Più che mai costruire lo sciopero generale

di Franco Turigliatto

La manifestazione di sabato scorso della CGIL e delle 100 associazioni che l’hanno promossa è stata un successo, anzi un grande successo, come da molti anni a questa parte non era dato vedere.

Centomila persone (ma forse anche di più) che hanno dato vita a due imponenti cortei confluiti nella piazza storica di San Giovanni per i comizi finali.

Non è stato dunque una manifestazione di soli militanti e tanto meno di soli apparati, ma una manifestazione che ha visto coinvolti ampi settori del lavoro pubblico e privato, uomini e donne, molte/i pensionate/i, gruppi di amici e familiari, con una presenza di giovani (che per altro si erano mobilitati il giorno prima con Friday for Future) nel corteo che partiva da Ostiense; più debole forse invece la presenza dei lavoratori migranti, che però diventa sempre più necessaria per garantire una piena rappresentanza della classe lavoratrice nel nostro paese.

Bisogna dire che i motivi per scendere in piazza il governo dell’estrema destra e i suoi esponenti li forniscono ogni giorno con le loro scelte, i loro attacchi ai diversi settori sociali, a partire dai giovani, e la loro invereconda propaganda reazionaria e nazionalista. 

Bene che ci sia stata una reazione di massa e sia emersa la volontà di mobilitarsi, cercando di superare il tempo della attesa passiva. Questo è il dato fortemente positivo della giornata del 7, un possibile cambiamento di fase  che indica potenzialità di mobilitazione e di lotta. La giornata ha anche mostrato che la CGIL dispone ancora di strumenti politici ed organizzativi capaci di promuovere e strutturare una mobilitazione di queste dimensioni.

Ma tutti questi elementi positivi richiamati indicano soltanto la forbice che esiste tra la grande partecipazione e la disponibilità a ridiscendere in piazza e gli orientamenti del gruppo dirigente CGIL e dei suoi alleati sociali e politici. Questi si sono espressi nell’estrema genericità dei contenuti e della piattaforma proposta, e nel taglio politico degli interventi (direi tutti) dal palco. La piattaforma avanzata è quella della difesa della costituzione, formule molte generiche, più una vaga aspirazione democratica, quasi uno stato d’animo, che dei veri obiettivi concreti materiali, tanto più gestita attraverso la retorica del “noi non vogliamo essere divisi”, evitando accuratamente di indicare la necessità di una lotta a fondo contro quello che sono i nemici sociali e politici della classe lavoratrice, tanto meno sollecitare una presa di coscienza di classe, (la parole padroni e capitalismo non hanno mai trovato spazio negli interventi e nelle conclusioni del segretario della CGIL). Soprattutto non è stata data nessuna indicazione concreta di mobilitazione e di lotta per la grande platea di lavoratrici e lavoratori che gremivano la piazza, come invece sarebbe stato il primo compito di una direzione sindacale degna del nome. Landini ha evitato anche solo l’evocazione dello sciopero, come pure si aspettava gran parte della piazza e le scelte crudeli e antisociali del governo e dei capitalisti le ha derubricate come errori e non come lucido disegno per colpire le classi lavoratrici e garantire profitti e rendite. Invece di prendere atto della lotta di classe in corso e di sviluppare la coscienza di sé delle lavoratrici e lavoratori si è operato per scolorirla; un vero disastro politico e sindacale.

Ecco dunque la grande forbice tra la dimensione della manifestazione e l’orientamento dei gruppi dirigenti che ha lasciato decine di migliaia di persone senza indicazioni su cosa fare sui posti di lavoro.

Intendiamoci: la coscienza media dei partecipanti resta ancora abbastanza bassa, corrispondente a quel genericismo democratico e sociale degli oratori, privo di un reale progetto di alternativa, ma è anche vero che, se tante lavoratrici e lavoratori hanno deciso di uscire di casa e di prendere un treno o un bus per manifestare contro questo governo,  siamo in presenza di una richiesta di un cambio di passo. Inoltre, se pur non egemone nella piazza, lo slogan dello sciopero generale era ben presente e alla fine della manifestazione qualche insoddisfazione per una chiusura troppo debole si poteva riscontrare.

Si riparte dunque da qui; la posta in gioco torna sui luoghi di lavoro, dove più che mai si deve agire per far maturare la richiesta e la determinazione di costruire lo sciopero generale; abbiamo qualche elemento in più che rende credibile questa obiettivo. 

E’ chiaro anche però che lo sciopero può essere costruito e reso attraente solo individuando alcuni obiettivi precisi e concreti e non certo riproponendo la generica piattaforma della difesa della Costituzione condita magari con la vaga e debole opposizione istituzionale del PD, in riavvicinamento alla CGIL e del M5S.

Indichiamo 4 temi alla discussione per costruire una piattaforma immediata di lotta per lo sciopero generale: 

il ritiro del disegno di legge sulla autonomia differenziata;

Il finanziamento della sanità e della scuola pubbliche;

Il finanziamento dei contratti del pubblico impiego combinato a un rilancio complessivo dei salari pubblici e privati, anche attraverso l’introduzione del salario minimo legale;

tutto questo finanziato con l’imposizione fiscale su profitti, rendite e patrimoni e con il taglio delle spese militari.

In questo quadro lo sciopero dei sindacati di base del 20 ottobre, di cui condividiamo la piattaforma, ha il nostro sostegno e l’indicazione di parteciparvi, pur nella consapevolezza che coinvolgerà principalmente settori di avanguardia delimitati. Sarà importante se i suoi promotori sapranno costruirlo anche in modo aperto, lavorando anche per disponibilità future unitarie verso le iniziative e scioperi che potranno intraprendere i settori più ampi della classe lavoratrice nell’autunno.

Il silenzio sullo sciopero generale dal palco di Roma non significa automaticamente che la CGIL ed anche la UIL non siano infine spinte a dichiararlo in qualche forma, visto l’agire del governo.

Il rischio è quello che già si è manifestato negli ultimi due anni, che sia convocato a dicembre, cioè a “babbo morto” rispetto al nodo della legge finanziaria e allo scontro col governo, uno sciopero che sarebbe solo dimostrativo, volto solo a salvaguardare il sindacato come apparato e il suo gruppo dirigente.

E’ compito dei settori più combattivi e coscienti lavorare perché invece allo sciopero si arrivi presto, utilizzando la spinta propulsiva non enorme, ma significativa, espressa dal 7 ottobre.