il suo vero obiettivo è di usare l’emergenza per favorire ancora la sanità privata. Vengono stanziati nella finanziaria poco più di  3 miliardi, ma 2,6 sono destinati a finanziare i contratti del settore e a pagare gli straordinari mentre 600 milioni finiranno subito nella tasche dei privati chiamati a contenere coi soldi pubblici le liste di attesa. Per denunciare il comportamento fraudolento del governo sulla sanità vogliamo ricorrere a quanto scritto su “La Repubblica” da Carlo Cottarelli, già teorico dei tagli alla spesa pubblica: 

Il governo stanzia 3 miliardi di cui 2,3 per gli aumenti salariali  porta il finanziamento del SSN a 136 miliardi, Per la Meloni il valore più alto mai raggiunto. Ora con l’inflazione che abbiamo avuto chiunque capisce che citare la cifra in miliardi per valutare l’adeguatezza dei finanziamenti è sbagliato. Con 136 miliardi nel 2024 non ci si coprano le cose che si compravano nel 2019 con 116 miliardi.  Occorre aggiustare la spesa in miliardi per l’aumento dei prezzi. Se si fa questo si vede che la spesa sanitaria nel 2024 scende in termini di potere di acquisto del’1,5%. Questo segue al taglio del 2,7% operato da questo governo nel 2023. Si tratta quindi di un taglio cumulato del 4, 2% come dire 5-6 miliardi in meno per la nostra sanità. Rispetto al totale delle risorse disponibili, cioè in rapporto al PIL la spesa sanitaria scende al 6,4% minimo in precedenza toccato nel 2007 (in un periodo però di tendenziale crescita del rapporto) e nel 2019 (primo governo Conte)”. 

C’è poco da aggiungere salvo che la Nota di Aggiornamento di Economia e Finanza (NADEF) del governo prevede esattamente che la spesa sanitaria rispetto al PIL scenda progressivamente dal 6,7% del 2022 al 6,1% del 2026!

Di fronte questa politica filopadronale dura e antisociale l’imperativo di cacciare il governo è obbligatorio.


 1. Afferma la segretaria della FP CGIL “Leggiamo entusiastici annunci sulle cifre che sarebbero messe a bilancio sul rinnovo del CCNL 22/24. Peccato che le formulazioni bizantine non chiariscano alcuni punti essenziali. Primo: che succede all’emolumento accessorio della retribuzione erogato nel 2023? Se il governo non stabilizza quelle cifre ai lavoratori stiamo togliendo qualcosa dalle buste paga. Secondo: quanto vale il CCNL del settore pubblico? Sentiamo parlare di 3 miliardi per il settore dello Stato (funzioni centrali, sicurezza e soccorso, istruzione e ricerca), 2 miliardi per la rivalutazione dell’emolumento accessorio (già in godimento per i lavoratori), 2 miliardi sul Fondo sanitario per il contratto della sanità e 500 milioni che erano già appostati nel 2022 per l’IVC (Indennità di Vacanza contrattuale). Ma non sentiamo dire al governo la verità, e cioè che non siamo solo molto lontani dal recupero dell’inflazione ma non siamo in condizione di dare risposte alla valorizzazione del lavoro pubblico perché le retribuzioni rimarranno basse…”

l’USB per parte sua: “Sul fronte pubblico impiego, oltre ai tagli ai ministeri pari a circa un 5 percento delle spese che di fatto inaugura una nuova stagione all’insegna della spending review, l’illusionismo del governo si concentra sullo spostamento e la dislocazione di poste: e così per il 2023 vi sarebbe solo un anticipo dei rinnovi contrattuali attraverso il potenziamento dell’indennità di vacanza contrattuale, mentre le risorse stanziate per i rinnovi si annunciano largamente inferiori al vertiginoso aumento dei prezzi e fortemente ipotecate dalla corsia preferenziale riservata al comparto sicurezza e al rinnovo dei contratti dei dirigenti medici. Una provocazione che l’USB è già pronta a rispedire al mittente con lo sciopero generale della categoria previsto per il 17 novembre”.

2. Scrive Eliana Como portavoce della sinistra CGIL sul periodico dell’area:” Aggiungo che ho trovato fastidiosissima la scelta della decontribuzione e del bonus asilo per il secondo figlio e la retorica con cui il Governo si rivolge alle donne, le quali contribuirebbero al bene della società a seconda del numero dei loro figli, secondo la logica che portò a trasformare ‘opzione donna’ in ‘opzione mamma’. Non servono bonus, ma salari più alti e nuovi asili, perché in alcune zone del paese mancano completamente. Inoltre, perché la decontribuzione per il secondo figlio spetta solo alle donne? È il modo peggiore per assecondare l’idea che fare figli è tutto in carico alle donne”.

 3. Il governo nazionalista non trova poi di meglio che imporre una gabella che varia da 700 a 2000 euro per iscriversi al SSN agli studenti stranieri e ai lavoratori non comunitari (personali diplomatico, ministri di culto, dipendenti stranieri di organizzazioni internazionali, giornalisti corrispondenti stranieri), e infine ai familiari ultrasessatenni entrati in Italia per ricongiungimenti famigliari. Questa norma si rivolge a un settore particolare di stranieri e non riguarda i normali migranti coperti dall’iscrizione obbligatoria al Ssn. Con le vecchie regole entravano alle casse dello stato 84 milioni, dovrebbero diventare 240 milioni. Un governo davvero un po’ pezzente….